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press-reviews PONTECORVO

 

bandiera_italia   ROCK TARGATO ITALIA

È come un’esplosione catartica di sensazioni viscerali che trovano una valvola di sfogo dopo essere state troppo a lungo compresse, “Scheletri” dei Pontecorvo. Nove canzoni sanguigne all’interno delle quali, fra chitarre stridenti, ritmiche martellanti, energia e rabbia, si condensano attitudine punk, garage, noise, grunge e un’urgenza espressiva tanto istintiva quanto travolgente.

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bandiera_italia    MUSICALNEWS

Non male il nuovo disco dei Pontecorvo, dal titolo “Scheletri”. Non è un progetto nuovo, in quando il nome della band gira dal 2016. Siamo ora al terzo disco che si collega alla prematura scomparsa del bassista poco prima della registrazione. La band, diventata un duo, decide di andar avanti anche grazie alle collaborazione degli amici. Si tratta di un album veloce, fatto di rock, garage e punk in italiano lungo 9 canzoni, come pochi se ne sentono in Italia. Il sound è molto diretto e crudo, con testi in italiano, il che li rende riconoscibili e più facilmente identificativi. Da ascoltare, senza complicazioni.

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bandiera_italia    FOXY LADY ASCOLTA

La band pontecorvo è una di quelle proposte musicali che continua a tenere viva la fiamma della musica rock lottando contro le mode del mainstream. L’incontro tra noise rock, garage, blues e punk dimostra come il gruppo possa avventurarsi in tanti ambienti e sperimentazione musicale. Per onorare la figura del bassista scomparso, i pontecorvo pubblicano l’album scheletri. Nove brani in cui l’energia intensa della band continua ad infiammare gli appassionati del pogo e non solo. In questo lavoro discografico i pontecorvo non si fanno prendere dal dolore per la scomparsa del bassista ma lo analizzano con potenza e grinta. Un omaggio ad una figura fondamentale per la band ma anche per ricordare che il rock continua a vivere in mezzo a tanta musica usa e getta.

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bandiera_italia    PESCI IN FACCIA

In un 2026 ormai drammaticamente assuefatto a una catena di montaggio che sforna musica plastificata, inoffensiva e prodotta in serie, imbattersi in un disco crudo e vitale come Scheletri dei Pontecorvo non è solo una boccata d'ossigeno. È uno schiaffo che ti riporta bruscamente alla realtà. Fin dai primissimi secondi, l'ascoltatore viene investito da un muro di distorsioni, sorretto da un basso granitico che funge da inossidabile impalcatura per l'intero lavoro. Ci troviamo di fronte a un noise rock viscerale e senza compromessi: le chitarre, nervose e affilate, pagano un doveroso e riuscito tributo alla storica scuola dei Sonic Youth, tagliando l'aria con rasoiate di puro feedback. A elevare ulteriormente un punk rock già di altissimo livello interviene la linea vocale. Incisiva, disperata e maledettamente convincente, la voce mostra un'attitudine e una pasta timbrica orgogliosamente debitrici del miglior Manuel Agnelli dei tempi d'oro. È un cantato che non si limita ad accompagnare, ma aggredisce il microfono, come risulta evidente nella title-track Scheletri: un episodio tiratissimo dove i ritmi si alzano vertiginosamente e il frontman sale letteralmente in cattedra, dettando legge su una sezione ritmica impeccabile. I Pontecorvo sanno dosare la loro urgenza espressiva condensandola in una tracklist fulminea: 9 pezzi per soli 25 minuti di durata totale. Nessun riempitivo, solo pura saturazione. A chiudere i giochi ci pensa Tramonto, l'episodio fisiologicamente più lungo e dilatato del lotto. Qui la band sposta le coordinate verso territori dalle tinte stoner, rallentando i BPM e lasciando sfumare la rabbia in una coda sonora densa e avvolgente. Supportato da un sound estremamente solido — suonato con il sangue agli occhi e registrato valorizzando ogni singola frequenza sporca — Scheletri è un lavoro ferocemente ispirato. Un disco capace di commuovere per la sua onestà di fondo.

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bandiera_italia    SARDEGNA GOL 

C’è un peso specifico diverso, in certi dischi. “Scheletri”, terzo album in studio dei Pontecorvo, è uno di quelli: non si ascolta soltanto, si attraversa. E per capirlo fino in fondo bisogna conoscere la storia che c’è dietro, perché questa storia è il disco stesso. La band brianzola, nata nel 2015, stava lavorando al nuovo lavoro nei mesi incerti del post-pandemia quando, a settembre 2024, è arrivato il colpo che nessuno avrebbe voluto ricevere: Alessandro Milani, bassista della band dal 2018, è morto a un mese dall’inizio delle registrazioni. Aveva scritto i testi, suonato le prove, immaginato il suono di quell’album. Non ha fatto in tempo a vederlo nascere. Dopo lo stallo inevitabile, Fili (voce e chitarra) e Fra (batteria) hanno preso una decisione sofferta e coraggiosa: finire il disco. Lo hanno fatto in accordo con la famiglia e gli amici di Alessandro, e con una logica che va oltre il gesto simbolico. A suonare alcune linee di basso sono stati chiamati il fratello di Alessandro, Ste, e sua cugina Laura. La voce di Luca compare in alcuni brani. Un cerchio che si chiude, o almeno ci prova. “Scheletri” è stato registrato tra maggio e novembre 2025 al Trai Studio di Inzago, con Fabio Intraina alla regia, al mix e al master. Esce ad aprile 2026 in vinile — in collaborazione con Argo Dog Sound, I Dischi del Minollo e Porco Rosso Records — e in digitale con Lunaz Records. Il titolo non è scelto a caso. “Scheletri” parla di chi rimane dopo che qualcosa, o qualcuno, se n’è andato. Del tempo che passa e delle ferite che non si rimarginano del tutto. Della testardaggine necessaria per continuare a guardare avanti nonostante le disillusioni. Temi che, alla luce di quello che è successo, assumono un peso che nessuna nota di produzione potrebbe restituire pienamente. Il singolo che anticipa l’uscita, “troppe parole”, è emblematico: è l’ultima canzone scritta da Alessandro Milani. Ritmica serrata, chitarre a metà strada tra il garage e lo stoner, e un testo che parla di lutto, del tentativo di guardare oltre, del dover sopportare le parole di circostanza che non riescono mai a colmare il vuoto lasciato da chi non c’è più.

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L’introduzione acquatica, aliena di Derailed Dreams ci prepara ad un’immersione in un mondo niente affatto sconosciuto ma dal quale mancavamo da un bel pezzo.

Poco tempo fa, parlando de Gli Altri, band post-hardcore e quindi lontanissima dai King Suffy Generator, mi meravigliavo positivamente di come una band nostrana fosse stata in grado di portare una forte componente post-rock all’interno della loro musica in questi nostri giorni così lontani dal bel post-rock perchè – intendiamoci – di gruppi che reiterano le dinamiche delle scuole di Louisville e Chicago ve ne son fin troppe, lì arrabbiate e pronte a triturarceli con le loro geometriche intemperanze ‘emo’ e violenza math fine a sè stessa.

Quindi il post-rock non riesce ad invecchiare (e sedimentare nelle coscienze musicali) perchè ancora non vuole essere mollato dagli orfani dell’hardcore (quello vero che non hanno mai conosciuto) e allora si accaniscono sul suo corpo morto squassandone la carcassa come avvoltoi e rimestando e beccando lo svuotano di senso e significato.

E poi arrivano delle persone per bene a ricordarci che esisteva un altro modello di post-rock oltre ai soliti due comunemente proposti, quello ben più difficile, fantasioso e ricco di sfumature dei Tortoise. Ecco dove guardano i King Suffy Generator ed ecco perchè nelle loro composizioni si affacciano elementi progressive, space e persino latin rock.

La stessa Derailed Dreams nel suo algido rigore ritmico si infiamma di aperture che ricordano il primo Santana, quello vero, non il pupazzo con cui l’hanno sostituito poi.
Ritornano le sospensioni dei Tortoise in Short Term Vision esono proprio quelli di TNT, quelli più vicini ai deliqui dei cugini analog-pop The Sea and Cake.

E non bisogna meravigliarsi a parlare di prog ed affini perchè gli stessi Tortoise erano affascinati dal motorik krauto e da certe sperimentazioni settantine. Ecco perchè il minuto e poco più di Rough Souls sembra una traccia perduta dei Popol Vuh o degli Amon Düül.

Relieve The Burden dimostra come la band sappia anche incalzarci ma persino nella foga neo-prog riesce a non perdere mai il controllo ricordandoci – come anche la successiva We Used To Talk About Emancipation un’altra delle più grandi band post-rock – meno imitate – di sempre, gli Shipping News.

Un disco così ed una band di connazionali così, di questi tempi bisogna tenerla d’occhio. Non mi stupirebbe ritrovarli nelle charts indipendenti tra i migliori dischi italiani dell’anno.

http://www.kingsuffygenerator.com
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