Questo non è solo un primo album: è una presa di posizione, un gesto deliberato in controtendenza rispetto a un ecosistema musicale che corre, produce, consuma e dimentica con la stessa velocità. Nati nel 2017 in provincia di Venezia, hanno costruito nel tempo un’identità sonora che affonda le radici nella revolution summer e le intreccia con l’urgenza dell’alternative rock anni’90. Dopo l’EP ‘Love Vision’ (2019), una manciata di singoli e un’intensa attività live – tra cui palchi condivisi con Blowfuse, Dune Rats, Storm{O} ed Eversor e festival come Sherwood Festival e Venezia Hardcore – la band ha scelto di fermarsi. Scrivere. Guardarsi dentro. È proprio da questa pausa, figlia del periodo pandemico, che nasce ‘The Stars Within’, uscito il 29 maggio 2026. Il disco si sviluppa attorno a un’intuizione tanto semplice quanto disarmante: viviamo immersi in una cultura dell’iper-performatività, dove tutto sembra sempre altrove – migliore, più desiderabile, più riuscito. Un sistema che ci spinge a confrontarci continuamente, a rincorrere modelli esterni, a percepirci costantemente “non abbastanza”. Anche la musica, in questo scenario, diventa terreno di omologazione, dove il “copia-incolla” è spesso la scorciatoia più battuta. Il combo lagunare sceglie invece un’altra strada: rallentare, sottrarsi alla logica dell’urgenza e costruire un racconto autentico. Il simbolo delle stelle attraversa tutto l’album: corpi luminosi che attraggono e guidano, ma che finiscono per distrarci da ciò che conta davvero. Perché la vera tensione del disco è tutta qui – nel conflitto tra ciò che cerchiamo fuori e ciò che fatichiamo a riconoscere dentro di noi. Le tredici tracce del full lenght riflettono questa dualità anche sul piano sonoro. L’energia viscerale del post-hardcore anni’80 e dell’alternative rock anni’90 resta una base solida, ma viene ampliata e raffinata: emergono nuove aperture melodiche, momenti più intimi e acustici, e una cura negli arrangiamenti che arricchisce il linguaggio della band. Archi, mellotron, synth, percussioni e cori contribuiscono a costruire un suono più stratificato, capace di muoversi tra tensione e respiro, impatto e profondità. L’intero album è stato registrato, co-prodotto, mixato e masterizzato da Matteo “Ciube” Tabacco presso il Raptor Studio tra giugno e novembre 2024. La direzione artistica e l’immaginario visivo – coerente, evocativo, mai accessorio – sono il risultato della collaborazione tra Riccardo Volpe e Saverio Cazzin. Anticipato da quattro singoli e relativi videoclip, il release sarà disponibile in streaming e su Bandcamp, oltre a una tiratura limitata in vinile realizzata attraverso una rete di co-produzione internazionale che coinvolge etichette indipendenti tra Europa e Stati Uniti. Più che un esordio è un manifesto: contro la superficialità, contro la fretta, contro l’idea che tutto debba essere immediatamente consumabile. Un disco che invita a fermarsi, ascoltare e, soprattutto, a cercare dentro di sé quella luce che troppo spesso deleghiamo al cielo.
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La band Mother è una delle tante proposte musicali che arrivano dalla zona di Venezia che da sempre fornisce interessanti artisti da scoprire per chi è affamato di musica emergente. Un tuffo dentro quell’alternative rock che si tinge di sonorità estive con un po’ di revolution per dare una scossa al panorama musicale italiano e non solo. Su questo stile musicale i Mother realizzano l’album The Stars Within. Tredici brani in cui sin dal primo play si viene travolti da quell’energia che solamente la musica rock sa regalare a quelle persone che cercano sempre una valvola di sfogo. In questo modo i Mother vogliono combattere un sistema che sembra premiare solamente chi corre più veloce degli altri verso un traguardo immaginario. Una lotta che ci spinge sempre a trovare confronti con le altre persone. Ciò rimanendo sempre insoddisfatti del nostro percorso e di ciò che stiamo costruendo con fatica. In mezzo a questa prigione la band vuole lanciare un messaggio. Necessario per poter rallentare la corsa imparando a dare valore a qualsiasi traguardo che si ottiene anche se sembra di poco valore all’apparenza.
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L’introduzione acquatica, aliena di Derailed Dreams ci prepara ad un’immersione in un mondo niente affatto sconosciuto ma dal quale mancavamo da un bel pezzo.
Poco tempo fa, parlando de Gli Altri, band post-hardcore e quindi lontanissima dai King Suffy Generator, mi meravigliavo positivamente di come una band nostrana fosse stata in grado di portare una forte componente post-rock all’interno della loro musica in questi nostri giorni così lontani dal bel post-rock perchè – intendiamoci – di gruppi che reiterano le dinamiche delle scuole di Louisville e Chicago ve ne son fin troppe, lì arrabbiate e pronte a triturarceli con le loro geometriche intemperanze ‘emo’ e violenza math fine a sè stessa.
Quindi il post-rock non riesce ad invecchiare (e sedimentare nelle coscienze musicali) perchè ancora non vuole essere mollato dagli orfani dell’hardcore (quello vero che non hanno mai conosciuto) e allora si accaniscono sul suo corpo morto squassandone la carcassa come avvoltoi e rimestando e beccando lo svuotano di senso e significato.
E poi arrivano delle persone per bene a ricordarci che esisteva un altro modello di post-rock oltre ai soliti due comunemente proposti, quello ben più difficile, fantasioso e ricco di sfumature dei Tortoise. Ecco dove guardano i King Suffy Generator ed ecco perchè nelle loro composizioni si affacciano elementi progressive, space e persino latin rock.
La stessa Derailed Dreams nel suo algido rigore ritmico si infiamma di aperture che ricordano il primo Santana, quello vero, non il pupazzo con cui l’hanno sostituito poi.
Ritornano le sospensioni dei Tortoise in Short Term Vision esono proprio quelli di TNT, quelli più vicini ai deliqui dei cugini analog-pop The Sea and Cake.
E non bisogna meravigliarsi a parlare di prog ed affini perchè gli stessi Tortoise erano affascinati dal motorik krauto e da certe sperimentazioni settantine. Ecco perchè il minuto e poco più di Rough Souls sembra una traccia perduta dei Popol Vuh o degli Amon Düül.
Relieve The Burden dimostra come la band sappia anche incalzarci ma persino nella foga neo-prog riesce a non perdere mai il controllo ricordandoci – come anche la successiva We Used To Talk About Emancipation un’altra delle più grandi band post-rock – meno imitate – di sempre, gli Shipping News.
Un disco così ed una band di connazionali così, di questi tempi bisogna tenerla d’occhio. Non mi stupirebbe ritrovarli nelle charts indipendenti tra i migliori dischi italiani dell’anno.
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