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interviste SIDÈREO

 

“I ricordi non si ricordano, si sentono.” Così potrebbe iniziare il viaggio nei solchi di I Capricci di Mnemosine, il primo LP dei Sidèreo, band romana che mescola malinconia e desiderio, introspezione e shoegaze, alternative rock e memoria emotiva. Il loro debutto non è solo un disco: è un rito, una preghiera sussurrata alla dea del ricordo per riportare alla luce ciò che il tempo ha cercato di nascondere. Abbiamo incontrato Daniele Quattrini (Agamo), Valerio De Vito (Mozzy), Fabrizio Cimini (Puchu) ed Emanuele Marano (China) per farci guidare tra le pieghe sonore e poetiche del loro universo, dove il passato non è mai davvero passato e la nostalgia è una lente attraverso cui guardare il presente. Un’intervista, o forse un piccolo incantesimo, per cercare di dare un nome ai volti, e un senso a ciò che ancora ci scava dentro.

Risponde alle domande Daniele.

1. “Mnemosine aiutaci tu, a rovistare tra i sogni…” Cos’è per voi il ricordo? In che modo sentite che si differenzia dalla semplice memoria, come suggerisce il filosofo danese Kierkegaard?

Kierkegaard distingueva memoria e ricordo in un modo sottile, ma potente: la memoria è un deposito di dati, fatti, eventi nudi e crudi; il ricordo, invece, è qualcosa di vissuto interiormente, è memoria impregnata di soggettività, di nostalgia, di reinterpretazione, di emozioni che lo colorano ogni volta che lo evochiamo. In un certo senso, il ricordo non è mai esattamente il passato così com’è stato, ma il passato così come ci abita ora, nel presente. Kierkegaard lo spiega con una frase chiave: “La memoria conserva, il ricordo rinnova.” L’introduzione di questo LP è una preghiera rivolta verso Mnemosine, titanide della memoria, nel tentativo di accedere al regno dei ricordi. Ma presto il soggetto si rende conto che nemmeno una divinità può arrivare a qualcosa di tanto intimo.

2. Il vostro nome, Sidèreo, richiama le stelle, ma anche il desiderio, come mancanza, come tensione verso ciò che ci sfugge. Qual è il desiderio che ha guidato la nascita di questo disco?

Il desiderio che ha guidato la nascita di questo disco è proprio una tensione: quella di dare voce a ciò che manca, a ciò che è stato perduto, o forse non è mai stato davvero posseduto. È un viaggio dentro l’intimità del ricordo, ma anche un’esplorazione del vuoto che quel ricordo lascia dietro di sé. C’è, in ciò che raccontiamo, una certa ridondanza, una specie di eco insistente. Forse è il bisogno di far emergere un racconto nel racconto — le tante volte in cui avremmo voluto che la nostra musica arrivasse a orecchie diverse, che trovasse ascolto, che finalmente si lasciasse ascoltare. Ora, tutti quegli avvenimenti sono diventati passato. Sono ricordi. E li riportiamo ciclicamente, come frattali di vita che, con il tempo, hanno assunto significati sempre più profondi.

3. Tra le trame cupe e sognanti del vostro suono, si respira un senso di nostalgia che sembra più un abbraccio che una ferita. Quanto ha contato l’elemento autobiografico nella composizione dei brani?

Questa domanda tocca un nodo centrale del disco. L’elemento autobiografico ha avuto un peso profondo, quasi spaventoso. Ma fin dall’inizio abbiamo cercato di trasformarlo: non tanto raccontare ciò che è accaduto, quanto restituire ciò che abbiamo provato. Il lavoro sui testi è stato proprio questo: sottrarre la vicenda, per avvicinare l’ascoltatore alla sensazione. Non ci interessava la cronaca degli eventi, ma quella linea sottile che separa la memoria dal ricordo, e che a volte si confonde con il sogno. Le canzoni non sono narrazioni dirette, ma frammenti emotivi che riaffiorano sotto forma di suono, atmosfera, silenzio. Non scendo mai nel dettaglio crudo del racconto, vuoi per timidezza o per altro. Ma il racconto è lì, stratificato tra le parole e i suoni: ho solo la mia chiave per leggerlo. E l’ascoltatore ne avrà un’altra, tutta sua, per tradurre quelle sensazioni in vissuti personali. È in quello spazio di traduzione che, forse, la musica trova davvero senso.

4. La vostra musica è un altare sonoro costruito con pietre di shoegaze, riverberi anni ’90 e intarsi post-rock. Quali sono stati gli ascolti che vi hanno accompagnato nella realizzazione dell’album?

Difficile rispondere con precisione, perché non abbiamo fatto ascolti mirati per prepararci a “I capricci di Mnemosine”: tutto era già lì, “seppellito nelle nostre teste”. Le influenze musicali non le abbiamo cercate, ci portavamo dietro quelle che abbiamo percepito negli anni come musica. Quello che siamo riusciti a trasmettere lo dobbiamo sicuramente ai nostri ascolti personali e al modo in cui questi si sono intrecciati, contaminati, fusi nel tempo. Ci sono molte cose che ci accomunano come gruppo, ma ciascuno di noi ha portato anche il proprio vissuto sonoro, la propria libreria emotiva, quel bagaglio musicale che ti resta dentro e riaffiora quando meno te l’aspetti. Tra le nostre influenze spaziano Umberto Maria Giardini (Moltheni), Unòrsominòre., Afterhours, Verdena, CSI, Carmen Consoli, Lecrevisse, Scisma, Low, Sonic Youth, My Bloody Valentine e The Cure. È una lista generica, certo, ma rappresenta bene il terreno da cui siamo partiti. Per il resto l’LP è frutto di un percorso di cui non sapevamo la destinazione, è un terreno di confronto costruttivo, fertile.

5. In “momento perfetto” si percepisce un’urgenza quasi brutale di introspezione, tra errori e rivincite. Quanto vi ha aiutato la musica a dare un nome ai vostri demoni interiori?

In “momento perfetto” c’è sicuramente un’urgenza viscerale, una necessità di guardarsi dentro senza sconti. La musica, in questo senso, è uno strumento di verità: ci aiuta a riconoscere e nominare quei demoni interiori che spesso si mimetizzano nel quotidiano. Scrivendo, suonando, arrangiando, diamo forma a emozioni confuse, a rimpianti, a slanci. È un processo che non salva, forse, ma chiarisce. E a volte basta questo: riuscire a chiamare le cose col loro nome per iniziare a farci pace. Personalmente avverto una sensazione di pace ogni volta che un brano arriva a compimento. Come se finalmente potessi guardarlo in faccia e dire: “Eccoti qui”.

6. Il vostro LP si intitola “I capricci di Mnemosine”: quanto c’è di irrazionale, onirico, capriccioso appunto, nel vostro processo creativo?

C’è moltissimo. Il nostro processo creativo è tutt’altro che lineare o razionale. Spesso parte da un’emozione confusa, da un’immagine che resta impressa, da un suono che ci risuona dentro senza un motivo preciso. Non pianifichiamo a tavolino: ci lasciamo trasportare, inciampiamo nelle idee, le rincorriamo. È un processo capriccioso proprio come Mnemosine nel titolo: a volte ci guida, a volte si nasconde, e siamo noi a doverla stanare. Può essere frustrante, certo, ma è anche ciò che rende tutto più vivo. Comporre per noi significa accettare l’imprevisto, lasciare spazio al sogno, alla suggestione, al frammento. Non sapere dove si andrà a finire è forse la parte più autentica di tutto questo.

7. “Tra ricordi e sirene” è una finestra sul passato, ma anche una trappola seducente. Come bilanciate il rischio dell’idealizzazione del ricordo con la necessità di affrontarlo?

È una domanda che ci siamo posti spesso anche noi, perché il ricordo ha un doppio volto: può essere rifugio o prigione. In “Tra ricordi e sirene” cerchiamo proprio di camminare su quel filo sottile: da un lato c’è la bellezza del passato, quella che rischia di ingannarci con il suo fascino, come fanno le sirene; dall’altro c’è il bisogno reale di fare i conti con ciò che è stato, senza edulcorarlo. Il testo cita appunto “sirene invecchiate male” e “ferite sotto sale” proprio per calcare ciò che fa impazzire l’ago della bilancia. Il mantra “Ciò che non ci uccide ci affascina” è un’ironica inversione: non tanto perché ci fortifica, ma perché rischiamo di restare sedotti da un dolore ormai familiare, che per assurdo chiamiamo nostalgia. Ma non vogliamo negare la nostalgia, anzi: la abitiamo. Ma cerchiamo anche di non farci trascinare a fondo. Raccontare i ricordi è un modo per tenerli vivi senza esserne dominati, per guardarli in faccia e magari, un po’ alla volta, lasciarli andare.

8. Avete parlato di “un vecchio animale raro che serba ancora rancore”. Chi è quell’animale per voi? E che significato ha il farlo riemergere?

Quell’animale raro è una parte di noi che spesso teniamo nascosta, un residuo del passato che non ha mai smesso davvero di bruciare. È fatto di rancori antichi, di ferite mai del tutto rimarginate, di parole che non abbiamo detto o che abbiamo detto troppo tardi. Non è per forza qualcosa di oscuro, ma sicuramente scomodo. È ciò che rimane quando credi di aver superato tutto e invece, sotto la cenere, qualcosa continua a muoversi. Farlo riemergere, per noi, è un atto di sincerità. Non lo celebriamo, ma nemmeno lo reprimiamo: gli diamo spazio, voce, suono. Perché anche quella rabbia sedimentata, quel rancore che sembra non servire più a nulla, ha avuto un senso.

9. La produzione dell’album è calda, intima, quasi domestica, ma mai banale. Com’è stato lavorare con Luca Alfiero al Loops Studio? Che ruolo ha avuto nel plasmare il vostro suono?

Parlando appunto di animali rari, ma in senso buono. Luca Alfiero al Loops Studio, con molta pazienza e attenzione, ma soprattutto con molto cuore, ci ha seguito nella realizzazione di questo lavoro. Grazie a lui abbiamo lavorato molto sul suono, e grazie a lui abbiamo usato lo shoegaze come accento, con la sua intensa immersione tra mura di chitarre e riverberi densi. Lavorare con lui è stato come essere in una casa in cui puoi anche perderti un po’, sapendo che qualcuno tiene la luce accesa. Abbiamo registrato fino a notte fonda, inventato soluzioni improbabili (come scuotere campanelli dentro il mio cappello!), riso tanto e sudato altrettanto. C’era sempre un equilibrio magico tra concentrazione e gioco, tra la ricerca del dettaglio perfetto e la libertà di lasciare spazio all’imprevisto. In tutto questo, oltre a un professionista con un orecchio finissimo, abbiamo trovato un amico. E non vediamo l’ora di tornarci.

10. Nel vostro mondo musicale, la malinconia non è mai sterile: è seme, è scavo, è fermento. Cosa sperate che rimanga in chi ascolta “I capricci di Mnemosine”?

La malinconia raccontata in “I capricci di Mnemosine” non è un punto d’arrivo, ma un movimento. Non qualcosa che chiude, ma che apre. La nostalgia che attraversa il disco non è un peso, ma una forma di cura. Non è una ferita aperta, ma un abbraccio a ciò che è rimasto indietro. Speriamo rimanga la sensazione di essere stati in un luogo intimo, ma condivisibile, dove anche le crepe hanno una loro bellezza. Che le canzoni diventino, magari, piccoli spazi di riconoscimento, in cui ciascuno possa ritrovare un frammento di sé, anche solo per un attimo. E se proprio dobbiamo augurarci qualcosa, è che chi ascolta si senta meno solo. Anche solo per quei quaranta minuti scarsi.

11. Siete nati da un’idea nel 2017, ma avete atteso con pazienza e determinazione. Quanto è stato importante il tempo per voi? E cosa vi ha insegnato l’attesa?

Il tempo è stato parte integrante del processo. Abbiamo scelto di prendercene tanto, senza forzature, senza rincorrere scadenze o aspettative esterne. L’attesa ci ha insegnato a riconoscere la forma giusta delle cose, a capire quando un brano era “finito” davvero, o quando invece aveva ancora bisogno di respirare. Ci ha fatto crescere, come persone prima ancora che come musicisti. Ci ha aiutato a trovare una voce che fosse davvero nostra. Guardando indietro, ci rendiamo conto che I capricci di Mnemosine non poteva nascere in un altro momento. Doveva maturare così, con lentezza e cura. Certo, speriamo che il prossimo lavoro trovi la luce in tempi un po’ più brevi!

12. Se poteste tornare indietro nel tempo, proprio come evocate nel disco, cosa ripetereste esattamente com’è stato, e cosa invece lascereste andare?

Penso al finale di questo LP, “Resoconto”: questa canzone è una ricerca della verità, di una conclusione, di un senso al nostro percorso di ricordi. Ma con una certa inquietudine, ci mostra che quel senso rischia sempre di sfuggirci, se non accettiamo il passato per quello che è. Non possiamo scegliere solo i momenti belli, né cancellare le difficoltà: sarebbe ingiusto, ma soprattutto sterile. Non ci porterebbe dove siamo. Soddisfatti o meno, quello che conta davvero è il futuro. Il passato rimane lì, come un archivio prezioso, pronto a insegnarci qualcosa se abbiamo il coraggio di ascoltarlo. La verità è che nessuno è mai completamente pronto a fare i conti col proprio passato. Ma forse è proprio questa fragilità che ci rende autentici.

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Eccoli i Sidèreo, formazione che in qualche misura mi richiama alla mente quel modo di pensare alla musica dalle forme prog, dove il pop diviene mistico, di liriche evocative, quasi fiabesche. Il mito torna e fa gli onori di casa dentro un disco come “I capricci di Mnemosine”: canzoni che si mettono alle spalle soluzioni non di facile digestione in primissima battuta, dove la “memoria” è allegoria di passato dentro cui scavare per ritornare alle proprie radici e ragioni. Andiamo nel passato anche per la scelta dei suoni: un lavoro che avrei visto bene tra le abitudini di quegli anni ’70…

Il suono riprende gli anni ’90 ma le immagini ci portano nel futuro delle intelligenze artificiali. Come vi rapportate a tutto questo? Sembra un controsenso… sembra…
Il nostro suono ha un’anima molto legata agli anni ’90: c’è una nostalgia che passa attraverso le chitarre, le dinamiche, certe scelte di produzione. Ma quando abbiamo pensato alle immagini per accompagnare il brano, volevamo qualcosa che non fosse semplicemente illustrativo, né nostalgico in senso didascalico.
Abbiamo scelto l’intelligenza artificiale come strumento visivo proprio per la sua capacità di generare un’atmosfera straniante, sospesa, onirica. Il video non vuole essere futuristico in senso classico, ma evocare un sogno, un ricordo distorto — proprio come fa la memoria. E l’AI ci ha permesso di restituire visivamente quella sensazione di qualcosa che riconosci, ma che allo stesso tempo ti sfugge.
Non crediamo sia un controsenso, anzi: è una forma di dialogo tra epoche, tra sensibilità analogiche e strumenti digitali. Non temiamo l’intelligenza artificiale in sé, quanto piuttosto l’uso che se ne fa. È un mezzo potente, e come ogni mezzo creativo va trattato con consapevolezza e misura.

Tante le radici, compresa quella dei Massimo Volume dentro un brano come “Formica”. La distonia dello shoegaze è un manifesto del tempo che stiamo vivendo? Da qui nasce il vostro suono?
Sicuramente nei Massimo Volume c’è una radice importante, non solo musicale ma anche nel modo di intendere il linguaggio e la narrazione. In “Formica” quel riferimento può affiorare, soprattutto nel legame tra parola e ritmo, ma non è mai stato un omaggio esplicito: piuttosto, è una risonanza naturale, che emerge quando si lavora con certi suoni e certe tensioni. Quanto allo shoegaze — sì, forse la sua distonia è davvero un manifesto del nostro tempo. Parla di sovraccarico, di bellezza confusa.
È una musica che non chiede di essere capita subito, ma di essere abitata. E in questo somiglia molto a come ci sentiamo spesso oggi: disorientati, stratificati, pieni di cose da dire, ma senza un canale preciso.
Il nostro suono nasce anche da questo bisogno di restituire un’esperienza emotiva complessa.

Che poi è tema di attualità: stiamo smettendo di lavorare sulla memoria e senza di essa non potremo avere futuro. Vinceranno le macchine secondo voi?
Stiamo vivendo un’epoca in cui la memoria — quella vera, profonda, emotiva — viene spesso compressa, ignorata, ridotta a cronologia o archivio digitale. C’è un rischio concreto: che si perda il valore del ricordo come strumento umano, identitario, trasformativo. Vinceranno le macchine? Non è questo il punto. Le macchine fanno quello che chiediamo loro di fare. Il problema è: cosa stiamo chiedendo davvero? Se deleghiamo tutto, anche la parte più fragile e poetica di noi, allora sì — le macchine vinceranno per abbandono, non per superiorità. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di coltivare il ricordo come qualcosa di vivo, non come nostalgia sterile. È un atto quasi politico, oggi.

E nel vostro “Resoconto” finale? Si guarda sempre indietro? E nel continuo guardarsi indietro, ci ritroviamo ad un oggi in cui non abbiamo risolto niente?
Resoconto è il nostro epilogo, ma è tutt’altro che una chiusura netta. È più una resa — non nel senso di abbandono, ma di accettazione. Sì, si guarda ancora indietro, ma senza cercare soluzioni definitive. È uno specchio che non restituisce risposte, solo domande più chiare.
Nel continuo voltarsi, forse ci accorgiamo che certe ferite non si chiudono, certe verità non arrivano mai. Ma questo non vuol dire fallire. Vuol dire, semplicemente, che siamo umani. E in questo “non aver risolto niente”, c’è qualcosa di profondamente autentico.
Non volevamo dare una morale, né un finale consolatorio. Resoconto ci dice che va bene anche così: con tutti i dubbi, gli strappi, i tentativi. Perché è lì che si nasconde spesso il vero senso delle cose.

Il suono per voi che importanza ha? Nel senso che dentro c’è meno sperimentazione di quella che mi sarei atteso…
Il suono per noi è importante, è un linguaggio emotivo prima ancora che tecnico. Quello che ci interessava era arrivare a un suono che fosse coerente con ciò che volevamo dire, che accompagnasse i testi senza sovrastarli, ma nemmeno restando in secondo piano. Sperimentare, per noi, significa trovare il modo più autentico di far suonare una sensazione. A volte significa destrutturare, altre volte significa lasciare stare, non esagerare. Se da fuori può sembrare “meno sperimentale” di quanto ci si aspettasse, può darsi. Il nostro obiettivo non era sorprendere, ma toccare. E a volte, per toccare davvero, serve più misura che spinta. Speriamo, in questo, di aver fatto il possibile.

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Come è nata la vostra band? Come vi siete conosciuti?

La racconto dal mio punto di vista, quello di Daniele (Agamo). Nel tempo ho partecipato a diversi progetti come cantante/cantautore, facendo un’esperienza preziosa che porto ancora nel cuore. A un certo punto ho sentito il bisogno di fermarmi, rimettere in discussione quello che facevo e fortificarlo: così mi sono dedicato in silenzio alla chitarra e alla scrittura. Fino a rimettermi in gioco. Alla fine del 2017 nasce la bozza de “I nostri buoni propositi”. Ho chiamato Mozzy (Valerio) e Puchu (Fabrizio) – due amici di percorsi diversi, ma con cui condividevo da tempo passioni musicali e conversazioni infinite. Mozzy alla chitarra, sempre immerso nella musica, e coinvolto in davvero tanti diversi progetti interessanti. Puchu al basso, grande ascoltatore e lettore curioso, che mi ha fatto scoprire mondi musicali sommersi (e ancora oggi lo fa). Li ho fatti conoscere in quell’occasione, e da subito c’è stata intesa.
Poco dopo si è unito Emanuele (China) alla batteria: energia istintiva, presenza vibrante. Porta nel gruppo una spinta sincera, quasi ruvida, che fa bene alla nostra musica. Il pezzo prende forma, e parallelamente ne nasce un secondo, un prototipo di quello che diventerà “Tra ricordi e sirene”. Così, passo dopo passo, prende forma “sidèreo”: un progetto figlio dell’alternative rock, attraversato da venature psichedeliche e malinconiche. Una creatura che ci somiglia, cresciuta lentamente ma con radici profonde.

Sidèreo. Perché questo nome?

Il termine “sidèreo” (attenzione all’accento) significa “relativo alle stelle”, o “delle stelle”. Esso riporta l’attenzione anche al più vicino termine desiderio (dal latino “de” + “sidus”), inteso come “appetire qualcosa che manca”. Il de-siderio è una speranza di manifestazione, da un briciolo, di una stella. Sidèreo nasce da una suggestione, da quella fascinazione che proviamo per tutto ciò che è sospeso tra l’umano e il cosmico. Ci piaceva questa doppia anima: da un lato lo slancio verso l’alto, l’infinito, l’oltre; dall’altro quel momento in cui si rimane senza fiato, come quando si viene travolti da un ricordo o da un’emozione troppo grande. Sidèreo è un nome che parla di distanze e risonanze interiori. Di assenze che brillano, come le stelle.

Come vi siete avvicinati al mondo della musica?

Come tutti: da ascoltatori. Da ascoltatori abbiamo naturalmente ascoltato con tanta fame. Abbiamo spaziato tra le tante sfaccettature. Abbiamo composto playlist (al tempo chiamate compilation). Poi ci siamo messi in gioco: avviato varie band, esercitati su cover dei nostri artisti preferiti. Ma poi abbiamo dovuto per forza “appetire a quel qualcosa che mancava”, dentro di noi. Abbiamo invocato l’esigenza di scrivere, di comporre. Ed eccoci qui

Chi sono i vostri miti musicali?

Parlando di miti musicali oltreoceano, ognuno di noi ha i suoi riferimenti personali. Emanuele (China) cita Dave Grohl, Puchu è legato a Sufjan Stevens, mentre Mozzy ama Neil Young e Jimi Hendrix. Agamo (Daniele) invece guarda a Robert Smith e Jeff Buckley. Su Kurt Cobain invece siamo tutti d’accordo. Tra gli artisti nostrani, impossibile non citare i CSI. Poi gli Afterhours, i Verdena. Nel cantautorato, Daniele parte con Lucio Dalla, poi Umberto Maria Giardini (anche nel ruolo di Moltheni), Emiliano Merlin (unòrsominòre / Lecrevisse). E sicuramente ci pentiremo di aver fatto nomi a bruciapelo e non averne menzionati altri.

 

Quanto è importante per voi il songwriting? Chi se occupa? Come nasce una vostra canzone?

Il songwriting è il cuore, è dove ci giochiamo l’identità. È il momento in cui si gettano le fondamenta dei brani, quelli che poi daranno corpo e direzione a un percorso, spesso legato a un tema che sentiamo urgente. Non è solo una questione di “scrivere canzoni”: è voler dire qualcosa, trovare una forma che parli anche agli altri.

Come nascono i nostri brani?

Non c’è un metodo fisso. Un’idea può arrivare da un’immagine, da una frase appuntata mesi prima, da un giro di accordi o da una sensazione che preme. Ricordo quando, anni fa, chiesi a Umberto Maria Giardini – durante la presentazione di Protestantesima, un disco che ho letteralmente consumato – “Come si costruisce un brano?”. Cercavo una risposta chiara, un processo replicabile. Ma la risposta è stata semplice e disarmante: non c’è un metodo, è tutto in libertà. Poi ci sono gli approcci, ma che non seguono per forza una logica. E aveva ragione. Le idee volano, dobbiamo trovare solo i diversi modi di farle atterrare, le dobbiamo stuzzicare, prendendoci le pause necessarie, a volte sfiancandoci, a volte lasciandole sedimentare. E’ così che funziona. E non c’è un momento preciso: non a caso registro e annoto tutto quello che mi viene in mente, ovunque mi trovi. Dall’esterno potrei risultare inquietante. Poi porto voce, chitarra e parole, ancora in fase embrionale. In sala ci lavoriamo tutti insieme. Questo è il processo più frequente, ma ci sono anche brani che nascono da idee altrui o direttamente da jam spontanee. È un percorso abbastanza organico: si ascolta, si prova, si taglia, si aggiusta. Finché qualcosa si accende, e capiamo che quella è la forma giusta.

“La grana calda e gli accenni shoegaze richiamano la nostalgia del sound degli anni ’90”. Come avete elaborato il vostro sound?

Il nostro sound è venuto fuori in modo spontaneo, quasi inevitabile, dall’incontro tra le nostre sensibilità. Quando ho messo insieme il gruppo, avevo in mente un’idea di suono come punto di partenza – qualcosa di viscerale, stratificato, che lasciasse spazio. Ma sapevo che si sarebbe trasformata. Ognuno ha portato il suo: gusti, ascolti, intuizioni, e così quella bozza iniziale si è arricchita, si è sporcata, si è scaldata. La “grana calda” è il risultato di una ricerca di intimità. Ci interessava qualcosa che suonasse vero, con una patina imperfetta, non troppo levigata. Lo shoegaze, il post-rock, le derive malinconiche degli anni ’90: tutto questo ci ha influenzato, ma più per atmosfera che per scelta stilistica. Il tappeto sonoro dello shoegaze è una perfetta coperta di Linus: questa componente è emersa in modo più netto in fase di pre-produzione. Ci siamo resi conto che quella dimensione un po’ ovattata, liquida, si sposava perfettamente con le tematiche del disco: il ricordo, l’ambiguità della memoria, le emozioni che affiorano e sfuggono. Così abbiamo assecondato quella direzione, lasciando che il suono seguisse le parole – o forse il contrario.

“I capricci di Mnemosine”. Potete presentarlo ai nostri lettori? Di cosa parlano le canzoni?

“I capricci di Mnemosine” è un disco che ruota attorno alla memoria, ma non intesa come archivio ordinato di fatti e date. Piuttosto, parliamo del ricordo: qualcosa di più vivo, caotico, emotivo. Il titolo richiama Mnemosine, la dea greca della memoria, ma per noi è anche il simbolo di tutto ciò che riaffiora senza preavviso, che sfugge, che cambia forma ogni volta che ci pensi. I suoi “capricci” sono i nostri: quei momenti in cui la mente insiste, distorce, ripete. Inutile tentare di fissarla, la memoria. È volubile, eppure carica di senso. Le canzoni toccano tante sfumature diverse di questo tema. C’è chi cerca di ricucire col passato, chi lo rifiuta, chi prova a comprenderlo, chi semplicemente ci si perde dentro. Ci sono rabbia, nostalgia, disincanto, ma anche tenerezza, ironia, e una certa ostinazione nel voler capire. È un disco che non dà risposte, ma che si lascia attraversare da tante domande. Citando Kierkegaard, “la memoria conserva, il ricordo rinnova”: la prima può perdersi con il tempo, il secondo resta – come un lampo profetico, o un sapore che ritorna. Si parte da un’invocazione quasi liturgica alla dea, per poi accettare che, alla fine, dobbiamo cavarcela da soli. I brani seguono questo filo, ma non in linea retta: si muovono per immagini, emozioni, simboli. Ogni canzone è un piccolo tentativo di mettere ordine, o almeno di dare un senso, a quello che ci abita. Musicalmente, abbiamo cercato di tradurre questa instabilità anche nel suono: momenti più eterei e sospesi si alternano a esplosioni dense, stratificate. Come quando frughi nei ricordi e non sai mai cosa troverai. Forse, I capricci di Mnemosine è un modo per riconciliarsi con quello che torna – anche se a volte fa male – e per capire che sì, magari alla fine ci torneremmo pure, anche solo per rifare tutto da capo. O anche solo una parte.

Registrato e mixato, con tanta pazienza, da Luca Alfiero presso Loops Studio. Come è stato collaborare con lui? Avete qualche aneddoto?

Lavorare con Luca è stato come trovarsi in un laboratorio accogliente, dove ogni suono poteva essere esplorato senza fretta e senza giudizio. È una di quelle persone rare che sanno ascoltare davvero – non solo le tracce, ma anche le intenzioni, i silenzi, le esitazioni. C’è stato subito un allineamento naturale: noi arrivavamo con le nostre idee, lui le prendeva e con forza uguale e contraria arrivavamo ad un punto d’incontro. Il risultato lo si può ascoltare. Luca ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione del nostro suono. È anche grazie a lui se alcune sfumature shoegaze sono venute fuori con più decisione: non tanto come scelta di genere, ma come forma espressiva. Ogni muro di chitarra, ogni riverbero, è stato scolpito con una cura quasi artigianale. Abbiamo passato parecchie notti in studio. Una in particolare la ricordiamo bene: ci siamo messi a microfonare il mio cappello, dentro al quale avevamo infilato un mucchio di campanellini. “Alzalo un po’, no aspetta, spostalo più indietro…” – sembrava una performance dadaista. Quando ci siamo resi conto della scena, siamo scoppiati a ridere, sopraffatti dall’assurdità del momento. In altri momenti finivamo a perdere tempo – o forse a guadagnarlo, chissà – proponendoci e ascoltando musica altrui, e poi discutendone per ore, come se ci giocassimo qualcosa di fondamentale. È stato un lavoro fatto con leggerezza, ma mai alla leggera: sempre con la voglia di costruire qualcosa di autentico, lasciando spazio sia all’istinto che all’ironia. Lavorare così, con quella combinazione di libertà e precisione, è stato un lusso. E onestamente, non potevamo chiedere di meglio.

Se la vostra musica fosse una città, un quadro o un libro?

Più che un luogo, diremmo un’istantanea: colazione in una mattina assolata a Combray. Oppure una cornice di riva di mare in pieno febbraio, con la luce spenta, ma vivida. Un momento in cui il tempo sembra smagliarsi, e i ricordi si confondono con l’aria.

Oltre la musica quali arti vi appassionano?

L’arte più affine alla musica: l’architettura. In fondo, entrambe costruiscono spazi. Solo che uno lo abiti con il corpo, l’altro con l’ascolto. Anche nella musica c’è una struttura, un equilibrio tra pieni e vuoti, tra tensione e rilascio. E questo vale anche per la fotografia e le arti grafiche, che ci attraggono per la capacità di racchiudere un’atmosfera, un tempo sospeso. Non a caso, la copertina dell’LP è stata una parte importante del processo. L’abbiamo cercata a lungo, scartando diverse bozze, discutendo ogni dettaglio, perché per noi era essenziale che rispecchiasse lo spirito del disco.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Stiamo già raccogliendo idee, frammenti, bozze, senza forzare troppo i tempi. Nel futuro prossimo vogliamo portare il disco in giro, farlo respirare dal vivo, vedere come cambia sul palco, come reagisce il pubblico. Ogni concerto è un modo per riscoprire le nostre stesse canzoni, per trovare nuove sfumature. Possiamo dire che una direzione per il prossimo LP c’è già. Pur non avendo ancora definito tutti i dettagli, abbiamo ben chiaro il percorso che vogliamo seguire. Ci prenderemo il tempo necessario per lavorare con attenzione e lasciare che il progetto si sviluppi in modo naturale e consapevole.

Su quale palco sognate di suonare?

Sognare è gratuito, per fortuna, e noi sogniamo in grande ma anche in modo molto intimo. Certo, sarebbe incredibile calcare un palco come quello del MI AMI, per l’energia che si respira e l’atmosfera unica che certi luoghi sanno creare. Però, più della grandezza del palco, ciò che davvero ci fa brillare gli occhi è il contesto: un pubblico che ascolta davvero, che si lascia attraversare dalla musica. Sogniamo anche palchi più piccoli, raccolti, dove il contatto è autentico, dove senti il respiro della sala — un teatro intimo, un circolo con il pavimento che scricchiola, o un festival in mezzo ai boschi. Come dice Puchu (Fabrizio), “il palco dei sogni potrebbe essere anche in un luogo sperduto, con un pubblico che magari non capisce nemmeno i testi delle canzoni”. Ma un pubblico che è lì, presente, a condividere quel momento. Che poi, basta arrivare anche solo a una persona, ed è già qualcosa di straordinario. O avere qualcuno che attende a bordo palco solo per stringerti la mano. Accarezza l’anima.

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