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press-reviews iFASTI "Oltre"

 

bandiera_italia   ROCKIT

Nel 1968, i Velvet Underground pubblicarono un pezzo, dal titolo The Gift, che univa una breve storia narrata dalla voce John Cale, l'anima più poliedrica della band, riprodotta nel canale stereo sinistro e una strumentale d'accompagnamento presente in quello destro. Questo dava la possibilità a chi ascoltava questa canzone di “isolare” la propria attenzione sulla musica o sulle parole presenti nel testo. Ed è questo lo spirito con cui si deve andare incontro a OLTRE, il nuovo album de I Fasti. Pur non impiegando il medesimo stratagemma sonoro, il nuovo disco della band originaria di Torino si compone proprio di parole e basi strumentali che viaggiano come due linee parallele incapaci di toccarsi l'una con l'altra. Un connubio che, per chi non è abituato al contrasto tra musica e prosa poetica recitata, può risultare abbastanza indigesto di primo acchito. OLTRE è un disco che non può essere affrontato in maniera distratta. L'assenza di ritornelli o di qualsiasi tipo di suoni catchy, costringono infatti chi lo ascolta a concentrarsi sulle tante parole che vengono srotolate dal gruppo per quasi mezz'ora. Prendendo spunto dalle atmosfere evocate da band come Offlaga Disco Pax e Massimo Volume, I Fasti scandagliano le tante sfaccettature che si celano all'interno della nostra contemporaneità: dal duro confronto con un mondo ormai in mano all'omologazione e all'annullamento delle emozioni (RMC) alle alienanti condizioni vissute ogni giorno da milioni di lavoratori (Felici e Salvi), passando per la visione distorta dell'uomo "forte" e della donna "madre di famiglia" imposta dalla nostra società (Giada) e le tante problematiche legate ai flussi migratori (M24). A parte qualche sparuta parentesi un po' troppo vicina al mood di un comizio elettorale (100 Fiori), la band piemontese offre ancora una volta tanti spunti di riflessione davvero interessanti, annunciati dalla squillante voce di Rocco Brancucci, che a tratti ricorda (e non poco) quella di Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori. Questa visione d'insieme della condizione umana viene stesa da I Fasti su gelidi tappeti strumentali, in bilico tra post-punk, musica elettronica e spoken-word. Nonostante una coerenza lirica meno forte rispetto a quella del precedente concept album TutorialOLTRE resta un lavoro di indubbio spessore artistico, frutto del lavoro di una band anti-mainstream fino al midollo, capace di mescolare il rock alternativo a piccoli racconti in prosa di grande impatto.

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bandiera_italia    FOTOGRAFIE ROCK

A distanza di quattro anni dalla pubblicazione di Tutorial, continuando a scavare tra le macerie emotive della contemporaneità, la band torinese I Fasti si riaffaccia sulla fervida scena dell’underground italico con il nuovo album intitolato Oltre, edito per le etichette I Dischi del Minollo e Scatti Vorticosi Records. Nati nel 2008 dalle ceneri dei Seminole, gruppo storico del DIY tricolore, e con alle spalle un’intensa attività live che li ha visti condividere il palco con nomi illustri del panorama indie tricolore, quali Lo Stato Sociale, Uochi Tochi, Fine Before You Came, Luci Della Centrale Elettrica, ecc., I Fasti (in assetto composto da batteria elettronica, due bassi e voce) si aprono a una profonda ispezione etica dei nostri tempi, quando con istinto reazionario e sarcasmo, quando con cinismo e trasparente disillusione. La materia compositiva della release si distribuisce tra stratificazioni post-rock, gelide tensioni darkwave, beat elettronici e una dialettica cantautorale contraddistinta da uno spoken-word evocativo e abrasivo, attraverso un misto di influenze stilistiche ascrivibili a nomi come Offlaga Disco Pax, Massimo Volume, Fluxus, Pierpaolo Capovilla e Zen Circus, combinando un’accattivante densità di suoni al pathos di una narrazione potente. L’elemento collante è la consueta coerenza e sincerità di fondo, insieme al timbro perentorio e declamatorio di Brancucci, che va a conferire spessore fisico a un reading in prosa impegnato e dai versi taglienti, portando in superficie le verità scomode del nostro Paese, esposte senza filtri e pudori, anche a rischio, talvolta, di scivolare sui declivi di uno sloganesimo populista. Lontani dalle strategie uniformanti del music business moderno, I Fasti indugiano sulle derive patologiche dell’oggi, puntando la lente d’ingrandimento sul tempo che scorre via inesorabile (“la vita è corta e se ne va”), sulle ingiustizie sociali perpetrate ai danni delle fasce deboli e sullo stato di salute di un’umanità – di cui noi tutti facciamo parte – sempre più schiacciata da quel modello di sviluppo e civiltà che lei stessa ha creato. Le otto tracce di Oltre rappresentano un vero e proprio manifesto emotivo e politico; una critica diretta nei confronti di una società arrivista e omologante che ha mercificato la propria identità collettiva in nome dell’individualismo e del consumismo usa e getta (“non siamo venuti al mondo solo per svilupparci economicamente, ma per cercare di essere felici”), con conseguente annullamento delle emozioni (“è accaduto qualcosa al mio cuore, non ho ancora capito se c’entra con l’amore o con il dolore”) e incapacità di provare sincera empatia. L’intenzione autorale del quartetto piemontese è quella di scandagliare vecchie e nuove problematiche che affliggono la contemporaneità: dai flussi migratori, evidenziando come alcune dinamiche di sopravvivenza siano rimaste identiche a quelle del medioevo (M24), al restyling della mentalità patriarcale (“ti piace ancora l’idea dell’uomo forte, ti piace ancora l’idea di una donna che sia una buona madre, ti piace ancora l’idea della razza, con questa idea del migliore e del peggiore”), dalla pace fatta con le bombe al ritorno dei fascisti (100 Fiori), dallo sfruttamento e i morti sui posti di lavoro alla tossicodipendenza delle piazze di spaccio (Claudia), passando attraverso crisi ambientali-sanitarie e crisi economico-bancarie. Una presa di posizione tormentata e astiosa sia contro le élite del potere, in quel voler alimentare il controllo delle masse mediante il terrore mediatico, nel classico divide et impera (“uno contro l’altro, crea il tuo nemico e agisci indisturbato”), sia contro la classe degli scontenti, che anziché formare un fronte omogeneo e coeso si ritrovano divisi da interessi personali. La società moderna ha indotto gli scontenti a cercare la felicità nel possesso, nel consumo (“devi correre veloce, non puoi certo essere lento, noi dobbiamo consegnare tanti oggetti da desiderare”) e nella superficialità dell’intrattenimento trash, anestetizzando e neutralizzando ogni forma di dissenso. Come già intuibile dalla scelta del titolo del disco, Oltre riassume l’invito a sporgersi al di là delle proprie possibilità, a superare le condizioni di stasi e i confini imposti dalle convenzioni umane, cercando di setacciare alternative possibili a quella che, passivamente dai nostri divani e dai nostri smartphone, crediamo essere l’unica realtà sostenibile. Capiremo mai che il nostro sguardo è l’unica cosa che non deve restare uguale? Stare bene o stare male, dunque, è il dilemma shakespeariano che da sempre accompagna il lento naufragare dell’essere umano, fino a quell’attimo di lucidità in cui subentra il bisogno di doversi fermare, per riappropriarsi del proprio ritmo e tornare piano piano a respirare (“voglio ancora stare bene, voglio che anche tu stia bene”). In quel “ci avete picchiati, ci avete derubati di quel futuro che oggi è poi il presente”, verosimilmente, è rintracciabile il senso dell’intero album: nella rassegnazione, nell’accettazione di aver perso, di non essere più in grado di poter cambiare le cose, di aver sbagliato tutto, di non avere più qualcosa in cui credere ciecamente. Pertanto, come dicono I Fasti, “la vita è breve e se va lavorando”, e c’è ne accorgiamo (forse) solo quando diventiamo vecchi, quando non resta che il rimpianto e almeno un minimo di memoria storica da tramandare, a differenza di tutti quei cinquantenni figli del benessere. D’altronde, com’è possibile sfuggire alla cultura che noi stessi abbiamo creato? Nel frattempo, mentre il concetto di democrazia sembra irreversibilmente compromesso alle logiche di concorrenza spietata e sleale del capitalismo, e visto che la sinistra si è progressivamente allontanata dalle esigenze del popolo, c’è chi si augura ancora che il modello capitalista crolli (“il sistema dovrebbe cadere di schianto e noi come acrobati seduti sui fili felici e salvi”), ignorando il fatto che a rimetterci il culo non sarebbero di certo i ricchi, bensì tutti gli altri.

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bandiera_italia   RADIOCOOP

Quarto album per la band torinese (dalla formazione insolita, con due bassi, computer, una chitarra e una voce) caratterizzato da un sound ostico, minimale, che accompagna uno spoken word ipnotico che si pone a metà tra lo stile dei Massimo Volume e quello degli Offlaga Disco Pax. Gli otto brani sono rigorosi e scabri sia nell’approccio che nel contenuto lirico. Gli appassionati di questo ambito troveranno un lavoro di sicuro valore.

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bandiera_italia   ROCK TARGATO ITALIA

“Così il sistema dovrebbe cadere di schianto. E noi come acrobati, appesi sui fili, felici e salvi”, recita un verso di un brano del nuovo album de I Fasti. Utopia? Certo. Ma l’utopia è proprio una delle cose di cui c’è più bisogno, in questi anni di cieca rassegnazione allo status quo e alle verità ufficiali. S’intitola “Oltre”, il nuovo disco de I Fasti, ed è un lavoro che fa ben pochi sconti. Otto brani fatti di elettronica minimale e una voce che, con uno stile molto più vicino alla parola detta che al cantato, scaglia come sassi taglienti pensieri che, fra lampi di utopia e frangenti di lucidissima disillusione, scavano fra le radici e le conseguenze dei mali del modello di sviluppo occidentale ai tempi delle crisi permanenti.

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bandiera_italia    TREMILA BATTUTE

Oltre è probabilmente il disco più omogeneo de iFasti, e il più post-rock. Se si eliminasse la voce dall’equazione questo sarebbe più evidente: mai come in questo disco i due bassi (soprattutto) e la chitarra creano incastri continui, giri armonici protratti a lungo che in un album di genere si sarebbero prolungati per minuti e minuti e che invece la band, ancorata a una struttura perlopiù standard di strofe e ritornelli, sfrutta per il tempo necessario a creare l’atmosfera senza fare in modo che l’atmosfera sia tutto. Questo approccio sulle prime è frustrante, si percepisce che potrebbe esserci un mondo dai confini più ampi dietro quelle note e non dargli libero sfogo tende a rendere l’esperienza sonora più omologata, che si traduce anche in uno spazio della componente elettronica molto minore: poi si cominciano ad apprezzare le sfumature, le piccole differenze, la vena abrasiva della già citata 100 fiori o il beat sincopato di Giada, emerge il lavoro della batteria elettronica e la curva di soddisfazione sale, i brani iniziano a girarti in testa. Oltre ti prende piano piano, in maniera avvolgente, ha meno picchi fantasiosi di Tutorial (che, almeno da questi primi ascolti, continuo a preferire sul fronte prettamente musicale) anche perché cerca di fare qualcosa di diverso, più coeso e “morbido” alla sua maniera. Rinnoverò il paragone con gli Offlaga Disco Pax fatto quattro anni fa affermando che se Tutorial era il loro Bachelite, Oltre è il loro Gioco di società: può piacervi più uno dell’altro, ma è una motivazione più di gusto che di qualità visto che quest’ultima rimane sempre alta. Anche i testi hanno subito un’evoluzione, contraria però a quella della musica. Ai toni più calmi degli strumenti la voce monocorde (e non per questo meno efficace, anzi) di Brancucci affianca versi ancora più affilati, scomodi, diretti ma al contempo aperti a più livelli di lettura. Le piazze di spaccio in cui “con una birra in mano ho giocato anche al superenalotto” contrapposte al posto di lavoro dove alle lamentele segue l’arrivo del “vigilante che mi picchia sulle gambe” (Claudia) approfondiscono in poche frasi il problema della tossicodipendenza oltre i confini della responsabilità del singolo e portandolo su quello sociale (“preferisce eccitarsi oppure addormentarsi, che avere a che fare con questa platea di ipocriti matti”), la prima frase di 100 fiori rinnova l’annosa questione della pace fatta con le bombe, l’immagine del paese (non esplicitato) con la cannabis legale e il salario minimo aumentato del duecentocinquanta per cento in José ci costringono a ragionare meglio sul confine fra realtà e utopia.

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L’introduzione acquatica, aliena di Derailed Dreams ci prepara ad un’immersione in un mondo niente affatto sconosciuto ma dal quale mancavamo da un bel pezzo.

Poco tempo fa, parlando de Gli Altri, band post-hardcore e quindi lontanissima dai King Suffy Generator, mi meravigliavo positivamente di come una band nostrana fosse stata in grado di portare una forte componente post-rock all’interno della loro musica in questi nostri giorni così lontani dal bel post-rock perchè – intendiamoci – di gruppi che reiterano le dinamiche delle scuole di Louisville e Chicago ve ne son fin troppe, lì arrabbiate e pronte a triturarceli con le loro geometriche intemperanze ‘emo’ e violenza math fine a sè stessa.

Quindi il post-rock non riesce ad invecchiare (e sedimentare nelle coscienze musicali) perchè ancora non vuole essere mollato dagli orfani dell’hardcore (quello vero che non hanno mai conosciuto) e allora si accaniscono sul suo corpo morto squassandone la carcassa come avvoltoi e rimestando e beccando lo svuotano di senso e significato.

E poi arrivano delle persone per bene a ricordarci che esisteva un altro modello di post-rock oltre ai soliti due comunemente  proposti, quello ben più difficile, fantasioso e ricco di sfumature dei Tortoise. Ecco dove guardano i King Suffy Generator ed ecco perchè nelle loro composizioni si affacciano elementi progressive, space e persino latin rock.

La stessa Derailed Dreams nel suo algido rigore ritmico si infiamma di aperture che ricordano il primo Santana, quello vero, non il pupazzo con cui l’hanno sostituito poi.
Ritornano le sospensioni dei Tortoise in Short Term Vision esono proprio quelli di TNT, quelli più vicini ai deliqui dei cugini analog-pop The Sea and Cake.

E non bisogna meravigliarsi a parlare di prog ed affini perchè gli stessi Tortoise erano affascinati dal motorik krauto e da certe sperimentazioni settantine. Ecco perchè il minuto e poco più di Rough Souls sembra una traccia perduta dei Popol Vuh o degli Amon Düül.

Relieve The Burden dimostra come la band sappia anche incalzarci ma persino nella foga neo-prog riesce a non perdere mai il controllo ricordandoci – come anche la successiva We Used To Talk About Emancipation un’altra delle più grandi band post-rock – meno imitate – di sempre, gli Shipping News.

Un disco così ed una band di connazionali così, di questi tempi bisogna tenerla  d’occhio. Non mi stupirebbe ritrovarli nelle charts indipendenti tra i migliori dischi italiani dell’anno.

http://www.kingsuffygenerator.com
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