Sono i Northway che ci avevano lasciati nel 2020 con “The Hovering”: pattern suggestivi come solo il post-rock di matrice classica sa essere. Poi un silenzio che oggi si rompe per restituire nuova luce a quello che a tutti gli effetti diventa un quartetto. Labo, Teo e oggi con loro Simo e Brambo: esce per la label I Dischi del Minollo un 45 giri digitale dal titolo “Impulse, Surrender!” in cui ciclicità e quella spazialità priva di limiti e orizzonti sembra mutuare il suono nuovo, di strutture lisergiche e di grandi scuole famose sulle spalle. È un ritorno che preannuncia forse un bel disco da tener sott’occhio. Il post-rock ha solide radici nel nostro paese, dai Be Forest ai più moderni Mondaze…
La scena post-rock italiana è sempre in grande fermento. Ma sempre rischia di vivere chiusa dentro una nicchia. Che percezione avete di tutto questo?
TEO
Ogni scena di genere musicale (post rock, shoegaze, hardcore) vive in una sua bolla e fatica tantissimo a uscirne, soprattutto in questo paese. Servirebbe più curiosità nel pubblico e coraggio nei locali nel proporre serate miste e interessanti. Ad esempio il nostro genere (dal mio punto di vista) è più apprezzabile e crea più proseliti in un contesto live, dove l’ascoltatore viene rapito dalla teatralità, dal flow e dalla dinamica delle composizioni. Ma la bolla di genere musicale non è l’unico limite, c’è anche la bolla territoriale (regionale, provinciale, cittadina). In questo paese non si riesce a uscire dalle bolle geografiche, le band lombarde girano in lombardia, le pugliesi in puglia ecc Mancano i locali che paghino e coprano i costi di un minimo di trasferta.
SIMONE
Sì, il post-rock è una nicchia, ma è una nicchia solida e molto identitaria. C’è un pubblico affezionato, fatto anche di tanti “nostalgici” degli anni 2000–2010, quando il genere viveva un vero fermento creativo. È una comunità viva, che continua a riconoscersi in questo linguaggio.La sfida è uscire dalla nicchia. Oggi tutto passa dalla comunicazione: i social hanno un ruolo decisivo e spesso l’immagine arriva prima della musica. Se non intercetti certe dinamiche visive e narrative, rischi di restare confinato in un circuito ristretto. È quindi una questione di scelte: stile, immagine, coerenza… C’è poi l’aspetto pratico dei live, come dice Teo: i luoghi in cui suonare e le condizioni per farlo. Noi cerchiamo di esserci quando veniamo invitati, ma è chiaro che spostamenti e viaggi devono essere sostenibili rispetto all’impegno richiesto.
Adesso siete un quartetto. Come a dire: amplificazione del suono e della vision o si cercheranno nuove strade?
LABO
In realtà siamo sempre stati un quartetto. Un po’ vacillante come line-up a volte, ma sempre un quartetto. Ora abbiamo due nuovi cambi nella formazione: Simone alla chitarra e Brambo alla batteria e sarà inevitabile che, grazie a loro, ci muoveremo anche verso altri territori. Lo stiamo già facendo con i brani ora in composizione.
SIMONE
Partiamo da una radice comune di ascolti e sensibilità: il post-rock è il linguaggio in cui oggi riusciamo a esprimerci insieme, ma non è un recinto. Ognuno porta il proprio mondo dentro il gruppo, e l’obiettivo è proprio contaminare quel linguaggio e spingerlo verso nuove sonorità.
TEO
E sicuramente lavoreremo anche su delle Visual da proiettare durante i live, Simone ha già iniziato a fare qualcosa….
SIMONE
Un’altra scommessa è ampliare l’esperienza: lavorare su piccoli cortometraggi, collaborare con videomaker, scrivere musica per immagini, costruire live sempre più immersivi dove suono e visual dialoghino davvero.
Ve lo chiedo perché ho trovato ampie connessioni con il passato dei vostri dischi… come a riprendere un discorso avviato. Sbaglio?
LABO
No, non sbagli. Leggo e sento spesso la frase “il ritorno dei Northway” ma in realtà non siamo mai realmente andati via. Eravamo solo stati bloccati dalla pandemia e da vari cambi di formazione. Queste cose ci hanno fatto perdere circa 3 anni degli ultimi 5.
TEO
Faticavamo a trovare un secondo chitarrista e anche Andrea il batterista storico stava per mollare a causa di impegni familiari. Un giorno ho preso l’ iniziativa, ho chiamato Labo e siamo andati insieme in Latteria Molloy a Brescia a vedere un concerto del compianto Paolo Benvegnù, cantautore che sia io che lui amiamo moltissimo, musicalmente e umanamente. Lì ho proposto a Labo di pubblicare l’ennesimo annuncio e ritentare a continuare. Poi è arrivato Simone e tutto è ripreso come per magia con estrema facilità.
Il futuro dei Northway? State lavorando al disco di questa nuova era?
TEO
Già questo EP è figlio della nuova era, anche se ha un forte legame con il passato. Ora stiamo lavorando su materiale nuovo e speriamo di uscire presto con un nuovo EP che sicuramente beneficerà maggiormente dell’apporto dei nuovi arrivati Brambo e Simo.
Dal vivo che sta succedendo per voi?
BRAMBO
Succede che il pubblico, composto spesso anche da gente non frequentante questo genere di musica, rimane ipnotizzato dal nostro sound. Ci gratifica perché vuol dire che il messaggio arriva diretto, anche alle orecchie meno attente.
LABO
Stiamo anche suonando live maggiormente rispetto al passato, complice anche questa nuova formazione più stabile e coesa sia come groove, impatto sonoro che come unità di intenti. Stiamo ottenendo anche molti riscontri positivi, di più di quanto ce ne aspettassimo. Tutto ciò è molto gratificante e rinvigorente: una sorta di seconda giovinezza della band.
SIMONE
Condivido tutto quello che hanno detto i miei compagni sul live. Aggiungo solo una cosa che succede dentro di noi: dopo i concerti, in camerino, ci abbracciamo in modo del tutto naturale. È come se l’energia del pubblico ci rendesse ancora più uniti. Ogni volta abbiamo la conferma che siamo davvero una band: prima di tutto un gruppo di amici che vuole divertirsi e stare bene insieme.
Tornano i Northway, formazione che oggi rinasce in forma di quartetto e ripesca dalle ceneri un suono post-rock ciclico e visionario, sospeso e mai impegnato in chissà quali determinazioni. E lo ritroviamo in un 45 giri digitale di due lunghe composizioni come da cliché del genere dentro cui in effetti c’è molto classicismo e poco futuro programmato… e la cosa ci piace assai. Un EP (la lunghezza totale dei due brani in fondo è quella) dal titolo “Impulse, Surrender!”, uscito di nuovo per la label abruzzese I Dischi del Midollo. Un viaggio esoterico, denso di nebulose ma anche, ad abbandonarsi un poco, rivelatore…
Nuova vita per i Northway… perché non elaborare nuove immagini e nuove facce?
Simo: Probabilmente non sappiamo se i Northway siano ripartiti dal punto in cui si erano fermati oppure se dei Northway sia rimasto solo il nome. Ci siamo incontrati nel desiderio di tornare a fare qualcosa che amiamo. Due di noi, Teo e Labo, arrivano dal passato della band, ma probabilmente nel tempo sono cambiati e, in un certo senso, sono nuovi anche loro. Accanto a loro ci siamo io e Brambo, che abbiamo smosso le acque portando il nostro linguaggio. Attualmente i Northway sono una specie di Torre di Babele in costruzione. Forse non inventeremo nulla di nuovo, ma abbiamo sicuramente qualcosa di diverso da raccontare. Forse siamo il risultato del tempo passato, delle nostre vite che sono andate avanti separate ma parallele e che oggi si incontrano di nuovo su queste note.
La scena post-rock secondo voi che salute sta avendo in questi tempi?
Simo: Oggi, personalmente, ascolto meno post-rock rispetto al passato. Nei primi anni Duemila, invece, ne ascoltavo moltissimo: era un periodo di grande fermento, anche in Italia, con diverse band capaci di essere interessanti perfino a livello internazionale. Oggi molte nuove uscite mi sorprendono meno, sia dal punto di vista compositivo sia da quello sonoro. Spesso ho la sensazione di ascoltare qualcosa che, in forme diverse, esisteva già vent’anni fa. Probabilmente il post-rock è diventato una sorta di “classico in vita”: un genere con un linguaggio ormai riconoscibile, un suono e un’atmosfera ben definiti. Resta comunque una musica di nicchia. Però ai nostri concerti vedo ancora tanti ragazzi curiosi: si avvicinano agli strumenti, osservano come lavoriamo con effetti e strumenti analogici, cercano di capire come nascono certi suoni. In questo senso chi fa post-rock oggi è un po’ come un dinosauro ancora in vita: una specie rara, ma ancora capace di incuriosire.
E in questi tempi di macchine intelligenti? Che tipo di rapporto avete con questo “futuro” tecnico?
Labo: Ho sempre preferito creare e registrare musica con altre persone e solo negli ultimi due o tre anni sto utilizzando programmi DAW per realizzare musica a casa con il PC e personalmente questo credo sia il mio approccio più tecnologico legato alla musica suonata. Nella mia pedaliera invece convivono effetti sia analogici che digitali ma nulla di ultratecnologico. Per quanto riguarda la musica ascoltata trovo comode le piattaforme di streaming audio ma preferisco sempre l’ascolto analogico di buon vinile.
Simo: Con le macchine intelligenti ho un rapporto curioso ma prudente. Voglio pensare che sarò sempre in grado di rallentare nonostante il futuro tenderà a correre sempre più veloce. La speranza è che, anche in mezzo a tutta questa tecnologia, ci sia sempre spazio per l’errore, per qualcosa di meravigliosamente imperfetto.
Un 45 giri digitale, come si usa dire oggi… la prefazione di un disco in arrivo?
Labo: L’idea di realizzare un lavoro di più ampio respiro c’è.. magari proprio un 45 giri. Dobbiamo ancora pensarci, o forse non dobbiamo pensarci troppo e semplicemente continuare la composizione dei nuovi pezzi e lasciare che la musica fluisca.
Brambo: Ci stiamo ancora conoscendo l’un l’altro dal punto di vista compositivo. Ci sono parecchie bozze del passato a cui stiamo provando dare una nuova identità. Il processo richiede tempo, ma l’intenzione è quella di registrare appena avremo materiale che soddisfi tutti e quattro. Simone: E stiamo anche lavorando a nuove cose. Ci piacerebbe pubblicare un disco anche domani, ma le canzoni richiedono tempo. Bisogna incontrarsi, limare le idee, registrarle. Siamo in una fase della vita in cui da un lato ci piace lasciare che le cose ci attraversino con calma, dall’altro non vediamo l’ora di ritornare in studio.
La psichedelia sembra dare soluzioni facili a chi non riesce a percorrere le vie del “didascalico”. Cosa ne pensate?
Simone: Sì, sono abbastanza d’accordo. Credo che sia più difficile fare pop, se fatto bene: strofa, ritornello, pochi minuti, ma devi saper arrivare dritto al cuore. È una forma di sintesi estrema. La nostra però non è psichedelia pura e improvvisata, dietro ci sono scelte precise e un lavoro pensato sulle strutture. Ci piace immaginare che in un nostro pezzo convivano più canzoni piccole capaci di smuovere qualcosa dentro.
Brambo: la psichedelia non sarebbe una scorciatoia ma un linguaggio diverso…è ciò che il linguaggio analitico non riesce a dire!
Come sta funzionando questa nuova dimensione di gruppo? Questa nuova identità di gruppo? Simo: ''Non posso mettere a confronto i “vecchi” e i nuovi Northway, perché sono entrato proprio dopo quel momento di stallo e in un certo senso rappresento io stesso una novità. Posso dire però che per me la dimensione della band è molto diversa dal mio progetto cantautorale, dove il rapporto con la scrittura è più intimo e solitario. Qui invece si torna un po’ alle origini: si entra in sala prove, si suona, si improvvisa insieme e da lì nasce la musica in modo più spontaneo e genuino. A volte il processo può essere più lungo, ma il bello sta proprio nel divertirsi e nel tornare a “giocare” con gli strumenti''.
Labo: ''Se dovessi definire con degli aggettivi questa formazione attuale direi: serena, stabile, unita, fraterna e cooperativa''.
Che poi avete molto ripescato certi modi del passato dei Northway o sbaglio? Teo: ''Abbiamo ripescato ciò che ci piaceva e funzionava. I nuovi membri alla fine hanno scelto di salire in barca perché amavano ciò che era stato fatto in passato, quindi era giusto partire da lì per poi evolversi. In realtà credo che l’evoluzione non è ancora completa e che sentiremo maggiori cambiamenti e l’impronta dei due nuovi membri nelle prossime composizioni''.
Labo: ''Sì, infatti… La struttura dei due ultimi pezzi era più o meno definita però i nuovi elementi hanno dato più “colore alla tela” per così dire, migliorando di gran lunga quanto già era in essere… Soprattutto in merito alla parte finale di ''Surrender'', ecco, quella è stata praticamente reinventata e ri-arrangiata da Simone e Brambo, i due nuovi elementi della band''.
Invece parlando di novità? La prima grande rivoluzione? Teo: ''La prima grande rivoluzione è una sala prova tutta nostra, o meglio tutta di Brambo,il batterista. Dopo anni e anni di prove in salette a ore, abbiamo la possibilità di stare tranquilli senza l’ansia degli orari, prenotazione, salette sempre occupate e con la comodità di avere i nostri amplificatori, i nostri suoni, ci possiamo registrare bene con parte della strumentazione già cablata, insomma una grande rivoluzione. Aggiungerei nelle rivoluzioni e migliorie la spillatrice professionale di birra di Brambo che, coadiuvata da boccali sempre freddi, ci coccola ad ogni prova''.
Torna una certa ciclicità… ma penso che arrivi anche un certo colore scuro nelle soluzioni rock… o sbaglio? Labo: ''Io da adolescente mi sono formato musicalmente con il post punk, il dark e la new wave… per quanto mi riguarda non ho mai abbandonato il colore scuro!''.
Simone: ''Sì, c’è sicuramente una certa ciclicità nella nostra musica, momenti in cui le distorsioni ruggiscono e altri in cui tutto si spegne e si lascia spazio al respiro. È vero che c'è anche un colore più scuro in alcuni momenti, qualcosa che scende nelle profondità e riflette l’angoscia del tempo che stiamo vivendo. Dopo la pausa e le riflessioni del periodo del Covid, ci siamo ritrovati in un mondo ancora più confuso e inquieto, e questo inevitabilmente entra nella nostra musica. Però accanto a quella profondità cerchiamo sempre di far emergere anche melodie luminose, quasi come un gesto di reazione: l’idea del disco è proprio questa, trovare una spinta per riemergere da questo “medioevo” contemporaneo''.
Si torna a dar voce ad un progetto che rischiava la deriva. Perché riportarlo in vita e non cambiare identità vista la nuova formazione?
TEO: Ero convinto che i Northway avessero ancora qualcosa da dire e pur restando una piccola realtà negli anni ci siamo costruiti un gruppetto di estimatori e seguaci, quindi per me il NOME e il PROGETTO meritavano un proseguimento. Abbiamo avuto un lungo momento di stallo e la resa è stata una tentazione. Ma quando ho chiamato e proposto a Labo di tornare, tutto si è rimesso in moto come per magia e i nuovi innesti hanno ridato forza, energia e aperto a un nuovo immaginario. Io sono membro fondatore di questa band e amo quello che facciamo, non vorrei fare altro.
LABO: I due nuovi musicisti, Brambo alla batteria e Simone alla chitarra, avevano molto apprezzato i nostri lavori precedenti. E’ stato naturale anche per loro proseguire il discorso musicale già esistente, discorso che in futuro andrà di sicuro ad ampliarsi grazie al loro bagaglio musicale, stilistico e umano.
Quanto le due nuove maestranze hanno alterato e quanto invece hanno rispettato il suono originario dei Northway?
TEO: Fino a qui abbiamo rispettato il suono originale dei Northway portandolo a un’evoluzione, abbiamo aperto alle influenze dei nuovi componenti e ci siamo lasciati andare inserendo suoni e parti dove in passato ci saremmo limitati per rimanere più coerente al genere e al “classicismo” del post rock. Secondo me però l’impronta dei nuovi arrivati non si è ancora espressa del tutto e solo nei pezzi che stiamo componendo ora verrà fuori il vero potenziale di questa nuova formazione.
SIMONE - Capisco l’osservazione: negli ultimi anni il post-rock non ha fatto grandi passi avanti e spesso le strutture si somigliano, rendendo difficile trovare una forte identità o veri scarti creativi. Io stesso ho ascoltato molto post-rock tra il 2000 e il 2010, quando il genere era in pieno fermento, ma oggi lo ascolto pochissimo e vengo da percorsi musicali molto diversi. La nostra scelta non nasce dal voler innovare a tutti i costi il genere, ma dal piacere di suonarlo. È, in parte, una scelta egoistica: suoniamo questa musica perché ci diverte e perché è un linguaggio comune che ci permette di esprimere emozioni che ci rappresentano. Forse a volte è più divertente suonare un disco post-rock che ascoltarlo, ma per noi è una sorta di “giostra” in cui far confluire i nostri mondi personali. Ognuno porta influenze diverse: dal pop italiano allo shoegaze, dalla new wave più scura allo stoner, fino a suggestioni più glam. Magari nella totalità della canzone non si percepisce subito una distanza netta dal genere, ma nelle microstrutture, nei dettagli, nelle sfumature degli arrangiamenti emergono le nostre personalità. La vera sfida, ora, è rendere questi micro-mondi ancora più evidenti, farli arrivare all’ascoltatore in modo più diretto e immediato, senza perdere la coerenza del nostro suono (o forse sì, non importerà).
LABO: Attualmente siamo e rimaniamo prevalentemente un gruppo post-rock ma, rispetto ai lavori passati, abbiamo attinto meno al classico post-rock per aggiungere tocchi più personali derivanti dai nostri ascolti. Oltre ai già citati new wave, shoegeaze, aggiungerei anche un po’ di dark, grunge, dreampop, psichedelia, drone, ambient…. Se invece intendi dire che non stiamo inventando nulla di nuovo ti do pienamente ragione. Ma non siamo i Radiohead, i Talking Heads nè facciamo parte delle avanguardie sperimenti alla Cage, La Monte Young, Terry Riley… Siamo una band che sta suonando la musica che ci piacerebbe sentire. E poi in fondo, c’è davvero la necessità di inventare sempre qualcosa di nuovo? Di cercare di inventare qualcosa di meglio? In fondo "Il meglio è nemico del bene"
Visionario il suono e la forma… ma un video? Ce lo saremmo attesi…
TEO: Sì ci abbiamo pensato non lo nego, ma la spesa non è indifferente e in un auto produzione come la nostra ogni spesa va misura e ponderata. Oltre tutto facendo pezzi non certo “cortissimi” come i nostri c’è tanto video da girare e riempire. Però abbiamo preparato delle visual da utilizzare come sfondo nei nostri live, cosa molto importante nel nostro genere. Questo ultimo upgrade è merito di Simone che si diletta ed è molto bravo anche in questo campo.
SIMONE - La nostra musica nasce per evocare immagini, soprattutto quelle che ognuno si costruisce dentro mentre ascolta. In questo senso ci piace pensare che possa avere anche una dimensione cinematografica. Personalmente amo lavorare con immagini e video, ma sono consapevole che quello del videomaker è un mestiere complesso (io sono un amatore ma ringrazio Teo e gli altri per la stima e la fiducia). Sto cercando di curare delle visual per i nostri live, e magari da lì potrà nascere qualcosa da sviluppare. Però per un brano di otto minuti realizzare un video all’altezza non è semplice, quindi vogliamo prenderci il tempo giusto.
Due brani così starebbero bene dentro i solchi di un vinile. Ci avete pensato? LABO: Il desiderio di realizzare un vinile alberga sempre dentro di noi. Per questo ultimo lavoro però, data la lunghezza dei pezzi, avremmo dovuto optare per un 33 giri.. ma un 33 giri per due soli brani è uno spreco di materiale fossile oltre che ad avere un costo molto alto e che avremmo dovuto fare gravare sulle tasche dei nostri ascoltatori. Però in futuro, un LP da 33 giri con 5 o brani.. perché no?
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Bentornati su system failure. Secondo voi cosa è cambiato per voi a livello di sonorità e stile dai tempi di The Hovering?
Labo: Rispetto al disco precedente abbiamo abbandonato i lidi calmi e abituali del post-rock classico per veleggiare verso sonorità più shoegaze e post-punk. Non è stata una scelta fatta a tavolino né un azzardo, ci siamo semplicemente sentiti più liberi di seguire le nostre inclinazioni musicali abbandonando inutili zavorre mentali e musicali e navigare verso l’altrove. Mi rendo conto che sto utilizzando dei termini marinareschi e nel nostro precedente album The Hovering in copertina c’era un galeone.. ma così è stato!
Teo: Ogni nuovo ingrediente cambia il sapore della preparazione e quindi il cambio di formazione ha portato con sé nuove sonorità, colori e gusti. Poi certamente come dice Labo ci siamo sentiti più liberi di fare e sperimentare. Personalmente (sto per dire un’eresia pesante lo so) mi sto facendo ispirare da Einaudi in alcune scelte compositive. E questo si ripercuote nella minore linearità dei brani, il cercare meno dei grandi crescendo e dei finali esplosivi classici nel nostro genere di riferimento.
“Impulse, Surrender!”. Lo potete presentare ai nostri lettori?
Simo: “Impulse, Surrender!” vuole raccontare lo scatto che rompe la resa, quella resa che a volte sfianca e lo slancio che a volte annebbia la ragione e ti fa fare cose non del tutto programmate. “Impulse, Surrender!” nasce lì, in quella frattura tra resa e ripresa. È la nostra risposta alla tentazione di fermarsi: nuova musica, nuova energia, un ritorno che però ha il sapore forte di una partenza.
Teo: C’è tanto sudore, amore, fatica in questo EP. Ci saremmo dovuti arrendere mille volte e abbandonare tutto, ma non l’abbiamo fatto. Testardaggine, stupidità o solo un gesto di amore per quello che facciamo, per quello che ci fa stare bene? Alla fine si suona un po’ per questo no? Poi c’è sempre la speranza che quello che facciamo possa fare stare bene qualcun altro, possa regalare un momento di poesia in un momento grigio, un po’ di serenità in mezzo al delirio quotidiano o un semplice sottofondo per un sogno ad occhi aperti. Quindi è questa la presentazione dell’EP vedetelo come un gesto di amore per ogni ascoltatore.
Cosa rappresenta l’artwork del disco?
Simone: L’artwork del disco rappresenta il passaggio tra l’immobilità e l’azione, tra il restare fermi e la scelta di alzarsi di scatto, perdere l’equilibrio, lasciarsi andare e lanciarsi dal punto più alto del mondo. Nasce dall’ascolto del nostro EP da parte di Renée Kohl, un’amica e artista che si è lasciata guidare esclusivamente dalle sue sensazioni, traducendole in colore. Luce bianca e blu emergono da un fondo di ombre, creando un contrasto intenso e suggestivo. Renée ha voluto raccontare visivamente le emozioni che ha provato ascoltando per la prima volta la nostra musica. L’ha trasformata in una narrazione intima e istintiva.
La musica è certamente un viaggio interiore….Potete commentare queste mie parole?
Brambo: La musica accompagna chi ascolta in territori personali e unici: la stessa melodia può evocare nostalgia in qualcuno, calma o ansia in un altro. In questo senso, il viaggio non è guidato dalla musica stessa, ma da ciò che ciascuno porta dentro di sé.
Labo: Credo che la vita di ogni essere umano sia in buona parte proiettata verso l’esterno (affetti, socialità, eccetera) ma debba assolutamente contenere un interiore ricerca di sé. Siamo Uno e siamo parte del Tutto. La musica può essere un esempio di questo: posso assistere ad un concerto di Nick Cave e in quel momento condividere l’emozione con gli altri 10.000 spettatori del pubblico ma ogni persona, nella condivisione comune sta vivendo anche delle sensazioni proprie che sono uniche, personali e non condivisibili.
Simone: Quando ascolto musica, compongo o suono su un palco, svanisco. Mi sottraggo al mondo brutale che ogni giorno ci aggredisce con immagini e rumori inutili e approdo altrove, in un luogo più genuino. Più che “viaggio interiore”, forse mi piace pensare alla musica come a uno strano macchinario che smonta il corpo in particelle impercettibili e le rimette in circolo, mescolandole con tutto il resto.
Cosa significano per voi improvvisazione e composizione e quali sono, per voi, i loro rispettivi meriti?
Brambo: L’improvvisazione porta vita, sorpresa e respiro alla composizione; la composizione offre all’improvvisazione una direzione precisa. Il merito dell’improvvisazione é quello di esplorare territori comuni a noi quattro, in quel preciso momento. La composizione invece é dare un senso preciso a ciò che abbiamo prodotto.
Labo: All’inizio di ogni prova improvvisiamo sempre: lo facciamo per regolare volumi ed equalizzazioni e spesso parte di queste improvvisazioni diventano poi bozze per nuovi brani. Solitamente questo è il nostro modus operandi. C’è però anche da dire che da quando Simone è entrato nella band e abitiamo distanti utilizziamo anche il PC con relativi software DAW per buttare giù delle idee e comporre a distanza…
Simone: Si, a volte capita di comporre da casa. Questo rende il lavoro in sala prove più consapevole: offre delle basi solide su cui muoversi, dei punti di riferimento che permettono di andare dritti all’essenziale. A casa si semplifica, si screma, si arriva al cuore delle idee. Poi, in sala, l’improvvisazione completa il processo. È lì che ci arricchiamo davvero, come se ognuno di noi entrasse nell’altro. A quel punto gli strumenti smettono di essere voci separate e iniziano a parlare la stessa lingua. Più spesso invece si parte dall’improvvisazione in sala prove, che è un po’ come camminare ad occhi chiusi: credi di sapere dove vuoi andare, ma poi apri gli occhi e ti ritrovi da tutt’altra parte. Così il viaggio stupisce quanto la meta.
Quale è la vostra massima ambizione come artisti?
Labo: A livello viscerale e basico direi quella di creare un contatto con le altre persone, con gli ascoltatori. Dare e ricevere emozioni.
Teo: Ci piacerebbe che la nostra musica arrivasse a più persone possibili. Rimarremo sempre un gruppo di nicchia: non siamo e non saremo mai accessibili a tutti, però vorrei portare quello che fa stare bene noi a far stare bene più persone possibili. E non solo con ascolti su CD o in streaming… ci piace moltissimo anche la componente live, quindi anche in questo ameremmo estendere il bacino dei nostri ascoltatori. Per assurdo penso che il nostro genere possa essere maggiormente apprezzato da chi non lo conosce in un contesto live piuttosto che su disco. L’alchimia di suoni, i crescendo e i calando e le varie sfumature musicali che creiamo in un contesto live rapiscono più facilmente chi non è avvezzo al genere.
Quale messaggio volete trasmettere con la vostra musica?
Simone: Questo EP è un piccolo messaggio nella bottiglia con scritto: esci fuori, vivi emozioni reali.
Oggi è fondamentale incontrarsi davvero, di persona: riconoscersi in una canzone, ascoltarla con un amico in macchina, parlarne fino a notte. La musica suonata dal vivo, i concerti nei locali insieme agli amici, lo scambio di un CD che ci piace, trasferirne le impressioni: vivere la musica così, oggi, è una forma di resistenza.
Nel vostro cassetto, ricco di sogni, cosa è nascosto?
Simone: Un altro cassetto ricco di sogni…
Labo: …con all’interno un altro piccolo cassetto ricco di sogni più piccoli ma non meno importanti…
Brambo: suonare tanto, tantissimo dal vivo. É sul palco che avviene lo scambio di energie tra noi e gli ascoltatori.
Teo: mi piacerebbe molto avere più tempo per poter fare quello che amo maggiormente cioè suonare e comporre musica. Sogno una casa con uno studio dove suonare quando voglio e il tempo per poterlo fare. Sogno di poter fare un’altro disco con i Northway, ogni volta mi dico che è l’ultimo, ma dentro di me non ci credo mai. Mi limito a questo, altrimenti cado in un sempre abusato, seppur vero: “la pace nel mondo”.
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