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interviste MOTUEKA

 

 

Si torna al suono suonato… si torna in America tra le distorsioni e le sospensioni distopiche che riciclano visioni di società ormai dentro nuovi equilibri di rinascita. E dentro questo nuovo disco dei Motueka non mancano anche tonalità scure di metale con pareti di distorsione compatte e mai troppo ingombranti… come fossero bordoni – e qui penso su tutti al brano “Orbital”. Eccolo “Pareidolia”, il nuovo capitolo della formazione italo-belga che in primavera o giù di li torna anche nel nostro paese con il tour…

Il crossover americano la fa da padrone. Mi sarei atteso anche dei ricami rap dentro il disco?
Le influenze americane fanno sicuramente parte del nostro bagaglio, soprattutto per quanto riguarda l’energia e il modo di costruire certe dinamiche, ma se una delle due chitarre ha un’attitudine molto “newyorkese”, l’altra guarda decisamente di più al mondo inglese, tra shoegaze e cold wave.Più che aprirci al rap, in questo momento sentiamo il bisogno di approfondire la nostra identità tra chitarre, voce e una componente atmosferica forte: preferiamo esplorare a fondo questo territorio prima di allargarci ad altri linguaggi.

Questo lavoro mi riporta alle notti consumate dentro i centri sociali. Oggi che scenario ritrovate attorno ad un disco simile?
Che scena musicale e di live c’è capace di accogliere questo suono?
Se il disco evoca quell’immaginario per noi è un complimento: c’è un lato viscerale e “di pancia” che appartiene anche a quella storia. Oggi vediamo una scena più frammentata, ma anche molto curiosa: spazi indipendenti, piccoli club, festival attenti alle contaminazioni sono i luoghi dove il nostro suono trova più facilmente casa.

Arriverete in Italia presto… in merito che tipo di lavoro e di ricerca state facendo? Che luoghi vorreste visitare?
Stiamo cercando date in Italia per fine marzo, con l’idea di costruire una mini tournée che ci permetta di incontrare davvero chi ha scoperto Pareidolia. Ci piacerebbe toccare sia città con una scena consolidata, sia realtà più piccole ma ben curate, dove il rapporto con il pubblico è diretto e il rischio di “suonare in automatico” non esiste.

Parlando di ispirazioni: film e libri che stanno dietro questo disco? Se ce ne sono…
Oltre alla musica, ci nutriamo molto di immagini e narrazioni: il quadro Due scimmie incatenate di Bruegel è stato centrale per Chained Monkey, così come certa fantascienza più esistenziale ha influenzato lo sguardo di brani come Orbital. In generale ci ispirano le storie che mettono l’essere umano di fronte ai propri limiti, che siano in un libro, in un film o in un quadro.

“The Remedy” mi colpisce: uno strumentale che rompe le abitudini di tutto e in qualche modo sfoggia anche le uniche soluzioni elettroniche del disco… che momento dell’ascolto è?
“The Remedy” per noi è come un respiro trattenuto prima dell’ultima parola: una parentesi post rock che sospende il tempo e prepara il terreno al finale più crudo de I Guardiani del Tempio. Le sfumature elettroniche non sono lì per cambiare pelle al disco, ma per amplificare la dimensione emotiva di quel passaggio.

E poi il brano in chiusa, in italiano: perché questa scelta? E anche qui si vira verso sonorità Metal decisamente più classiche ancora…

Chiudere in italiano è stata una scelta istintiva ma molto sentita: alcune cose, soprattutto quando toccano temi politici e sociali, ci sembravano più oneste dette nella nostra lingua. Sul piano sonoro è vero che affiorano elementi più “classici”, ma non è un passo indietro: è il modo più diretto che abbiamo trovato per dare peso alle parole, senza filtri.

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Cercare sentieri nuovi restando pur sempre connessi con quella terra ferma che conosciamo. Pizzico di grunge e qualche soluzione metal, droni e colori scuri e poi, come sempre, l’immancabile pop “americano” che non deve distogliere dalle intenzioni. Sono i Motueka, formazione di stanza in Belgio che vede l’italiano Paolo Orlandi alla voce… come italiana è la label I Dischi del Minollo che pubblica questo loro nuovo disco dal titolo “Pareidolia”: sembra un miscuglio di cose sentite ma allo stesso tempo c’è un suono potente e istintivo che dimostra tantissima personalità. La ricerca non si fa attendere, smantellando appena il percorso della forma canzone e regalandosi qualche fuori pista strumentale davvero interessante. Sono percorsi…

Un rock che vira spesso dentro trame pop. Quanto prendete dalla scena belga e quanto da quella italiana?
Più che pop in senso stretto, il nostro rock cerca melodie capaci di catturare l’orecchio, elementi riconoscibili che restano impressi, ma sempre intrecciati a trame noise e alternative. Ci piace pensare a questi brani come a ganci emotivi immersi nel caos sonoro, qualcosa che ti prende mentre tutto attorno vibra e si muove. Dalla scena belga assorbiamo soprattutto l’energia cruda e DIY, una certa freddezza ritmica e attitudine diretta; dalla scena italiana, invece, arriva il lato più viscerale, emotivo e melodico del noise e del post-rock. È un equilibrio naturale, un ibrido 50/50 che sentiamo profondamente nostro, radicato anche nel nostro percorso e nel nostro “sangue misto”.

Restando su questo tema: perché una chiusa affidata a un brano in italiano? Sembra rompere le abitudini… quasi un momento viscoso.
La scelta di chiudere l’album con un brano in italiano è stata molto ponderata. Avevamo bisogno di affrontare un tema attuale e sensibile, qualcosa che ci tocca da vicino, e farlo nella lingua del cantante ci permetteva un livello di autenticità ed esposizione emotiva più profondo. È una rottura consapevole delle abitudini, sì, ma anche un modo per rendere quel momento più denso, intimo, quasi viscoso. Non è però un episodio isolato: nella seconda parte di “One Trillion Cells” emerge lo stesso approccio, dove la lingua diventa uno strumento espressivo ulteriore, capace di scavare più a fondo.

Parliamo di suoni: nella ricetta c’è qualche ingrediente particolare?
Sul piano sonoro c’è stato un lavoro molto ampio. Nei sei brani utilizziamo quattro accordature diverse, proprio per evitare qualsiasi automatismo e mantenere viva la ricerca. Abbiamo sperimentato con strumenti e pedali boutique, cercando colori specifici e identità timbriche precise: intrecci con una seconda chitarra baritona, distorsioni liquide, ma anche muri granulari più compatti, che non servono solo a “riempire”, bensì a dipingere emozioni e visioni. Per noi la ricerca sonora non è un vezzo, è parte integrante della scrittura.

Dal vivo si torna a suonare il suono, non a programmarlo. Anche il disco è stato fatto così?
Assolutamente sì. Dal vivo tutto è suonato, senza alcuna programmazione digitale, e lo stesso approccio è stato mantenuto in “Pareidolia”. Il disco nasce da ore di prove e concerti, e ne cattura l’energia umana, il respiro collettivo, le imperfezioni vive che rendono ogni esecuzione diversa. È una sorta di trascrizione diretta di quell’esperienza, un rifiuto consapevole di un suono troppo freddo o controllato, a favore di qualcosa di più organico e reale.

La sperimentazione strumentale ritorna spesso, come in “Chained Monkey”. Per voi cosa significa, e dove vorreste spingervi ancora?
La sperimentazione, anche in un brano come “Chained Monkey”, per noi è fondamentale proprio perché può esistere all’interno di una forma più accessibile, capace di comunicare in modo diretto senza rinunciare alla ricerca. Ci interessa molto lavorare su questo equilibrio tra struttura e libertà, tra immediatezza e tensione sonora. Guardando avanti, ci girano sicuramente in testa idee più noise, più impattanti, forse anche più estreme, ma tutto dipenderà dalle emozioni che vivremo in quel momento. È sempre quello stato emotivo, prima ancora di qualsiasi scelta stilistica, a guidare la direzione della nostra musica.

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“Pareidolia” accarezza tanto del sapore anni ’90 e primissimi 2000 che tanto farà bene a certe anime nostalgiche. Sono i Motueka, band che di base in Belgio sfoggia una lead voce a firma di Paolo Orlandi tutta italiana. Come italiana è la label, I Dischi del Minollo. Ed eravamo appunti in attesa del loro tour italiano che per motivi di salute di uno di loro è stato solamente rimandato a data da destinarsi. Intanto il disco dicevamo: un bel sapore alternative che dentro ci stanno bene anche colori grunge, modi metal e costruzioni pop che accolgono anche le abitudini di un popolo più “abitudinario”. E in fondo, come ci racconta anche il titolo, è sempre una continua ricerca di quel che in parte ci somiglia…

Dal Belgio all’Italia… passando per il resto del mondo. Come si presenta ai vostri occhi la scena dell’alternative rock? Sta in salute o no?

La scena rock alternativa continua a esprimere gruppi di grande valore, anche se oggi fatica a imporsi come faceva negli anni ’90. Schiacciata dal predominio del pop elettronico e della trap, non domina più il mainstream, ma resiste grazie a un sottobosco alternativo vivo, ricco di talenti autentici e sorprendenti. Il rock alternativo non guida più le classifiche come un tempo, ma sopravvive e si rinnova nelle nicchie underground, dove trovano spazio suoni più complessi e live intensi e passionali, lontani dal boom commerciale dei ’90. In questo contesto, il recente rilancio del post-punk ha dato nuova linfa al panorama alternativo. Vedere giovani artisti belli, arrabbiati e sinceri riaccende la speranza: portano con sé una rabbia fresca e viscerale, pronti a emergere dal sottobosco e a ridare voce a un’urgenza musicale autentica.

Da una parte la copertina che sembra una porta che ci separa dall’inferno, dall’altra la morbidissima aria romantica di un brano come “Hold On”. Qual è la vera faccia dei Motueka?

Non crediamo esista una sola “vera faccia” dei Motueka. Come nella vita, tutto dipende da ciò che si sta vivendo e da quello che si sente il bisogno di esprimere in un determinato momento. Pareidolia nasce proprio da questa idea: emozioni contrastanti che convivono, senza la necessità di scegliere una direzione unica. La copertina, che può sembrare una porta sull’inferno, rappresenta la parte più oscura, tesa e istintiva del nostro suono, quella che emerge nei momenti di rabbia, inquietudine o conflitto interiore. Brani come Hold On, invece, mostrano l’altro lato: più fragile, intimo e romantico, dove c’è spazio per la sospensione, la melodia e la vulnerabilità. Entrambe queste dimensioni sono autentiche. Pareidolia non vuole dare risposte definitive, ma riflettere stati d’animo diversi, lasciando che sia chi ascolta a riconoscersi in una sfumatura piuttosto che in un’altra. La vera faccia dei Motueka, se esiste, sta proprio in questa continua oscillazione tra luce e ombra.

Come avete cercato i suoni e il colore delle distorsioni?

Tra tragici orizzonti e spiragli di luce, per restare visionari… Per i suoni e le distorsioni passiamo ore a sperimentare, testando pedali diversi e cercando timbri specifici per dare un colore preciso alle emozioni. Usiamo distorsioni calde e liquide per i momenti più dreamy, e suoni più taglienti e granulari per raccontare tensioni e orizzonti tragici. Non seguiamo formule predefinite, ma un processo di sperimentazione tattile e istintiva, cercando visioni sonore vive e personali. È così che nasce il nostro lato più visionario.

Visionari, appunto. Il disco è ricco di immagini e suggestioni. Eppure, pensando al video di “Chained Monkey”, non ci si aspetterebbero immagini così “pop”, così chiare…

“Chained Monkey” è ispirata al dipinto di Bruegel “Due scimmie incatenate”, riletto in chiave esistenziale e autobiografica. Nel video abbiamo cercato di scindere le due scimmie attraverso un alter ego che lotta contro le catene per ricongiungersi alla propria altra anima. Il tutto è stato girato in Abruzzo, una scelta a cui tenevo particolarmente, perché è la mia regione. Se il risultato possa sembrare “pop”, lasciamo che ognuno trovi la propria interpretazione e la propria visione.

Tra poco arriverete live in Italia. Qualche data in programma?

Eravamo pronti a tornare live in Italia verso la fine di marzo, ma purtroppo un problema di salute di uno dei membri della band ci ha costretti a fermarci per qualche mese. È stata una decisione necessaria, anche se non facile. Stiamo però già lavorando per riprogrammare i concerti in autunno, indicativamente a ottobre. Ci sarà da aspettare ancora un po’, ma speriamo che la pazienza venga ripagata. Nel frattempo, se ascoltando il nostro disco “Pareidolia” ci saranno festival o locali interessati, saranno più che benvenuti: l’Italia sarà sicuramente una delle prime tappe del nostro ritorno live.

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Tornano in Italia che è parte delle loro radici. Chiudono anche in italiano questo nuovo disco, “Pareidolia” uscito per la label abruzzese I Dischi del Minollo. E dentro il nuovo suono dei Motueka esiste quel sapore acido di un artigianato in bilico tra post-rock, psichedelia e metal. Il tutto senza vietarsi soluzioni pop (americane sempre) come dentro il singolo “Chained Monkey”. Bordi ruvidi, soluzioni estempronaee fatte di ricerca e di evasione dai cliché. Il tutto nel sapore distorto di colori scuri, metallici, di quel rock che vive a due passi da scenari gotici… eppure, tra cassa e timbrica vocale, ci sta bene il rimando a belle hit radiofoniche alla Nickelback…

In Italia spesso torniamo sul concetto di “suono-suonato”. Tante nuove produzioni, sia di emergenti che di progetti più vissuti, tornano a suonare più che affidarsi ad intelligenze artificiali. Accade questo anche dentro “Pareidolia”. Per voi il futuro che suono avrà?
Per noi il “suono-suonato” resta centrale: Pareidolia nasce in sala prove, da strumenti veri, respiri veri e anche dagli errori che decidiamo di tenere perché hanno vita dentro. La tecnologia è un alleato, non un sostituto: il futuro che immaginiamo è un incontro tra carne e silicio, dove l’elemento umano continua a restare al centro del processo creativo.

Se non erro, noto tanto classicismo dentro il mix e la pasta sonora che arreda il disco. Nella ricerca come avete lavorato sul suono e sulla vostra identità? Sembra abbiate più concentrato il tutto nel ricalcare certi stilemi assai noti… o sbaglio?
È vero che ci sono radici molto riconoscibili: veniamo da ascolti che vanno dal post-rock al noise, dall’alternative anni ’90 a certo classicismo wave. Più che “ricalcare” degli stilemi, abbiamo cercato di assorbirli e piegarli al nostro modo di scrivere, lavorando tanto sulle dinamiche e sull’intreccio tra chitarre e sezione ritmica per trovare una firma che fosse nostra.

Ve lo chiedo anche perché forse è una scelta legata anche al titolo che avete dato al disco. Riconoscere come familiari stimoli altri…
Assolutamente sì: “Pareidolia” parla proprio di questo meccanismo, del bisogno di riconoscere qualcosa di familiare anche dove in realtà c’è ambiguità o caos. Giochiamo con riferimenti sonori e stilistici che possono sembrare “familiari”, ma li usiamo per spostare leggermente la prospettiva e far emergere altro, a volte più disturbante, a volte più fragile.

E bella questa copertina. Sembra un volto che piange… a proposito di riconoscere come familiari cose esterne…
È un lavoro del nostro caro amico fotografo Loïc Warin, fantastico artista Urbex: ci ha colpito immediatamente questa porta di uno stabile abbandonato, sembrava già di per sé raccontare una storia. Ci piaceva l’idea di un’immagine che a prima vista rimanda a un volto, a qualcosa di profondamente emotivo, ma che in realtà è molto più astratta, proprio come la nostra musica lascia spazio perché ognuno ci veda il proprio volto, il proprio dolore, la propria crepa.

E in questo tempo digitale, la distorsione delle cose è un punto centrale del nostro quotidiano. Come vi rapportate a questo?
Nel suono cercate verità o comunque sposate la “distorsione” del normale?
Nel suono cerchiamo una verità emotiva, non documentaristica: non vogliamo riprodurre fedelmente una stanza, ma l’impatto di quello che succede dentro chi ascolta. La distorsione è uno strumento: la usiamo per esagerare, deformare, ribaltare le prospettive, soprattutto quando i temi sono scomodi o rischiano di essere normalizzati.

Sarete in Italia dal vivo quanto prima: cosa ci attende? Ci sono già le prime date?
Stiamo effettivamente lavorando per organizzare alcune date in Italia a fine marzo, come una sorta di mini tournée, con l’idea di tornare anche in seguito se se ne presenterà l’occasione. Siamo assolutamente aperti a proposte: chi sente vicino il nostro mondo e pensa che potremmo funzionare nel proprio contesto può mettersi in contatto con noi.

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ROMA MAGAZINE 

Una mistura in bilico tra Belgio e Italia. Una mistura in bilico tra metal e rock alternativo di quelli veraci. Ci sono mille sfumature e nel singolo “Chained Monkey” anche belle e internazionali sfumature di pop… come anche una chiusa in italiano che un poco disorienta e un poco restituiscono un agio e una padronanza alla voce (che di origine è Abruzzese) che fanno suonare questo nuovo disco dei Motueka in modi che forse non avevamo previsto. Il nuovo disco è “Pareidolia” e il tour italiano per ora è solo rimandato… scopriamo perché…

“Pareidolia”… dentro stimoli ambigui, rintracciare forme a noi familiari. Come approdate a concetti simili?
Il concetto di pareidolia ci ha colpiti perché descrive perfettamente il modo in cui viviamo la musica e, più in generale, la realtà. Partiamo spesso da stimoli ambigui, da sensazioni non completamente definite, lasciando che siano le emozioni, le esperienze personali e l’ascolto a dare forma a ciò che emerge. Nel disco non volevamo raccontare storie chiuse o messaggi univoci, ma creare spazi sonori in cui ognuno potesse riconoscere qualcosa di proprio, esattamente come accade quando la mente trova figure familiari nel caos.

Il noise dei Motueka cerca sfumature pop ma anche metal. Due opposti interessanti. E ci trovo comunque fortissimi agganci a un certo classicismo. Sbaglio?
Non sbagli. Ci interessa muoverci tra estremi diversi senza rinnegare le nostre radici. Il noise è la nostra base espressiva, ma non disdegniamo strutture più accessibili, melodie pop o momenti più duri e metallici. Allo stesso tempo, siamo cresciuti con un certo classicismo alternative e rock anni ’90 che inevitabilmente riaffiora. Non lo vediamo come un limite, ma come un linguaggio comune da cui partire per spingerci altrove, contaminando e deformando ciò che ci è familiare.

A proposito di “fuori pista”: uscite dal seminato del disco con un brano strumentale come “The Remedy”. Perché queste parentesi?
“The Remedy” nasce come un momento di sospensione. Non è una rottura netta, ma una pausa necessaria all’interno del flusso del disco. Lo strumentale ci permette di togliere il peso delle parole e lasciare che siano solo i suoni a parlare, creando uno spazio di riflessione, quasi di respiro, prima di ripartire. È un passaggio che aiuta anche l’ascoltatore a riorientarsi emotivamente.

La chiusa in italiano appare più tagliente, con una linea vocale più immersa nelle dinamiche. Sembra quasi il vostro habitat naturale. Che ne pensate?
Cantare in italiano è stato un gesto istintivo, non strategico. Quel brano richiedeva una forma di espressione più diretta, più viscerale, e la nostra lingua madre ci permetteva di entrare meglio nelle dinamiche del pezzo. È vero, forse lì il nostro suono appare più a fuoco, più “a casa”, ma non lo viviamo come una scelta definitiva. È semplicemente una delle possibilità espressive che Pareidolia ci ha messo davanti.

Vorrei sottolineare “Orbital”, con quei suoni ciclici e ricorsivi davvero affascinanti. Phaser? O cos’altro?
In “Orbital” la componente ciclica e ricorsiva è centrale fin dall’idea iniziale del brano. Nella nostra ricerca quasi maniacale di suoni ed effettistica abbiamo deciso di partire da un modulatore Moog e da un theremin, strumenti che evocano immediatamente una dimensione spaziale e sospesa. Non volevamo un semplice effetto decorativo: il movimento del suono doveva suggerire un’orbita continua, qualcosa che gira, ritorna e si trasforma lentamente. Il Moog ci ha permesso di lavorare sulle modulazioni in modo organico, mentre il theremin ha aggiunto quella componente instabile e “umana” che rende il suono meno prevedibile, quasi fluttuante. A questi elementi abbiamo poi affiancato phaser, delay e filtraggi progressivi, stratificando le parti fino a creare una sensazione ipnotica e circolare. In Orbital l’effettistica non è solo un colore, ma diventa parte integrante della scrittura stessa del brano, contribuendo a costruire una vera e propria visione dello spazio, più emotiva che descrittiva.

Il tour toccherà anche tappe in Italia, viste le origini del cantante? Cosa dobbiamo attenderci e dove?
Sì, certamente. L’Italia è una tappa fondamentale per noi, sia per le origini del cantante sia per il recente ingresso nel roster dell’etichetta I Dischi del Minollo, che ha rafforzato ulteriormente il nostro legame con il Paese. Eravamo pronti a tornare live in Italia già in primavera, ma un problema di salute di uno dei membri della band ci ha costretti a fermarci temporaneamente. È stata una scelta necessaria, anche se difficile. Stiamo però già lavorando per riprogrammare le date in autunno, indicativamente a ottobre, e l’Italia sarà sicuramente una delle prime tappe del nostro ritorno live. Dal vivo porteremo un set intenso e molto fisico, dove i brani di Pareidoliaprenderanno una forma ancora più istintiva e diretta. Nel frattempo, se ascoltando il disco ci saranno festival o locali interessati, ci farebbe davvero piacere anticipare qualche data italiana anche prima dell’autunno.

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C’è di tutto dentro il nuovo disco dei Motueka, c’è il grunge, il noise, c’è la maschera italiana con il suo pop, ci sono lunghi sentieri sonori con casse dalla punta severa, con modi sospesi quasi distopici, quasi shoegaze… c’è il colore scuro del metal... “Pareidolia” è un lavoro che riporta in auge il classicismo della formazione belga, ancorata a questi anni ’90, ancorata a stilemi di grandi percorsi mainstream. Cerchiamo di indagare da vicino un lavoro che onestamente mi trattiene a sé ad ogni ascolto che faccio, forse scivoloso e facilmente buttato dentro il cesto dei tanti sulle primissime battute… poco “gustoso” il finale con un brano in italiano (viste le origini del frontman): un soluzione non unica nel disco ma decisamente protagonista qui… una sterzata forse poco comprensibile anche nello stile che, magari a causa della lingua stessa, un poco perde di credibilità.

Sembra di tornare agli anni ’90… quante radici da quel tempo? Dischi da non perdere assolutamente secondo i Motueka? ''Gli anni ’90 per noi sono più un modo di stare dentro il suono che un esercizio di nostalgia. È il periodo in cui il rock alternativo e il noise cercavano una voce propria, senza paura di sporcarsi e di rischiare, e questa libertà creativa ci appartiene ancora oggi. Se dovessimo citare alcuni dischi fondamentali, penseremmo a lavori che hanno saputo unire ricerca e identità forte, album che ti restano addosso per le dinamiche e per come usano rumore e silenzio come parte della stessa storia. Visti i gusti e le origini diverse di ognuno di noi, ti citiamo alcuni dischi degli anni ’90 che in qualche modo rappresentano tutti i Motueka: ''Vitalogy'' dei Pearl Jam, ''Experimental Jet Set, Trash and No Star'' dei Sonic Youth, ''Around the Fur'' dei Deftones, ''Loveless'' dei My Bloody Valentine e ''Betty'' degli Helmet''.

Cosa sta a rappresentare questo titolo “Pareidolia”? ''“Pareidolia” è quel fenomeno per cui riconosciamo forme familiari in qualcosa di ambiguo: nuvole, macchie, paesaggi. Ci piaceva come immagine perché il disco funziona proprio così, non offre un’unica chiave di lettura, ma invita chi ascolta a proiettare dentro la propria visione. Ogni brano è costruito come un punto di partenza: lavoriamo su distorsione sonora e percettiva, e ci interessa quel confine in cui non sei più sicuro se stai sentendo una melodia o un’eco, una speranza o un’inquietudine''.

Una formazione che vive in Belgio: quanto ha inciso la scena locale? Che tipo di noise c’è da voi? ''Anche se la nostra influenza principale è americana e inglese, dal Belgio abbiamo preso molto il modo di vivere il noise dal vivo: diretto, DIY, senza troppi fronzoli. Qui il rumore è spesso essenziale, ritmico, con chitarre abrasive ma controllate e un’attitudine molto concreta che abbiamo sentito vicina e abbiamo portato dentro Pareidolia''.

Parliamo di “The Remedy”: che momento del disco è? ''“The Remedy” è una sorta di camera di decompressione dentro il disco. Arriva in un punto in cui le tensioni si sono accumulate e c’era bisogno di creare uno spazio diverso, più sospeso, dove l’ascoltatore potesse riorientarsi. Non lo viviamo come un semplice intermezzo, ma come un capitolo vero e proprio della narrazione di “Pareidolia”: lì il suono prende il posto delle parole e racconta quell’idea di rimedio possibile, fragile, che passa più dalle sensazioni che dai testi''.

Il disco si chiude con “I Guardiani del Tempio”, in italiano: un omaggio alle radici del cantante o c’è altro? ''L’italiano è sicuramente un ponte con le radici del cantante, ma in questo caso è soprattutto una scelta legata al tema. È un brano che tocca qualcosa di molto attuale e delicato, e sentivamo il bisogno di usare la lingua in cui possiamo essere più diretti e responsabili rispetto a ciò che diciamo. Non è un episodio isolato: la stessa esigenza riaffiora, ad esempio, nella seconda parte di “One Trillion Cells”. È una chiusura densa, vischiosa, che rompe la routine dell’ascolto e lascia il disco in una zona di ambiguità, perfettamente in linea con l’idea di “Pareidolia”''.

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Benvenuti su system failure. Come vi siete conosciuti? Come è nata la vostra band?

La nostra band è nata quasi dieci anni fa, quando Paolo ha inviato alcune idee al batterista Thomas. Da lì si sono uniti altri musicisti, ognuno con il proprio bagaglio e background molto diversi. Dopo vari avvicendamenti siamo arrivati alla formazione attuale: i membri fondatori Paolo e Thomas, insieme a Olivier alla chitarra e alla new entry Florian al basso.

Chi sono i vostri miti musicali? Ci sono degli album che hanno segnato la vostra vita?

Potremmo parlarne per ore, tanto le nostre influenze sono varie :
Paolo (voce, chitarra): Neil Young: Harvest, Pearl Jam :Vitalogy e Sonic Youth: Experimental Jet Set, Trash and No Star (Sonic Youth).
Thomas: Around the Fur dei Deftones, S.C.I.E.N.C.E. degli Incubus, Betty degli Helmet, Urban Discipline dei Biohazard e Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers.
Olivier: Gli album che mi hanno segnato sono Unknown Pleasures dei Joy Division, Pornography dei The Cure, Music for the Masses dei Depeche Mode, Loveless dei My Bloody Valentine, Koi No Yokan dei Deftones e Nowhere dei Ride.
Florian: I Tool con l’album Lateralus, gli Intronaut con The Direction of Last Things, e gli Iron Maiden con The Book of Souls.

Come nasce e prende forma una vostra canzone? Che ambiente create intorno a voi?

Ci sono due approcci: a volte partiamo da un brano già scritto da uno di noi e lo rielaboriamo insieme in sala prove; altre volte, invece, basta un riff per costruire tutto collettivamente. Ognuno porta le proprie idee, così ogni pezzo diventa l’espressione dei nostri mondi musicali che si incontrano.

Chi si occupa del songwriting? Come riuscite a creare “architetture sonore che sfidano il convenzionale”?

Spesso i brani nascono dalle chitarre, poi la sezione ritmica li arricchisce e li compatta. Siamo molto esigenti con noi stessi: amiamo lanciarci sfide e costruire i pezzi pensando prima di tutto a ciò che ci soddisfa come musicisti, e solo dopo speriamo che questo arrivi anche a chi ci ascolta.

Come avete elaborato il vostro sound?

È un’alchimia che si evolve con il tempo, seguendo le fasi della band e l’apporto dei nuovi membri che portano sempre nuova linfa e idee. Siamo passati da sonorità più dark a momenti da power trio, fino all’attuale formazione, in cui lasciamo più spazio a muri di suono e atmosfere ricercate, cercando di creare un universo sonoro coerente con il significato dei testi.

È uscito Pareidolia. Di cosa parlano i testi? A cosa si ispirano?

Pareidolia ruota tutto attorno alla natura dell’uomo e ai suoi conflitti interiori. I temi spaziano dalle domande di un padre che parla ai figli in tempi difficili — come in About These Days, sorta di testamento intriso di speranza — alla favola distorta di Hold On, che racconta la follia dell’uomo e la sua tendenza a distruggere ciò che lo circonda. Chained Monkey, ispirata al quadro di Bruegel Due scimmie incatenate, riflette sul periodo della quarantena: un sogno di evasione, di fuga mentale verso le stelle. Orbital è invece una critica sarcastica alla corsa allo spazio riservata agli ultra-ricchi. In One Trillion Cells raccontiamo la storia di un figlio che si osserva allo specchio, sopraffatto da domande sulla vita e sulla morte, fino a ritrovare in sé la luce per andare avanti. The Remedy è una parentesi post rock che ci porta al finale crudo e duro de I Guardiani del Tempio, una denuncia contro il potere e la manipolazione di massa, ma anche qui riaffiora un messaggio di speranza — “un fiore nuovo spunta dalle roventi braci”.

Con Pareidolia volevamo affrontare l’idea di distorsione sia sonora che percettiva”. Potete commentare e approfondire queste parole?

La distorsione percettiva si manifesta nei testi attraverso metafore e immagini che raccontano la fragilità e la duplicità della natura umana, che spesso trasforma comportamenti subdoli in apparente leggerezza, cercando di sminuire la gravità delle proprie azioni. La distorsione sonora invece nasce dal contrasto tra melodie leggere e temi profondi, alternando momenti più intimi a muri di suono pensati per scuotere e risvegliare l’ascoltatore.

Quali messaggi o messaggio volete veicolare con la vostra musica?

Non cerchiamo di trasmettere un messaggio in modo didascalico, ma ci piacerebbe che chi ci ascolta possa trovare nei nostri brani degli spunti per proprie riflessioni.

Quanto è importante emozionare il proprio pubblico?

È fondamentale per il nostro approccio al live. Riuscire ad attirare l’attenzione e far viaggiare il pubblico nel nostro mondo è una delle soddisfazioni più grandi.

Un live di cui conservate un bellissimo ricordo?

Condividere il palco con i Julie’s Haircut è stata un’esperienza fantastica, sia musicalmente che umanamente. Ricordiamo anche con grande affetto il release party del nuovo album a settembre 2025, dove hanno partecipato anche i TV Lumière e gli Animaux Formidables, con i quali abbiamo stretto una bellissima amicizia.

Cosa non deve assolutamente mancare in un vostro live?

Le emozioni che vogliamo trasmettere al pubblico e un pizzico di sana follia.

Per finire, cosa vedete nel vostro futuro?

Siamo super felici di essere entrati nell’etichetta I Dischi del Minollo. Per il futuro ci piacerebbe venire a suonare in Italia nel 2026 e trovare un’agenzia di booking che ci aiuti a esportare più facilmente la nostra musica nel luogo a noi più consono: il palco.

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