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interviste VARANASI

Chi è la Lucy” che ha ispirato il vostro nuovo brano? E in che modo può rappresentare un cambio di percorso per voi?

Lucy è un personaggio di finzione, una donna con una spiccata immaginazione e un destino avverso.
La prima scintilla forse è nata dalla canzone dei Beatles, perché l’atmosfera e il ri- tornello del nostro pezzo ci sembravano somiglianti al loro e quindi ci abbiamo giocato so- pra.
Lo abbiamo scelto come primo singolo perché ci sembra essere allo stesso tempo un brano solido e capace di attirare l’attenzione, di essere cantato; contiene un lato oscuro e spe- riamo una sua luce.

Che cosa vi lasciato il vostro precedente percorso con i Japan Suicide?

Molte cose: oltre ai dischi pubblicati e ai concerti in Italia e all’estero, la soddisfazione per aver messo in piedi un progetto duraturo che ha continuato a migliorare nel tempo rispetto a quando eravamo agli esordi, e che ci ha dato un certo riconoscimento.
Soprattutto lo stupore per l’attenzione ricevuta dalle persone che hanno ascoltato la nostra musica, ai concerti op- pure in rete, che pensavamo possibile solo per gli artisti di una certa fama.

Come nasce la vostra collaborazione con I Dischi Del Minollo?
E quale può essere secondo voi il ruolo di un
etichetta discografica nel 2023?

Con I Dischi Del Minollo ci siamo conosciuti tramite una band amica e vicina di zona, i TV Lumière, anche loro con la stessa etichetta.
Per quanto riguarda il ruolo dell’etichetta, nonostante da anni ci diciamo che è tutto cambiato e che gli artisti si promuovono da soli, le etichette ci sono ancora, più grandi o più piccole, e il ruolo principale crediamo resti quello di fare crescere i progetti, o almeno di farli esistere, o resistere, imparando il mondo migliore di farlo.

Ci sono veramente delle influenze post-punk nel mondo dei Varanasi?
Ci snoccialate qualche
 nome il cui retaggio potremmo ritrovare nella vostra musica?

Ci sono, abbiamo le prove! I quattro pilastri delle origini sono Joy Division, The Cure, Siou- xsie and the Banshees e i Bauhaus.
A volte cerchiamo di sfuggirgli, ma perfino in canzoni insospettabili qualcuno ci dice che gli ricorda qualcosa di questi, soprattutto dei Cure.
Però ci sono anche delle sorprese, un tizio su Youtube si è chiesto se potremmo essere i cugini dei Baustelle. E poi Interpol, Slowdive (della fase recente), Beach House, The Black Angels…

Quali sono i vostri piani oggi?

Suonare dal vivo e cominciare a lavorare sul nuovo materiale, che è già cresciuto un bel po’ visto che dalla registrazione alla pubblicazione del disco è passato del tempo. Abbiamo an- che dei pezzi pronti per qualche incursione fra un disco e l’altro.

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Ciao e benvenuti sulle pagine di Tuttorock, parliamo subito di questo vostro nuovo album “Cattedrali per principianti”, come sta andando?

Ciao, è un po’ presto per dirlo, ci sembra che abbia fatto una buona impressione a chi lo ha ascoltato,  tra chi conosciamo di persona e le prime recensioni.

Ho apprezzato molto i vostri brani dal sound che sembra arrivare direttamente dagli anni ’80 con altre influenze anche del decennio successivo, è tutto frutto dei vostri ascolti che non si limitano ad un particolare genere o sottogenere?

In parte gli ascolti e in parte i suoni che abbiamo messo insieme nel tempo, strumenti ed effetti. Noi non cerchiamo di suonare in un certo modo pensando a delle epoche specifiche e per questo disco abbiamo preso spunto da dischi più recenti di band come Interpol, Slowdive, Arcade Fire.

Come nasce solitamente un vostro brano?

In genere si parte dalla linea di basso e dal concept del pezzo, al quale si unisce la voce e una direzione melodico-armonica, in modo da avere una sorta di scheletro del pezzo per poterci lavorare in studio o in sala prove tutti insieme.

Quando e come vi siete conosciuti?

In varie fasi dagli anni zero, alcuni alle superiori, poi tramite amicizie comuni e infine frequentando la scena musicale locale.

Come mai avete deciso nel 2019 di porre fine al progetto Japan Suicide e rinascere come Varanasi?

Perché il vecchio progetto aveva soprattutto un pubblico all’estero ed era diventato più difficile  investirci, perciò visto che vogliamo provare a farci strada in Italia senza essere confinati nella musica di genere abbiamo pensato di ricominciare con una nuova veste.

Dei concerti che avete fatto ce n’è uno che ricordate particolarmente?

Quelli ravvicinati tra Los Angeles, Città del Messico e il Wave Gotik Treffen a Lipsia: per la difficoltà logistica di non avere avuto margini di ritardo sui tempi con gli spostamenti, essere arrivati così lontani e il palco del festival tedesco, che è stato un bel traguardo.

A proposito di concerti, avete in programma qualche data prossimamente?

Abbiamo presentato il disco nella nostra città, Terni, e stiamo provando a organizzarne di nuovi a breve.

State scrivendo nuovi brani per un futuro nuovo album o per ora vi concentrate su questo che avete da poco pubblicato?

Sì, ne stiamo scrivendo di nuovi e ne abbiamo alcuni già pronti.

Grazie mille per il vostro tempo, vi lascio piena libertà per chiudere questa intervista come volete.

Grazie a te, un saluto a chi leggerà e avrà magari voglia di ascoltare il nostro disco e di venire a un nostro concerto.

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Fare rock in un momento in cui il rock non sembra andare di moda. Avete mai pensato di ammorbidirvi per rientrare più facilmente nel range delle playlist Spotify?

Questa cosa specifica delle playlist no, in generale abbiamo sempre fatto anche dei pezzi più pop. Non abbiamo mai fatto un rock pesante, quanto semmai cupo, e questo aspetto lo abbiamo esplorato abbondantemente, sempre comunque mettendo nei dischi alcuni pezzi più orecchiabili, perché ci piacciono anche quelli. In futuro continueremo ad avere una certa varietà nei nostri pezzi, pensando magari che alcuni possano essere più adatti come singoli al di fuori degli album, anche per un fatto di suono.

Quando scrivete dei pezzi nuovi, decidete a priori la direzione da prendere, o vi muovete naturalmente e il risultato finale, quello che arriva a noi, è spontaneo?

Nei singoli pezzi di solito non c’è una direzione a priori già definita, quanto uno sviluppo che in parte consegue dai primi abbozzi e in parte da una certa atmosfera o idea che si può avere in mente (che può anche cambiare nel tempo), da un certo suono o pattern; mentre nel comporre un album già si comincia di più a ragionare nell’insieme sui pezzi da selezionare, sebbene non in maniera rigida, in una maniera che poi può portare a modificare i pezzi stessi. C’è una parte di spontaneità nel senso che ciò che esce è ciò che vogliamo che esca per nostra scelta, ma la forma di ciò che esce è frutto di prove, cambiamenti, riflessioni, dubbi e così via.

Come vi siete ritrovati a fare musica insieme?

Alcuni di noi si sono conosciuti alle superiori, poi tramite amicizie comuni e gli ultimi elementi si sono aggiunti tramite conoscenze tra musicisti della nostra zona.

Lucy” è stato il primo singolo di questo album. Chi è questa Lucy?

Lucy è un personaggio immaginario, una figura sventurata attraversata da ossessioni e fantasie che però nonostante tutto prova a cambiare e a salvarsi.

Cattedrali per principianti” verrà presentato anche dal vivo?

Il disco lo abbiamo presentato ufficialmente nella nostra città, ci stiamo organizzando per i prossimi concerti in Italia.

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Ciao e benvenuti! Il percorso musicale dei Varanasi inizia quando avete deciso di porre la parola fine alla band Japan Suicide con cui avete fatto dieci anni di attività e diversi album pubblicati. Da dove è arrivato il bisogno di cambiare tutto nel vostro progetto musicale?

Il progetto Japan Suicide aveva (e ha) un pubblico principalmente all’estero, ed era diventato più difficile mantenerlo e provare a farlo crescere. Sul piano musicale noi abbiamo sempre modificato qualcosa, perciò mettendo insieme le due cose abbiamo pensato che questi cambiamenti fosse meglio indirizzarli in un progetto che fosse nuovo per intero.

Questa nuova strada inizia con un importante traguardo, ossia la partecipazione alla trasmissione Rai Radio Live Ticket to ride. Cosa avete provato nel far parte di un contesto così importante?

Siamo stati molto contenti, poi non avendo all’epoca ancora pubblicato un disco vero e proprio ci ha dato fiducia.

Il vostro album di debutto è Cattedrali per principianti, descrivetelo usando tre aggettivi.

Malinconico, ambizioso, eclettico.

Cosa sono per voi le Cattedrali per principianti?

I dischi da fare, le velleità da cullare e combattere, la vita stessa.

Una delle canzoni che mi ha colpito di più è Stelle nere, ma cos’è il nero che trasforma quelle stelle?

In questo caso è una visione cupa dello scorrere del tempo. “Il tempo è un bastardo” è il titolo italiano di un romanzo di Jennifer Egan nel quale diversi personaggi, alcuni dei quali per coincidenza vivono nel mondo della musica, hanno a che fare con questa sensazione del tempo che si porta via la giovinezza, l’innocenza, i sogni, quello che si costruisce e così via.

Sono diverse le presenze femminili in questo album come Lucy e Lady Lazarus. Da dove avete preso l’ispirazione per questi brani?

Lucy come nome viene dall’assonanza del ritornello con la canzone dei Beatles, mentre per Lazarus inizialmente avevamo pensato che nel disco ci sarebbe stato un brano chiamato Shiva e uno Parvati, che poi sono diventati L’odore della notte e Lady Lazarus. Nel disco ci sono brani con protagonisti maschili e femminili, che possono essere letti come differenti incarnazioni di Shiva e Parvati.

Lady Lazarus ha finito per chiamarsi così perché nel testo c’è un passo della poesia di Sylvia Plath. In base anche all’atmosfera dei pezzi i personaggi hanno preso la propria caratterizzazione.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Intanto fare concerti e poi organizzarci per le nuove uscite: abbiamo alcuni pezzi pronti per un eventuale singolo o EP e abbastanza possibili pezzi nuovi da scremare per iniziare a comporre il prossimo album.

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  1. Quali sono le difficoltà che avete riscontrato durante il vostro percorso?Sul piano musicale agli inizi sviluppare un gusto e un giudizio critico sulla nostra produzione, affinare le idee e rendere più articolati i nostri pezzi. Sul piano extra-musicale cercare di farci conoscere per uscire dalla nicchia della musica di genere underground.
  2. Ultimamente più difficile fare musica, rispetto a che farla in passato? 

    Non sappiamo come fosse in passato. Da un punto di vista pratico oggi è più economico produrre un buon disco, cioè che abbia una qualità sonora soddisfacente e che non faccia sembrare il tuo disco una demo; e la musica pubblicata oggi è sterminata. È anche molto più facile venire a contatto con musica differente. Può forse essere più difficile emergere perché c’è più offerta musicale.

  3. Perchè avete scelto il titolo “Cattedrali per principianti”, e perchè siete passati da essere i “Japan Suicide” ai “Varanasi”? Cambiare nome era necessario per voi? 

    La title-track è abbastanza rappresentativa dell’album come atmosfera e suoni, in più il significato del titolo può essere esteso anche all’album stesso, e quindi ci è sembrato adatto. Cambiare nome alla band non era necessario, però ci siamo sentiti di farlo perché abbiamo pensato che il vecchio nome fosse troppo legato a certi suoni e a una certa scena rispetto alla musica che vogliamo fare oggi. Come Japan Suicide avevamo più pubblico all’estero che in Italia, perciò considerando che abbiamo fatto questo cambiamento per suonare di più in Italia ci è sembrata la scelta migliore.

  4. Oltre che di musica, di che cosa bisogna essere esperti quando si fa un disco? 

    In realtà per fortuna non bisogna neanche essere esperti di musica  Più nel merito quello che si impara facendoli o conoscendo meglio quelli del passato è che la musica non è solo lo strumento che si suona e le note che si eseguono, ma tutto ciò che per brevità chiamiamo produzione e che sta fra l’idea di partenza e la resa finale. Questo aspetto ha a che fare con l’essere esperti e consapevoli, ma anche e soprattutto con l’avere un certo gusto, col mettere a fuoco le proprie idee. Il disco è più l’espressione di un punto di vista e di un immaginario, che la semplice produzione di suoni di qualità.

  5. Obiettivi per il vostro 2024? 

    Suonare dal vivo il disco, organizzare le prossime uscite e cominciare a lavorare sul nuovo materiale messo insieme negli ultimi tempi.

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Avete familiarità con la scena musicale delle vostre parti? Ci fate qualche nome che potrebbe rappresentare questa scena? Avete in programma quale feat. o collaborazione?

Attualmente non c’è una vera e propria scena, in passato c’è stato un periodo più movimentato con diversi gruppi; fra questi gli Uto, ancora attivi, per noi facevano da punto di riferimento. I nostri primi dischi li abbiamo registrati con uno di loro, Giorgio Speranza, che è anche produttore. Oltre a loro possiamo citare i TV Lumière e gli Euphonika. Di band nate di recente a Terni ci vengono in mente i Mog4no e i Laika Flee!

E come è cambiato l’utilizzo dei social per un progetto musicale come il vostro da quando avete iniziato a suonare? Chi di voi se ne occupa maggiormente?

È cambiato con il secondo album del vecchio progetto. I primi passi li abbiamo mossi nel 2010, ma ancora stavamo ragionando di più sui nostri mezzi espressivi che sulla promozione via social. Il disco del 2015 We Die In Such A Place ha cambiato le cose perché ha avuto una buona risonanza, perciò ci ha in qualche modo obbligati a usarli in modo continuo, anche perché avevamo scoperto che c’era un pubblico interessato alla nostra musica.

Tra le vostre influenze anche il post punk, e ci vengono in mente band come Interpol, Editors e White Lies. Vi ricordate ancora il periodo in cui vi siete approcciati per la prima volta a band come queste? Che cosa ha affascinato maggiormente Varanasi?

Sì, le tre band citate le abbiamo subito intercettate con molto piacere. Noi dopo un iniziale periodo di incertezza su come volevamo suonare abbiamo preso il via da un periodo passato, il post-punk appunto, e vedere che intanto stava nascendo una cosa simile, ma in diretta, ha creato un bel fermento. Sono stati sia una forma d’ispirazione che di conferma del fatto che quei suoni erano ancora vivi.

E come sono nati questi nuovi brani che fanno parte del vostro disco “Cattedrali per principianti”?

Dopo l’ultimo disco come Japan Suicide, Ki, del 2019, abbiamo cominciato a scrivere i pezzi del nuovo progetto. Abbiamo pubblicato un EP con pezzi vecchi e uno inedito mentre nel frattempo decidevamo quali tra quelli abbozzati sarebbero andati a comporre questo primo album.

Avete ancora voglia di fare musica, nonostante il periodo in cui sembra difficilissimo portarla in giro live?

Sì, anche se ci sono difficoltà ci piace ancora. Il live è uno degli elementi in gioco, ma oltre al fatto che online possiamo raggiungere molte più persone che dal vivo, il piacere di fare dischi e fare musica forse ha più a che fare con altro che non con l’immediata ricezione da parte di un pubblico.

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QUANTO VI SENTITE HYPFI? CIOÈ, FATE MUSICA TRISTE MA SIETE PERSONE FELICI?
Abbastanza, sia nel senso che la nostra musica non riflette necessariamente il nostro stato d’animo o i nostri caratteri e sia nel senso che come band la prendiamo molto alla leggera. Una buona parte di ciò che facciamo poi non è propriamente triste, anche se sta da questo lato della musica. Pur non facendo canzoni simili ai tormentoni estivi ci possono essere momenti di musica spensierata, allegra, quasi ballabile, orecchiabile e radiofonica.

QUAL È LA CANZONE PIÙ TRISTE DEL VOSTRO ALBUM, CATTEDRALI PER PRINCIPIANTI?
Quella più triste potrebbe essere Hiroshima mon amour, che ha la stessa atmosfera dall’inizio alla fine sia per quanto riguarda la musica che il testo e che potrebbe essere ben descritta come triste. Il brano Cattedrali per principianti è più malinconico, mentre Lady Lazarus è più oscura con un finale catartico.

E QUAL È INVECE LA CANZONE PIÙ FELICE DELL’ALBUM?
Quella che ha degli sprazzi avvicinabili alla felicità potrebbe essere Rosemary’s Baby, che è la più scanzonata ed è abbastanza orecchiabile. Poi per ritmo e vivacità L’odore della notte, Stelle nere e Una storia vera, che però hanno tutte un fondo di inquietudine.

IN CHE MODO LA VOSTRA MUSICA POTREBBE RENDERE FELICE CHI L’ASCOLTA?
Be’, come per tutta la musica direttamente se ha delle parti che assecondano o muovono alla felicità o indirettamente se chi l’apprezza è felice che esista e attende con piacere nuove uscite.

QUALI SONO LE VOSTRE TRE CANZONI TRISTI PREFERITE DI SEMPRE?
In realtà non ne abbiamo, ma queste potrebbero giocarsela: Street Spirit dei Radiohead, The Same Deep Water As You dei The Cure e Decades dei Joy Division.

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Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che partire che iniziare col chiedervi qualcosa in più sul vostro percorso scolastico. Com’è andata?
Nel complesso abbastanza bene, a parte un abbandono poi rientrato abbiamo all’attivo diverse lauree e qualcuno di noi insegna pure.

E con lo studio della musica che tipo di rapporto avete? È vero che per fare musica bisogna per forza studiarla?
Chi più chi meno abbiamo tutti studiato musica, ma come band siamo più sul lato creativo che virtuoso della musica. Fare musica può voler dire diverse cose, dipende per ciò da cosa si vuole fare. Un esecutore dovrà studiare per forza, in ambito accademico o meno, mentre la musica in senso più ampio è fatta di molte cose che non hanno a che vedere con lo studio in senso tradizionale. Quello che non può mancare è il tempo che si deve dedicare a ciò che si vuole fare. Visto che è un’intervista dedicata agli studenti può essere interessante studiare il percorso artistico di Arvo Pärt.

A che periodo risalgono i vostri brani dell’album che avete in uscita? Vi capita mai di riascoltarvi? Com’è?
Più o meno risalgono al 2019. Il riascolto è molto frequente perché in genere tra un disco e l’altro non passa mai così tanto tempo da non avere a che fare con la lavorazione di un disco. Mentre man mano che il tempo passa le prime cose capita più di rado di riascoltarle. Quando si è agli inizi c’è una sorta di imbarazzo, poi col tempo ci si abitua e diventa più un ascolto funzionale che un ascolto fatto per la semplice voglia di farlo. E per fortuna ci sono anche questi momenti di piacere nei quali si ritorna dei puri ascoltatori.

Indie e Rock sono due termini che vanno ancora d’accordo?
Crediamo di sì, noi in fondo siamo una band rock e indie. Sul termine indie c’è molta ambiguità quindi la premessa potrebbe es- sere: di cosa parliamo quando parliamo di indie. Per noi è un sem- plice dato di fatto, non un valore in sé. Delle major si parla a volte come del diavolo, e noi questo diavolo prima di giudicarlo vorremmo almeno conoscerlo.

Programmi per Capodanno?
Brinderemo al nuovo disco!

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Quali sono le vostre influenze musicali? C’è qualcosa che proprio non ci aspetteremmo mai?
Principalmente post-punk, psichedelia, shoegaze, più in generale rock e pop; di fortemente inaspettato crediamo di no, al limite qualcosa di diverso da ciò che uno potrebbe pensare a un primo ascolto, ma sempre in questo ambito comunque sterminato tra rock e pop.

Quali sono gli ingredienti che vanno a comporre la vostra musica? Avete discusso a priori del vostro lavoro e delle influenze che avrebbe compreso, o è qualcosa che è nata spontaneamente?

C’è una parte di base più legata alla forma classica del pezzo rock e una parte sviluppata più nel tempo fatta di effetti e atmosfere, suoni di fondo complementari. Ci piacciono molto le introduzioni e le code. Spontaneamente dai primi dischi influenti dai quali siamo partiti abbiamo aggiunto più cose ai nostri pezzi e cambiato anche l’utilizzo dei vari elementi.

Cosa significa fare rock nel 2023? Se apriamo la playlist Spotify Rock Italia, vi ritrovate nei nomi che la compongono o vi considerate estranei?

Non sappiamo se abbia un significato particolare, per noi è semplicemente ciò ciò con il quale siamo cresciuti e ciò che ci piace fare. L’aspetto principale per noi è stato trovare una propria voce, per quanto possibile, in modo da bilanciare le influenze. La playlist la siamo andata a cercare e molti nomi nuovi non li conosciamo, è impossibile stare dietro a tutto, quindi dovremmo ascoltarla per rispondere. Ci sono dentro però anche Subsonica, Bugo e Umberto Maria Giardini, che stimiamo.

Quali attività sono necessarie a fare un disco, al di là della musica?

A parte finanziarlo e curare la parte grafica non c’è molto altro. Fondamentale è trovare uno studio che abbia un divano molto comodo e spazioso per assopirsi durante le attese, mentre il produttore sistema i suoni. Poi il difficile viene dopo, per farlo ascoltare.

Quale domanda avrei assolutamente dovuto farvi, e invece non vi ho fatto? Quale invece la risposta?
Per fortuna non ci sono domande fondamentali. Non ci hai chiesto come stiamo e ti avremmo risposto abbastanza bene, grazie.

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Vi ricordate come avete passato la primissima quarantena? Com’è andata?

La quarantena è iniziata il giorno dopo che abbiamo chiuso il disco con Maurizio Baggio e siamo tornati dallo studio in Bassano del Grappa (La distilleria – produzioni musicali). Siamo rimasti indecisi sul da farsi come crediamo molti altri non sapendo se pubblicare il disco o fare uscire altro materiale per prendere tempo. Noi comunque scriviamo molto quindi ne abbiamo ap- profittato per mettere nuovi brani in lavorazione.

Come avete identificato “Lucy” come primo singolo di questo album che avete in uscita? Come mai lo avete scelto come rappresentativo?

Lucy crediamo che sia tra i brani del disco con più potenziale sul piano dell’immediatezza nell’ascolto e con un ritornello che può restare in testa. Anche per la nostra etichetta I Dischi del Minollo era un potenziale singolo. È fra i pezzi più orecchiabili del disco e per noi fino a oggi è stato più raro avere pezzi del genere, e dunque è un buon pezzo per presentare un nuovo progetto e allo stesso tempo mantiene per noi una certa solidità come brano rock con sfumature psichedeliche, per cui può anche essere un buon sunto dell’album.

Quali sono i vostri riferimenti italiani, nella scena italiana? Qualcuno in particolare con cui vi piacerebbe fare una collaborazione?

Ci sono diversi artisti che ci piacciono, anche se forse non li abbiamo avuti fino a oggi come dei riferimenti: quelli storici come Battisti, Battiato, CCCP, CSI, Afterhours; oppure altri più recenti che stimiamo e che fan- no cose più o meno diverse dalle nostre come Iosonouncane, Massimo Volume e i Baustelle. Ci piacerebbe essere prodotti da qualcuno, magari da Manuel Agnelli.

Cosa possono avere, musicalmente in parlando, in comune Varanasi e Japan Suicide?

In comune c’è intanto l’ambizione di fare dei dischi significativi, di migliorarci. E poi ciò che abbiamo fatto nel passato rimane sottotraccia e costituisce le fonda- menta dei pezzi, che poi in superficie possono assume- re sembianze più o meno diverse. I dischi precedenti erano molto centrati su alcune atmosfere e su una certa gravità di fondo; oggi cerchiamo di ampliare il tutto e di avere più varietà sonora.

Cosa c’è nel futuro dei Varanasi?

Speriamo che ci sia una buona ricezione, dei concerti, altri dischi e che siano di valore.

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Descrivete “Cattedrali per principianti” come la storia di un matrimonio. In che senso?

Nel senso che nella canzone la voce narrante si rivolge a un uomo che si è appena sposato e che già comincia a immaginarsi un epilogo fallimentare.

La copertina di questo disco riunisce diversi frame. Di che cosa si tratta?

La copertina del singolo “Cattedrali per principianti” riprende quella del disco in una versione in bianco e nero con diverse sfumature. È la foto dell'inceneritore della nostra città, Terni.

Avete dei compiti definiti all’interno della vostra band (social, interviste, booking…), oppure siete una squadra che si aiuta in tutto? C’è qualcosa che state facendo (come per esempio montare dei reel o simili) che non pensavate di dover fare?

Ci dividiamo un po' i compiti in base al momento. La promozione tramite brevi video è la novità rispetto al passato, più in generale l'esposizione diretta tramite social.

Che fascinazione possono avere per voi band come Editors, Interpol e altre band che hanno fatto del revival del post punk il loro marchio di fabbrica?

Ci sono piaciute molto all'epoca, soprattutto gli Interpol, che seguiamo ancora oggi. Sono state fonte di ispirazione perché noi abbiamo iniziato come band proprio nel momento della loro ascesa ed è stato bello vedere come fosse possibile prendere spunto dalla musica del passato post-punk aggiungendo qualcosa di nuovo e di personale.

Nel 2024 sentiremo ancora parlare di voi?

Forse sì, abbiamo già dei pezzi pronti e molti altri da definire per il prossimo album, fra qualche tempo decideremo se pubblicare qualcosa prima del prossimo disco.

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“Cattedrali per principianti” sta per compiere due mesi. Cos’hanno imparato i Varanasi del mercato musicale in questi anni complicati post pandemia?

Per il momento non abbiamo fatto qualcosa di diverso da quello che facevamo prima della pandemia, ovvero registrare, pubblicare e promuovere la nostra musica tramite un’etichetta, la distribuzione digitale, un ufficio stampa e i social. C’è in generale maggiore attenzione alle playlist rispetto all’album.

Il vostro sound si avvicina a ciò che facevate in passato con i Japan Suicide? Ci raccontate questo passaggio da un progetto all’altro?

Sì, ci sono dei legami, in fondo c’è la stessa formazione strumentale. Quello che è cambiato maggiormente è il tono generale, che prima era prevalentemente cupo in maniera marcata, e il fatto che i pezzi del passato avessero più spesso una componente strumentale meno legata alla forma della canzone come accompagnamento alla voce.

Qual è il ruolo e la funzione di un’etichetta discografica indipendente, oggi?

Il ruolo in fondo è sempre lo stesso, far crescere i propri artisti attraverso i vari canali, in base alle possibilità, facendosi spazio.

Avete degli obiettivi per questo 2024 che è appena iniziato? Quali?

Quest’anno da un lato suonare il più possibile il nostro album live e organizzarci per le prossime uscite, abbiamo dei pezzi pronti e altri per il prossimo album in lavorazione.

Shoegaze e la canzone italiana possono andare d’accordo? Quali esempi avete preso come riferimento per il vostro sound?

Crediamo di sì, in fondo lo shoegaze tolto il muro di suono è fatto di pezzi molto melodici e leggeri. Un disco molto bello come modello generale e in parte come suono è stato quello omonimo degli Slowdive del 2017, nel senso che è meno monotono rispetto a quelli dei loro inizi. Quello che abbiamo cercato di fare è di avere delle belle canzoni rivesti-te di un suono all’altezza usando gli stili che ci piacciono.

Qual è il vostro legame invece con la città di Varanasi? Perchè l’avete reputata così affascinante tanto da chiamarvi proprio come lei?

Non c’è un legame particolare: a partire dalla canzone degli Afterhours Varanasi Baby ci sono delle cose che ci sono piaciute: il rimando alla componente psichedelica, il legame simbolico con la morte che stava nel nostro vecchio nome e con la luce e i colori, che si accorda con la musica che vogliamo fare.

Ci spiegate il titolo del disco?

Si tratta di un ossimoro scherzoso. Nella canzone il protagonista si rende conto che si è messo in una situazione più grande di lui; fuori dalla finzione noi pubblichiamo dischi con l’aspirazione di fare qualcosa di grande e però mettiamo le mani avanti cercando di non prenderci troppo sul serio.

Cosa sta per accadere ora a i Varanasi?

Non lo sappiamo, speriamo cose buone, accettiamo il mistero.