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press-reviews Motueka

 

bandiera_italia     THE WALK OF FAME MAGAZINE 

“Pareidolia” è già fuori da qualche tempo e merita il classico “torniamo a segnalarlo” senza far finta che sia una novità di ieri. Il primo disco ufficiale di inediti in studio dei Motueka, quartetto post-rock/noise italo-belga originario di Arlon, esce per la label abruzzese I Dischi del Minollo e mette al centro una parola che è quasi un programma: pareidolia, cioè quel meccanismo mentale per cui il cervello vede facce, figure e significati dove ci sono solo stimoli ambigui. Nel loro caso, l’ambiguità è sonora: paesaggi immersivi e cerebrali, tensione che sale a strati, noise che graffia e poi si apre in quelle dilatazioni tipiche del post-rock più atmosferico. Il disco lavora sul confine tra “definito” e “sospeso”, tra ciò che sembra emergere dal rumore e ciò che resta volutamente incompleto, come un’immagine che non si lascia fissare. La band lo dice senza troppi fronzoli, puntando dritto al tema: “Volevamo affrontare l’idea di distorsione sia sonora che percettiva: come nel rumore si possa nascondere un’immagine, un volto, un’eco. Questo album è la nostra riflessione su ciò che vediamo, ciò che crediamo di vedere, e ciò che consentiamo di ignorare”. A supporto c’è anche un tassello visivo, “Chained Monkey” (official video), mentre sullo sfondo resta una matrice dichiarata: anni ’90 come terreno emotivo e chitarristico, tra melodie sognanti e riff taglienti, con riferimenti che chiamano in causa Sonic Youth, Deftones, Mogwai. Dopo l’EP eponimo del 2022, “Pareidolia” è il passo successivo: più strutturato, più ambizioso, più disposto a giocare con la percezione invece di rassicurare. Il disco è stato registrato al Noise Factory Studio di Namur (Belgio), con produzione e mastering di Gérald Jans. La line-up: Paolo Orlandi (voce/chitarra), Olivier Focant (chitarra/voce), Florian Ansion (basso), Thomas Stevenart (batteria). E per chi preferisce il riscontro dal vivo invece delle descrizioni: a marzo il tour toccherà l’Italia. Che, nel 2026, è ancora uno dei pochi modi sensati per capire se un disco “regge” davvero.

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bandiera_italia     SYSTEM FAILURE 

Il disco comincia con About these days. Arrivano synths atmosferici e poi una chitarra. Entra il cantato e anche il basso. È una sorta di intro che da avvio alla song. Stupefacente il lavoro di sound design sul cantato. Poi la canzone si scatena con un’esplosione sonora(chorus) ragguardevole di matrice post-rock. I versi ripetuti indirizzano il focus dell’ascoltatore. Verso i due minuti arriva un bridge stupendo, melodico e nerboruto allo stesso tempo, sul quale, successivamente, si innesta pure il cantato. Altro bridge verso i tre minuti. Sempre tutto all’insegna di una grinta sonora incredibile. Altro chorus frizzante ci conduce verso la fine della canzone. Non manca un altro passaggio interlocutorio con la voce sussurrata come all’inizio. Una canzone che sembra non finire mai con i suoi accenni anche shoegaze: tanto storytelling sonoro, tanta narrazione e songwriting stratificati messi in campo. Ecco Chained Monkey che si caratterizza per refrain ossessivi che accompagnano il cantato. Azzeccata la pausa verso il minuto, mentale ed evocativa. Qui come altrove il sound è potente e schiacciasassi: i muri sonori, distorti o no, ci vengono scaraventati addosso, come quello dopo i due minuti: sembra il muro presente nel Sottosopra di Stranger Things. Drumming e distorsione importante/martellante verso i tre minuti. Stupendamente shoegaze, che dire!??! Orbital parte con una sorta di effetto sci fi. Poi un beat convulso a fare da supporto: mi immagino un corpo martoriato che cerca di dimenarsi per liberarsi dalle catene che lo avvinghiano. Entra il cantato e siamo in uno spazio sonoro contratto che ci attanaglia e ci sorprende in modo magnifico. Il tutto è costruito sul contrasto. Preponderante il basso che la fa da padrone. Il cantato si sposta su registri diversi ed è senza dubbio protagonista nella song. Gli inserti electro donano ampiezza e potenza insieme agli scream accennati. Anche qui un songwriting labirintico e stratificato che stritola l’ascoltatore, stritola i sensi. I passaggi più marziali rendono la song come una marcia tribale ancestrale. Si continua con Hold On. Delicata nel suo esordio. Ancora melodie suadenti, come altrove nel disco. Il post-rock si mischia con lo shoegaze in modo idilliaco. Non manca qualche passaggio che si può vedere anche come alternative metal o grunge. Una ballata shoegaze Hold On, ovviamente sempre resa in modo complesso con diverse variazioni e strati sonori. Sembrano i primi Radiohead o anche REM resi shoegaze e post-rock. Stupendi i climax ottenuti con le vocals. One trillion cells è ancora sci fi: ambient e post-rock nel suo inizio. God Is an Astronaut viene da pensare in questo inizio della song. Verso il minuto altre distorsioni a raffica segnano l’incedere della song. Poi una pausa melodica romantica e grungy, melodica e grungy come gran parte della canzone. Perché i Motueka sanno di certo creare ibridi sonori con una maestria di musicisti navigati ai quali riescono cose super difficili con una naturalezza disarmante. The Remedy, invece, è cinematografica, grintosamente ambient e post-rock. Potrebbe far parte della colonna di Blade Runner 2049. Una song strumental che fa trasalire…I guardiani del tempio conclude il tutto con la sua ulteriore scarica di raffiche distorte. Ancora un beat convulso a tenerci compagnia e a scompaginare il nostro pomeriggio. Come si fa a rendere il grunge o l’alternative metal di stampo post-rock: i nostri ce lo insegnano a dovere!! I pattern si succedono uno dopo l’altro in un amalgama sonoro esplosivo, al fulmicotone. Motueka con “Pareidolia” sparano un sound cattivo che noi piace tanto. È il caso di “sprecare” per loro un’apologia del grunge, apologie che noi sentiamo nostre. Con Motueka il grunge si mischia in modo violento e fulminante col post-rock o con lo shoegaze con qualche accenno di ambient, insomma con una fusione del genere si ha un parossismo sonoro che dire figo è poco. Eccellente il songwriting: la costruzione delle song è maniacale ed ha un sapore anche progressive per il mio modesto parere. Riguardo il lato tecnico: il master è sporco come deve essere per dare l’impronta dark grunge. Vocals avanti nel mix per gran parte. Sound design a tratti da paura: impreziosisce il disco. Un discone per noi Pareidolia: bisogna addentrarsi per bene nei suoi anfratti sonori…possono generare in noi una catarsi esistenziale…Motueka cala la sua spada di Damocle su di noi con un disco frastagliato e irsuto come pochi…una tela di ragno viscida e biancastra nella quale sono imbrigliate lame di metallo acuminate…avete il coraggio di intrufolarvi in qualcosa del genere!?!?

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bandiera_italia     FOXY LADY ASCOLTA 

La band Motueka vuole costruire un ponte in chiave rock ed indie tra Italia e Belgio. In questa maniera i due Paesi possono conoscere un legame musicale che va oltre le classiche etichette musicali a cui sono abituati fatti solamente di ciò che propongono le radio e i freddi algoritmi virtuali. L’energia dei Motueka ha da subito catturato gli appassionati della musica rock racchiusa in lavori discografici come ad esempio l’album Pareidolia. Sette brani in cui si approfondisce una ricerca sonora usando paesaggi immersivi e celebrali. Temi importanti che da sempre affascinano coloro i quali vogliono tenere viva la fiamma della musica rock come fanno i Motueka dal 2016, anno di formazione della band. Il termine che ha dato origine al titolo dell’album rappresenta un fenomeno psicologico che porta a riconoscere forme familiari in stimoli ambigui. Un concetto particolare che i Motueka hanno voluto rappresentare anche nella musica che propongono. Nelle sue canzoni la band italo belga vuole realizzare un continuo dialogo tra ciò che appare definito e ciò che rimane sospeso. Un ponte concreto tra reale e immaginario per poter portare la musica rock in una dimensione fino ad oggi inesplorata. Non rimane altro che premere play per poter intraprendere questo viaggio che porterà ai confini della realtà a cui siamo abituati.

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bandiera_italia    EVRAPRESS

Con Pareidolia, i Motueka consolidano la loro identità sonora come una delle realtà più intriganti nel panorama post-rock/noise europeo contemporaneo. La band, nata ad Arlon (Belgio) e attiva da metà degli anni 2010, fonde atmosfere stratificate, chitarre taglienti e un approccio dinamico alle strutture, creando un viaggio sonoro che si muove tra introspezione e tensione emotiva. Il titolo stesso dell’album rimanda al fenomeno psicologico per cui la mente proietta significati familiari su forme ambigue — una metafora perfetta per un disco che, nelle sue sfaccettature musicali, invita a “vedere” oltre il rumore. Apertura immersiva e meditativa con About These days, prima traccia del disco. Un pezzo dalla struttura lunga e riflessiva (circa 6 minuti), in cui la chitarra e la ritmica si intrecciano per costruire un tappeto sonoro che sembra sospeso nel tempo. L’atmosfera è densa ma mai ostile: si avverte un senso di attesa, come se ogni nota stesse preparando l’ascoltatore al viaggio che seguirà. Il secondo brano, Chained Monkey, è stato anche singolo estratto, ed è facile capire perché: ritmo più serrato, dinamiche graffianti ed una tensione costante tra melodia e distorsione. È il pezzo che dà il primo vero assaggio dell’energia grezza dei Motueka, con chitarre taglienti e una spinta ritmica che trascina l’ascoltatore in avanti. “Orbital” offre un contrasto netto con “Chained Monkey”: qui i suoni si espandono in un paesaggio più spaziale, con synth e ritmi che sembrano ruotare intorno a un nucleo emotivo centrale. È il momento dell’album in cui lo spazio sonoro si apre, dando respiro prima della successiva ondata di intensità. Con un titolo che suona quasi come un invito o un monito, “Hold On” gioca sulle micro-dettagliature sonore: la chitarra è più morbida, le percussioni più curate e l’intera traccia ha un mood contemplativo. È un incontro tra riflessione e quel sentimento di “ritardata esplosione” che caratterizza il miglior post-rock. Il disco prosegue con One Trillion Cells. Questa è una delle tracce più lunghe e complesse dell’album. Con sezioni che si intrecciano e si sovrappongono, il brano sembra simboleggiare il concetto di vastità implicito nel titolo: un mosaico di idee che si fondono senza mai perdere direzione. La progressione è lenta ma inesorabile, e ogni ascolto rivela nuove sfumature. Con poco più di due minuti, “The Remedy” è un intermezzo conciso ma efficace. Qui l’approccio è più diretto, quasi punk nella sua economia di mezzi: non c’è spazio per l’indugio e il brano colpisce con una forza immediata. È il momento in cui l’album sembra scuotere l’ascoltatore per ricordargli che l’intensità non richiede sempre lunghi sviluppi. La traccia finale chiude il cerchio con un titolo che evoca immagini potenti e quasi mitiche. “I Guardiani Del Tempio” ha un passo più riflessivo, in cui gli elementi sonori di tutto l’album — dinamiche, atmosfera, tensione emotiva — si fanno più evidenti e coerenti. È una conclusione che non risolve tutto, ma lascia un’impressione duratura, come se la musica continuasse a risuonare anche dopo lo stop. Pareidolia è un album che va ascoltato con attenzione: non è musica superficiale, ma un’esperienza che si rivela gradualmente. I Motueka dimostrano una profonda padronanza delle dinamiche post-rock e noise, alternando momenti di tensione con passaggi più contemplativi e melodici. L’album è coerente, vario e ricco di personalità — una testimonianza convincente della maturità artistica della band. Se ami le sonorità che oscillano tra introspezione e potenza, Pareidolia è un ascolto che merita di essere ripetuto più volte.

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bandiera_italia     STANDOUT 

Il post rock è senza ombra di dubbio uno degli esempi di riscrittura della musica e dell’arte in generale nell’epoca contemporanea. La riscrittura è uno dei punti cardine dell’arte postmoderna. Trovare nuova collocazione ad oggetti artistici, ad opere o ad un genere musicale: questo è in poche parole la riscrittura. Pensiamo a Kill Bill di Tarantino o ad alcune canzoni dei Wolf Alice tanto per citare qualche esempio e portare luce nitida sul nostro discorso. In about these days i tappeti sonori electro vanno di pari passo con chitarre, basso, un beat turbolento etc. dando vita ad un formidabile ensemble che sembra una sorta di caos ragionato. Con Chained Money arriva un’altra immersione nei liquidi electro che compongono questo disco. Paolo Orlandi come cantante e Thomas Stevenart alla batteria sono tra i punti forza della band. L’elettronica conferisce poi consistenza e sostanza. “Con Pareidolia, la band approfondisce la propria ricerca sonora attraverso paesaggi immersivi e cerebrali, muovendosi tra tensione, stratificazioni noise e aperture tipiche del post-rock più atmosferico”, dalle parole di Motueka. E sono quelle stratificazioni la parte superbamente interessante del disco. La ricerca sonora è un altro punto forza di questa formazione che ha fatto della riscrittura un mantra. In Orbital addirittura le melodie di ambiente si fanno più ostinate e pungenti mentre il groove è cupo ed assillante. In Hold on o One trillion cells le melodie elettrificate sono più atmosferiche, invece. In quest’ultima le distorsioni sono stridenti e c’è pure un drumming martellante. The remedy è una strumentale surreale nella quale tuffarsi e perdere completamente il bandolo della matassa. I guardiani del tempo è una cavalcata sonora ardimentosa che aggiunge al disco ulteriore varietà. Mondi sonori si incontrano nella musica di Motueka. E’ un equilibrio instabile e solido nello stesso tempo quello che propone questo quartetto post-rock/noise belga-italiano. E anche la parola noise ha la sua importanza. C’è tanto noise in questo disco. Sembra che band come Afterhours o Marlene Kuntz siano state stravolte e sconvolte e dissolte in un liquido lisergico tossico e psichedelico post-rock. Quelle di Motueka non sono solo architetture sonore che sfidano il convenzionale, sono sperimentazioni sonore che sfidano il convenzionale. Hanno saputo ricontestualizzare, hanno trovato soluzioni audaci. Si vede anche dall’artwork del disco: tra rust, consumato e splatter, dice tanto della musica che ci apprestiamo ad ascoltare. Una cornucopia di sperimentazioni sonore aggressive ma anche soffici e vellutate.