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interviste BIR TAWIL

 

Bir Tawil è una terra di nessuno di duemila chilometri quadrati tra l’Egitto e il Sudan. È un errore dei colonizzatori inglesi nel ridisegnare le mappe africane, rimasto tale perché né Il Cairo né Khartum hanno mai reclamato la zona, dal momento che non è molto appetibile: non ha uno sbocco a mare, non ha miniere e nel suo sottosuolo non scorre petrolio. È una zona attraversata da tribù nomadi, usata per far pascolare il bestiame.

Bir Tawil è il punto d’incontro di due musicisti ragusani, uno di stanza a Londra, l’altro a Fontainebleau. Il “londinese”, Carlo H. Natoli, un free-lance della comunicazione che sulle rive del Tamigi ha costituito una società per eventi e musica, suona chitarre e manipola elettronica. Il “francese”, Dario De Filippo, un «intermittente dello spettacolo», è un funambolo delle percussioni specializzato in musica afrocubana.

«Siamo amici da più di vent’anni, abbiamo cominciato a suonare insieme a Ragusa», racconta Natoli. «Inizialmente Carlo aveva come batterista mio fratello, che poi decise di lasciare per andare a fare il poliziotto. In pratica costrinse me a rimpiazzarlo, convinto che io sapessi suonare la batteria», ride De Filippo dondolandosi sulla sedia della terrazza di casa a Fontainebleau. Le strade poi si sono divise ed i due amici si sono ritrovati sulle sponde opposte della Manica. «Ma siamo rimasti sempre in contatto», dicono in collegamento via Google Meet dalle loro rispettive residenze. «Ci incontravamo per le vacanze in Sicilia».

Quattro anni fa, durante una di queste vacanze, ma quella volta in Bretagna, nasce l’idea di registrare alcune canzoni insieme. «Fu un’estate disastrosa per le nostre famiglie, con noi chiusi tutto il giorno in stanza a provare». Una crisi creativa di Carlo prima e poi l’urgenza del progetto Erri, l’alter ego di Natoli, sembravano aver riposto nel cassetto la reunion fra i due amici. «Lo scoppio della pandemia, con il conseguente stop al mio tour come Erri, e le telefonate di Dario mi riportarono sul progetto in comune», continua il racconto del ragusano “londinese”. «Nel frattempo, avevo comprato un nuovo strumento, una chitarra tenore, tipica della musica irlandese, con quattro corde, attraverso cui ho cominciato a rivedere le jam session che erano nate con una chitarra elettrica».

Si delinea, finalmente, Bir Tawil, duo di polistrumentisti siciliani con sede nel Regno Unito e in Francia. «Bir Tawil come punto d’incontro perfetto per noi migranti economici, nomadi, che abbiamo perso il senso di appartenenza a una terra, verso la quale nutriamo soltanto un sentimento di nostalgia, né ci sentiamo inglesi o francesi. Bir Tawil è, quindi, il non-Stato al quale può appartenere la nostra musica», spiega Natoli.

Bir Tawil come una vera e propria terra senza regole né leggi. Una free zone nella quale operare in piena libertà. Nella quale il blues e la sabbia del deserto avvolgono suoni sperimentali, avanguardia e sonorità arabe, siciliane, africane. Percussioni subsahariane e marranzano si intrecciano con strumenti a corda del Nord Europa elettrificati e distorti, tamburi a cornice e calabash s’insinuano tra elettronica e campionamenti. Thom Yorke dei Radiohead e Rosa Balistreri ballano attorno a un fuoco fra le dune. Musica nomade, polverosa, ruvida, aspra. Musica per banditi, per «partiti da una tavola di fame» o per sognatori incalliti.

«Il background del progetto è nel fenomeno migratorio che avviene nel Canale della Manica, che è molto simile a quello che accade in Sicilia», sottolinea Natoli. «Ma l’Inghilterra si comporta molto peggio, con le ronde del National Front che accolgono a colpi di bastone i clandestini sulle spiagge di Dover. È l’idea della illegalità che si collega con quella della fuga, della migrazione, del nomadismo, di chi si sposta in cerca di un futuro migliore».

«Ma anche come qualcosa di “ufficioso”, di lontano dalle istituzioni, di libertà, quindi», aggiunge Dario De Filippo. «Qualcosa che ha il sapore della strada. Quando la musica viene dalla strada, allora è più vissuta, più sofferta».

Bir Tawil come luogo d’arrivo del viaggio di un migrante al contrario come il poeta Danilo Dolci, che lasciò Trieste per andare a vivere nel posto più povero d’Italia, a Partinico. Da una sua intervista a un detenuto che gli raccontava i suoi sogni comincia il viaggio musicale di In Between, l’album del duo di musicisti siciliani. «Quei pensieri raccolti nel volume Racconti siciliani sono diventati il testo di As fire as well, in cui il protagonista dice: “Io mi sono sognato fuoco”», spiega Natoli. Viaggio e sogno i temi del disco, che avrebbe dovuto concludersi con un’altra citazione del Ghandi siciliano alla fine di My heart as a crown: «Qui parlano i poveri Cristi della Sicilia occidentale attraverso la radio della nuova resistenza». «Poi abbiamo preferito scegliere un canto di carcere, Lu libbru di li ‘nfami di Rosa Balistreri, che diventa un canto di lamento in generale, un blues siciliano, che è la sintesi ideale del disco», spiega Natoli. «È l’immagine della Sicilia che vogliamo offrire all’Inghilterra e alla Francia, dove è uscito l’album che adesso viene pubblicato in Italia anche dall’etichetta “I Dischi del Minollo”. Prima all’estero i siciliani venivano identificati con la mafia, adesso a Londra un 50% ancora ci prende per mafiosi, l’altra metà per il commissario Montalbano. È l’immagine di una Sicilia inesistente. Sui manifesti si pubblicizza una regione florilegio di formaggi, vino, spiagge, windsurf. Tutto il resto è scomparso nella narrazione dell’Isola. Quindi Bir Tawil vuole anche essere un modo di parlare della Sicilia, delle terre di mezzo, partendo da un luogo dove noi possiamo fare tutto quello che vogliamo perché è solo deserto».

Ospiti del disco Cesare Basile, l’algerino Hafid Bidari (voce e guembri in Season of men), i francesi Julie Mélina Macaire-Ettabaâ (voce in Southern wind) e Baptiste Bouquin (clarinetto in Lu libbru di l‘nfami). La prima uscita ufficiale del duo sarà il 17 giugno al Migration Festival di Sheffield, «a fine luglio saremo in tour in Sicilia». Nel frattempo, in parallelo con l’album, si svilupperà un progetto videografico curato da un altro fratello di Dario De Filippo, il videomaker Alessandro, con base a Catania, e Giuseppe Firrincieli, che racconteranno il disco attraverso una serie di teaser.

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Prendiamola come bandiera del tutto. La società dello spettacolo. Oggi forse più di ieri esiste una discriminazione culturale, di spettacolo. Siamo ancora nei tempi in cui la cultura fa paura e va repressa oppure ormai siamo talmente omologati che è abitudinario ogni cosa… ogni cosa ormai è ridotto a rumore di fondo?
Siamo ancora all’adagio della cultura pericolosa (nel migliore dei casi) o inutile (nel peggiore), chiaramente. Ovviamente se stiamo parlando fuori dai soliti zibaldoni televisivi nazional popolari (in campo musicale), perché i carrozzoni vecchi e nuovi (Sanremo vs concerto e del primo maggio) sono salvi grazie alla cretineria intrinseca delle innocue proposte “per farci divertire tanto”. Per farti un esempio dell’inutilità di questi casi specifici nella bilancia culturale e sociale di un paese, il primo anno di covid, nulla era cambiato con gli streaming sanremesi, e mentre leggevamo di amici fonici che dovevano abbandonare una vita di training e professione (o peggio di chi si è suicidato per i debiti) a Sanremo i nuovi noti non hanno speso un minuto del loro prezioso tempo per fare un gesto di riconoscenza o vicinanza alle categorie dei lavoratori dello spettacolo, che altro dovevano fare d’altronde? Non partecipare? Magari. L’Italia soprattutto, perché Inghilterra e Francia sono leggermente meglio, ma il trend è quello, producono stagnazione culturale come principale prodotto. E noia.

La narrazione qui passa anche (forse soprattutto) dai suoni, vero? In che modo i suoni danno battaglia alle omologazioni e sostegno ai “non allineati”? Se così posso dire…
Perché sono suoni di frontiere, varie. Tutte quelle che abbiamo vissuto e attraversato, e quelle che vorremo non esistessero. È un diario sentimentale di fuga. E di ribellione.

Dall’Africa alle terre del nord. Eppure il disco fisicamente nasce tra Londra e la Francia che sono tutt’altro che terre di confine. In qualche modo loro, queste latitudini commerciali e industriali, hanno contaminato il disco stesso?
Ci spiace contraddirti, ma anche escludendo brexit che ha aperto nuove separazioni e confini, Inghilterra e Francia sono proprio l’una il confine dell’altra, con la Manica in mezzo, e non solo fisicamente. E poi entrambe hanno un grado elevatissimo di polarizzazione del dibattito su conflitti e minoranze per così dire interne (pensa al caso Irlanda, con un confine scritto nel sangue che letteralmente spacca in due una città manco ci fosse ancora la guerra fredda). Sono tutti conflitti che tormentano le nostre vite, e però paradossalmente le nutrono. Almeno culturalmente. Poi ci sarebbero i rispettivi dibattiti post-colonialisti (che se aspettiamo per un equivalente in Italia stiamo freschi) che sono grandi contenitori si di orrore ma anche di una nuova cultura globale.

Parliamo di collaborazione che anche qui il piatto si fa ricco. Artisti di confine anche loro? Come sono nate? Ma soprattutto… nate sotto una stella estetica e di concetto o con la voglia e l’amore per il progetto che stava nascendo?
Avevamo voglia di mettere in gioco la musica con veri e propri attentati da parte di musicisti che stimiamo, esterni alla nostra esperienza quasi simbiotica (anche se decisamente elettronica). Abbiamo trovato dei complici e dei compagni, con cui stiamo già pensando di mettere in piedi nuove avventure.

Eppure alla fine anche “In Between” rispetta delle regole. Mi ha sempre affascinato questa piccola contraddizione. Rispettare le regole per poterle denunciare, sempre se mi si concede la sintesi. Come la spiegate altrimenti?
È la solita storia di prendere un sistema e spremerci fuori quello che ti serve, volente o nolente il sistema. Non siamo pirati alla fine, perlomeno per ora, ma non escluderei…

Da banditi, si guarda volitivi verso l’orizzonte per superare “la presente assenza di futuro”. Bellissima questa frase. Credo sia davvero un’icona dell’intero disco. Secondo voi aver certo il futuro è al tempo stesso aver certa la “morte” di senso di ogni viaggio?

Il futuro è obsoleto, diceva Canecapovolto secoli (digitali) fa’. Noi per colmare la misura ci aggiungiamo che il presente è sopravvalutato e il passato è l’unica prospettiva.

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Un disco lontano da ogni cosa. Di conosciuto ha il timing, il ritmo, una sorta di regola per starci dentro. Il resto e' contaminazione. Partiamo da qui: perche' l'Africa e perche' poi il progresso?
Perché l'Africa è l'unico progresso possibile, soprattutto alternativo alla decadenza che viviamo da questa parte del mondo. Non solo politicamente, ma anche e soprattutto musicalmente: qualunque musicista di provenienza o residenza africana ci capiti di sentire, anche fra gli esponenti del pop pie' becero e di classifica ci da spanne, specialmente in quanto ad attitudine e convinzione, senza nemmeno bisogno di tirare in ballo eminenze come tutta la scena desert, Malouma o Ali Farka Toure'. Basta pensare poi a progetti come Afrorack (dove un d.i.y. di necessità diventa genio vero e proprio), per capire che siamo destinati ad essere eterni debitori perennemente di questo continente negletto e martoriato. Inoltre, da siciliani, tendiamo a sentirci un po’ come ‘‘les concierges’’ d’Europa; sull’isola non ti rendi conto, ma vivendo (e guardando) da fuori capiamo quanto le nostre culture siano vicine.

“In Between” è un disco per i reietti, per i banditi, per chi vien scomodo alla società (dello spettacolo e non solo). In che modo poi la musica ha celebrato tutto questo secondo voi?
Mai abbastanza. E troppo spesso puntando sul mauditismo dell'artista di turno. Non ci fossero stati i cantautori (in Italia soprattutto) o più in generale artisti politicizzati a parte pochi grandi si parlerebbe ancora solo ed esclusivamente di stupidaggini. L'unica ancora di certezza, nel raccontare e celebrare la gente (come Volk) è sempre stata la folk music e abbiamo imparato (e rubato) negli anni a trovare la stessa forza espressiva e valenza rivoluzionaria nella musica dei Griot dell'Africa Occidentale come nel Rebetiko Ateniese degli anni '30. Noi dal canto nostro, non ci siamo posti molte domande, abbiamo solo fatto musica, liberi, ufficiosi, testardi e fieri.

E diteci dei suoni dentro la cui ragione si concepisce tutto della contaminazione. In questo sento che parte di mondo troviamo? Di sicuro gli aborigeni da una parte e Berlino dall'altra se mi si concede l'allegoria…
Siamo isolani da generazioni, siamo abituati a prendere quello che ci serve (anche se imposto dall'alto) e cucinarne una versione nuova e personale. Quando per motivi di vite, famiglie e lavoro, siamo finiti in un altrove qualunque (in realtà come sempre ci sono state transizioni, passaggi temporanei e attraversamenti) abbiamo aggiunto nuovi ingredienti, naturalmente, senza troppa pianificazione: alla fine suoniamo semplicemente road music, ma è una strada lunga, che passa da molti posti, e con una storia da raccontare.

L'elettronica e il futuro hanno un peso determinante per il disco. Il passato anche ovviamente. Voi che rapporto avete con l'uno e con l'altro?
Siamo nostalgici del futuro e inconsapevoli del passato. Questa è una condizione umana. Personalmente poi, essendo in uno stato di viaggio perenne, sono solo punti, davanti o dietro, poco importa. L’elettronica è solo un altro strumento alla fine, che ha trovato il suo posto a forza nella società, mentre nella musica sembra avere una sua armonia. Almeno per ora.

In rete il primo video di Season of man, dove troviamo anche una delle preziose feat. del lavoro (Hafid Bidar nello specifico). Se non erro questi video saranno poi un documentario o sbaglio?
Si tratta di un teaser, contemporaneamente del disco e di questo lavoro video in corso d'opera, un documentario in forma di suoni e immagini, su un isola perduta, lontana dagli stereotipi delle agenzie di viaggio straniere, delle fiction televisive o dei soliti stereotipi da scardinare: un ultra luogo da attraversare, come Bir Tawil, e che per il momento e' nelle mani di Giuseppe Firrincieli (videografia) e Alessandro De Filippo (parole e ricerche)

Dalla distanza alla vicinanza. Andrete anche dal vivo? E come?
In realtà non siamo particolarmente distanti noi due, ci separa solo la Manica. E ci continua a ricordare I privilegi di molti e I limiti di tanti. Abbiamo già debuttato, il 22 e 23 aprile scorsi, dal vivo a Trieste (e dove altrimenti se non al confine) all'interno di una produzione costruita intorno alla nostra musica da Hangar Teatri, in un concerto reading (con l’attrice Valentina Milan) che raccontava del viaggio, di Danilo Dolci, di Trieste, della ex-Jugoslavia e della Sicilia. A metà giugno saremo in giro in Inghilterra per un po' di date, tra cui il 17 al Migration Matters a Shef field (che tra l'altro quest'anno include una serie di progetti a noi particolarmente cari come Les Amazones d'Afrique, Seun Kuti, Fehdah) e poi a fine luglio saremo in Sicilia per una settimana. Dal vivo siamo solo in due, corde, voce, percussioni e live electronics: rispetto al disco stiamo aprendo strade di improvvisazione e stiamo cominciando a scrivere materiale nuovo ogni volta che è possibile, certe volte portandolo live nel giro di qualche ora, c'e' una flessibilità estrema in questo senso, anche nella natura della musica che può oscillare tra una dimensione cinematica o da ballo a seconda del nostro mood e della serata. Avremo ogni volta che e' possibile ospiti, sia quelli del disco che altri di volta in volta diversi, perché alla fine lo scopo vero di stare sulla strada con la musica e consegnarla a qualcun altro, mentre te ne fai dare di nuova da chi non conoscevi.

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Raccontare questo straordinario progetto è cosa impossibile, anzi decisamente vietata se volessimo sposare quel concetto di contaminazione umana, spirituale, liturgica a suo modo che ognuno avrà il diritto di costruirsi dopo l’ascolto meditativo di un disco come “In Between”, opera a firma dei Bir Tawil (moniker che celebra quella famosa terra di nessuno e che nessuno reclama). Un duo apolide nell’anima e nel pensiero del suono, formato da Carlo H. Natoli e Dario De Filippo che intersecano a se un post rock dalle trame sonore che pescano dall’uomo e dalla terra, dall’Africa subsahariana e dalla Sicilia, dalle distorsioni nord-europee all’America urbana e metropolitana. E poi un docufilm ad arricchire il tutto a firma di Giuseppe Firrincieli e Alessandro De Filippo. Un disco importante per restituire voce a tutti quei pensieri e a quelle anime che vivono il confine, l’esclusione dal sistema omologato perché raminghi, apolidi appunto. La musica può e deve indagare sempre invece che intrattenere per la comoda riuscita dell’industria. Ed è altrettanto prezioso e salvifico incontrare nel disco amici di una musica libera come Cesare Basile, Hafid Bidari (Bania, Orchestre National de Barbès,), Julie Mélina Macaire-Ettabaâ (Làk) e Baptiste Bouquin (Surnatural Orchestra).

Libertà di incontro e di espressione. “In Between” secondo voi celebra qualcosa che oggi manca nella musica?

Sono entrambi temi che stanno sulla bocca di tutti i colleghi (e non solo), difficile affermare che mancano nella musica. Viviamo di musica e sappiamo vendere concerti e progetti culturali ma non abbiamo iniziato così: ricordiamo ancora 25 anni fa quando allestimmo per un mese intero una sala prove nel garage del condominio di uno di noi due (per un altro progetto) e dopo 10 minuti di prove il vicino del primo piano ci fece smettere perché gli tremavano i mobili di casa. Ci piace credere che nella nostra musica c’è ancora questo, questo tipo di libertà che non è un concetto ma è vita, strada, litigi, delusioni e successi. E crediamo valga ancora per molti come noi.  

Parafrasando il titolo: dentro quali estremi sentite di stare? Spero arrivi come deve questa domanda…

Ci piazzeremmo volentieri al confine di tutto, in bilico con un piede fuori, pronti a scivolare per poi tornare in equilibrio. Siamo della stessa opinione di Dylan, quando diceva “I think of myself more of a song and dance man”, perché’ c’è una libertà estrema nell’essere saltinbanchi, non tanto nel genere, quanto nell’animo. E poi, siamo cresciuti vicini ad uno dei più longevi festival di busking d’Italia, quindi..

Oggi la scena italiana in qualche modo celebra i format e possiamo dirlo ad alta voce. Nel disco però ci sono tante featuring di artisti, Cesare Basile ne è uno, che al format hanno risposto con la libertà e la ricerca. Secondo voi dunque il vero senso dell’espressione sta soltanto dentro “il dubbio” o le alternative? Può vivere dentro i pattern del main stream?

A noi piace la figura dello zoppo che non potendo andare dritto scopre nuovi percorsi. 

L’essere zoppi come segno distintivo, come fattore straordinario di un essere che sta a metà tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti (F.Caruso) ma anche tra il mondo nomade e quello sedentario. I format sono rassicuranti, anche nel caso di band hard-rock seminude che non fanno (orgogliosamente) uso di droghe, per non fare nomi: essere rassicurati e per gli ipocriti e i pavidi, soprattutto quando si tratta di performance o dischi. Poi esistono spazi ibridi in cui il mainstream viene “inquinato” dalla ricerca, oppure esistono paesi che mandano in classifica Bob Dylan o I Mogwai: il cortocircuito in questo senso è lo zoppo di turno.

Francia e Inghilterra… da questi luoghi, a distanza, nasce un disco che parla di uomini e di terra, di mondo intero e non volta le spalle alle grandi tecnologie. Cosa resta fuori da questa panoramica? Diteci del docufilm che è in arrivo…

Resta fuori, fortunatamente, quello che ognuno ci vuole vedere, dentro a questo disco: il concept è una storia sulla strada, che comunque può essere “imbracciata” da chiunque si riconosca nell’essere o nell’essere stato scomodo, per forza o per scelta, dentro idee precotte di futuro, confini, patria, religione e dovere. Il progetto del docufilm, che è nelle mani di Giuseppe Firrincieli (videografia) e Alessandro De Filippo (note e storie) è un mistero in parte anche per noi, nel senso che tendiamo a costruire una coralità (anche fuori dalla musica) con i contributi di chi stimiamo, senza per forza dirgli cosa fare o no. Sappiamo per certo che la nostra idea comune è quella di raccontare un’isola inesistente (quella delle agenzie di viaggio che vendono pacchetti Montalbano o della Sicilia come isola turistica all-in-one) in confronto ad un isola che esiste (le rovine di un futuro industriale disastroso, la schiavitù nelle campagne, la colonizzazione culturale e politica) ma che in fondo è solo una terra di passaggio, che rischia di fare la fine di Bir Tawil, un giorno non troppo lontano.

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SWZ: Ciao ragazzi, qual’è la differenza tra Percussioni dell’Africa subsahariana e siciliana ?
Bir Tawil:
Ci sono molte differenze e al tempo stesso quasi nessuna, visto la vicinanza: le percussioni del sud italia in genere sono quasi esclusivamente tamburi a cornice, la tammorra, il tamburello etc, mentre le percussioni dell’Africa sub sahariana sono svariate per tipo, molti tamburi a cornice con e senza piatti, e percussioni a calice , come il djambé o la darbouka, che Sicilia non abbiamo sviluppato (a parte l’utilizzo di piccole giare che si chiamano bummule), ma come altri strumenti africani, molte sono basate sull’uso della zucca da vino secca come base, vedi la ‘Mbira o la kora. La quartara siciliana è alla base un recipiente di terra cotta di acqua, nel deserto invece utilizzano come recipiente per il cibo la zucca da vino secca che è anche la base per creare la percussione chiamata calabash. Nello specifico nel set di percussioni che senti nel disco c’è una compresenza della calabash, la tammorra sorda e il tamburello. Ci servivano questi colori e li abbiamo usati in maniera non ortodossa, come molte altre cose nel disco. Oltre al fatto di usarli, tocca badarci, doverli riparare, anche li in maniera non troppo ortodossa con grandi quantità’ di gaffa tape.

SWZ: Quali sono le vostri fonti di ispirazione?
Bir Tawil:
Molte e nessuna allo stesso tempo. La musica di questo disco nasce da una riflessione sul presente, inteso come mondo ristretto da confini e regole, e la nostra naturale propensione di immigrati di scavalcarli; le cose che ci appassionano al momento sono principalmente la new wave di artisti e musicisti africani a confronto con l’elettronica (Afrorack e KMRU), il blues desertico di Wovenhand e Malouma, la scrittura per archi ed elettronica di Max Richter

SWZ: Hanno un filo conduttore i brani che avete pubblicato ?
Bir Tawil:
Raccontano una storia precisa, ma anche sfumata: quella di un viaggio attraverso il mare, da una terra ad un altra. Con il dolore, la gioia e gli incidenti del caso che capitano, sempre.

SWZ: Come nasce un vostro brano di solito?
Bir Tawil:
Adesso, ogni volta che siamo insieme (Dario vive in Francia mentre Carlo in Inghilterra) partiamo da jam per costruire materiale che sia fluido, possibilmente ballabile (a modo nostro ovviamente). Il disco è stato registrato a distanza, con scambi di registrazioni e idee avvenuti online (causa covid), ma partendo sempre dalla base di una conoscenza reciproca umana e musicale di vent’anni.

SWZ: Quali sono i vostri piani più immediati?
Bir Tawil:
Suonare dal vivo (saremo in Inghilterra al “Migration Matters” festival il 17 giugno e poi in giro per una settimana, e a fine luglio saremo al sud partendo dalla Sicilia per un’altra settimana), incontrare musicisti di ogni provenienza e background, lavorare a materiale nuovo. E poi dovrebbero esserci, nel futuro più lontano, uno spettacolo teatrale in collaborazione con Hangar Teatri (Trieste) e un video documentario sulle migrazioni e la Sicilia, a cura di Giuseppe Firrincieli e Alessandro De Filippo.

SWZ: Concludete lʼintervista con un messaggio!
Bir Tawil:
Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini. (Yuri Gagarin)

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CMZ: Ciao ragazzi, prima di tutto vogliamo sapere perchè Bir Tawil ?
Bir Tawil:
Ciao a tutti, e grazie dello spazio. Bir Tawil perché’ siamo due nomadi, sia in quanto musicisti che in quanto veri e propri migranti economici, e come tanti soffriamo dell’avere perso la nostra casa originaria, ma non sentirci a casa in un nuovo posto. E poi perché’ non possiamo soffrire i confini, i passaporti, le dogane, e tutta la prosopopea che accompagna ognuno di questi ostacoli, e inquadrarci in una terra di nessuna e’ anche una scelta politica, oltre che di suono.

 

CMZ: “In Between”, è il vostro nuovo album! Che generi musicali possiamo ascoltare?
Bir Tawil:
Quelli che ci volete trovare. Le coordinate sono il deserto, il blues, la canzone e le elettronica, noi siamo in una terra di mezzo fra tutte queste idee, che pero’ non contano granché’. La musica e’ sempre e solo o fatta bene oppure no. Quindi a voi la scelta.

 

CMZ: Quali sono state le circostanze che hanno dato vita al vostro ri-incontro ?
Bir Tawil:
Volevamo trovare un modo di incontrarci oltre che fisicamente, siamo separati dalla Manica, un altro posto come il nostro canale di Sicilia che si sta trasformando in un cimitero, e le prime vacanze familiari che siamo riusciti a fare, in Bretagna, abbiamo approfittato delle mattine libere per ritrovarci a suonare liberamente, come anni prima.

 

CMZ: Elencateci cinque artisti o bands che hanno influenzato il vostro sound !
Bir Tawil: Ali Farka Toure’ / Wovenhand / Rabin Abou Khalil / Radiohead / Rosa Balistreri.

 

CMZ: Com’è nata l’idea di coinvolgere nel progetto Ospiti delCesare Basile, Hafid Bidari (Bania, Orchestre National de Barbès,), Julie Mélina Macaire-Ettabaâ (Làk) e Baptiste Bouquin (Surnatural Orchestra)
Bir Tawil:
Avevamo bisogno di allargare i confini di questo micro-stato a due. O forse di cercare una via di fuga dal deserto. Ma soprattutto avevamo voglia, come sempre di restare sorpresi da quello che la condivisione riesce a creare.

 

CMZ: Lasciate un consiglio a chi vuole intraprendere la strada della musica !
Bir Tawil:
Stare in giro per concerti il più’ possibile, possibilmente fuori dall’Italia. E parlare con tutti quelli che incontri per strada, dal benzinaio al bigliettaio del club: le storie di ognuno sono il vero carburante di cui la musica ha bisogno.

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Benvenuti su system failure. Come vi siete conosciuti? Come è nato questo duo così inconsueto?

(Carlo) io e Dario ci conosciamo da molti anni, da inizi ’90 e abbiamo suonato in diversi progetti nel corso degli anni, perdendoci un po’ di vista dopo i rispettivi trasferimenti all’estero, ma siamo legati da stima e affetto quasi-familiare, per cui non aspettavamo altro che una singola occasione per creare un progetto insieme.

(Dario) Quando avevo 14 anni mio fratello era il batterista in una band con Carlo, poi lui partii per entrare in polizia e io lo rimpiazzai. Era la Sicilia degli anni 90 , quella delle ammazzatine dietro l’angolo di casa, io ignaro di tutto e grazie a un destino propizio, imbroccavo la giusta strada.

Percussioni del’Africa sub-sahariana e siciliana si scontrano con strumenti a corda del Nord Europa elettrificati e distorti. A chi è venuta questa idea? Come avete fatto per unire il tutto?

(Carlo) Diciamo che nel corso degli anni, vivendo in Francia e Inghilterra, con un background musicale isolano, e’ stato naturale scoprire strumenti nuovi intorno alle nostre nuove vite e mescolarli con quelli che conosciamo bene. Non abbiamo unito granché’ alla fine, abbiamo solo lasciato fluire liberamente idee e suoni e poi abbiamo selezionato, rimanendo con quattro corde (per strumento) e un mix di percussioni del mediterraneo e africane: un collante se c’e’ stato, e’ stato il lavoro di elettronica e sampling, che ha costruito un paesaggio sonoro su cui appoggiare le canzoni.

“In Between”. Ci potete parlare della genesi di questo disco?

(Carlo) Bir Tawil nasce durante un’estate di vacanze familiari insieme in Bretagna, in cui abbiamo buttato le basi per il materiale del disco, poi ci abbiamo lavorato a distanza e in presenza nel corso di un anno fino alla nascita di “In between” che nasce da improvvisazioni strutturate successivamente in forma canzone. La narrazione del disco si e’ formata spontaneamente intorno a temi che adesso per noi, ancora una volta, sono caldi: i migranti che muoiono attraversando la Manica, che sono poi gli stessi corpi che vedevamo (e vediamo) annegare nel canale di Sicilia, i confini come interruzioni brutali dei sogni di troppi, la Sicilia come transito.

Musica oltre i confini la vostra….Quanto è importante che la musica sia senza confini?

(Dario) Parlare di confini con due isolani e come parlare di corda a casa di un impiccato. Anche se abbiamo ormai lasciato casa, oscilliamo in permanenza tra problemi di supremazia razziale e attitudine borderline. Inutile dire che in entrambi i casi i confini sono limiti, ma al tempo stesso punti di partenza

Siamo in un mondo in crisi sanitaria, climatica e geopolitica? Quale è il ruolo della musica? Forse quello di unire persone e popoli?

(Carlo) Uno dei ruoli della musica è fornire vie di fuga, in certi casi letteralmente oltre che a livello di escapismo mentale. Non esiste musica che non possa essere rivoluzionaria, dal pop in poi; tutto il resto, come attitudine, non c’interessa.

Ospiti del disco Cesare Basile, Hafid Bidari (Bania, Orchestre National de Barbès,), Julie Mélina Macaire-Ettabaâ (Làk) e Baptiste Bouquin (Surnatural Orchestra). Come è stato collaborare con loro?

(Carlo) Oltre gli amici che hai citato, aggiungerei Alessandro De Filippo (Canecapovolto), che ci aiuta nella parte teorico-politica e Giuseppe Firrincieli, film-maker e attivista che cura un progetto video parallelo che a breve si affiancherà’ al disco. Sono tutti fratelli e sorelle, in certi casi consanguinei, per cui si e’ trattato più’ che di collaborare, di confrontarsi con tuoi pari e cercare, trovandone, stimoli e vie alternative di affrontare problemi e soluzioni. Facile, se sei disposto a metterti in gioco come lo siamo noi.

Bir Tawil è musica per banditi… o per sognatori incalliti…Potete commentare queste parole?

(Alessandro De Filippo) Il «bandito» è colui che viene cacciato, respinto per la sua diversità; chi è obbligato a lasciare il posto familiare e caro per andare «altrove». Il sognatore, che proietta lontano i propri progetti, ha come orizzonte l’«altroquando». Altrove e altroquando sono le categorie di spazio e tempo di questo disco, secondo noi. Non qui e ora. Tutto viene spostato oltre, al di là di ciò che conosciamo e ci conforta e ci rassicura.

Viaggio e sogno che importanza rivestono per voi?

(Dario) Il sogno e il viaggio hanno lo stesso vizio, si trasformano troppo spesso in incubo. Questa ambivalenza tra Utopia e distopia ci interessa molto.

Oltre la musica che arti preferite?

(Carlo) Tutte quelle che riescono a prenderci a calci nel sedere, a sconvolgerci e farci rivedere certezze e sicurezze.

(Dario) Il teatro, l’arte in cui la parola si fonde al corpo.

Siamo nel mondo dell’hype, dell’iper-velocità. Quanto è importante meditare, rallentare etc…?

(Carlo) Fondamentale, soprattutto nell’ottica di potere alternare stati diversi e non rimanere bloccati in esigenze altre o altrui, siano il mercato, il potere, il buon senso o la logica.

Per finire, salutate i nostri lettori e paragonate la vostra musica ad un libro, ad un film e ad un quadro…

(Carlo e Dario) Più’ che paragonarci, ci sentiamo di salutare tutti consigliando 3 opere che per noi sono state e sono sempre stimolanti: “Calendar” uno splendido film di Atom Egoyan del 1993, “Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps” un libro di René Guénon che e’ decisamente più’ attuale che mai, e “Boxer Rebellion” di Jean-Michel Basquiat

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