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press-reviews "Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare "

 

bandiera_italia   ROCKIT

Sette canzoni, sette storie, sette personaggi. Tutto per dare un piccolissimo specchio del mondo reale, un assaggio di vita vera. ZìDima, band lombarda che prende il nome dal protagonista de La Giara di Pirandello, in questo nuovo lavoro racconta la rabbia, la disperazione, le cicatrici del passato e quelle del presente. Una narrazione fatta di cori, muri di chitarre, colpi di basso e batteria che sono come pugni allo stomaco, in un vortice di noise e punk hc di matrice emo di cui c'era davvero parecchio bisogno nell'avvicinamento al prossimo inverno. Del Nostro Abbraccio Ostinato In Questa Crepa In Fondo Al Mare è un disco eccelso, che travolge e scuote, un tornado di onde sonore violente e sature di ribellione e poesia, di dolore e citazionismo. Un oceano di vita e di ricordi, come quelli che emergono dall'ascolto di "Anna K.", traccia nella quale riemergono parole già sentite nel brano "Così che non potranno piu' prenderci" degli splendidi The Death Of Anna Karina, roba di quasi un decennio fa. Il resto è uno tsunami musicale di grattacieli che crollano davanti ai nostri occhi, con echi di band come Storm{o}, Marnero e Ruggine, per citarne alcune. Tra i brani migliori, possiamo segnalare "Roby", un affascinante ballad dal sapore post rock e lo spoken word della conclusiva "Paolo e Rocco", altra perla che risente della grande tradizione del genere in Italia. Gli ZìDima tirano fuori l'ennesima perla convincente, un lavoro che non ha difetti e che speriamo possa trascinarsi dietro una scia di live numerosi e devastanti.

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bandiera_italia  SUFFER MAGAZINE

"Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare" questo il titolo chilometrico del nuovo album dei brianzoli Zidima. affilato e nervoso, in bilico tra post-core al fulmicotone e declamazioni ad effetto. Un disco obliquo e poco incline alla melodia, e a tratti parecchio ostico, che non può lasciare indifferenti. Un disco che si rivela con il tempo. Bravi 

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bandiera_italia  METAL ITALIA

“Il disco è composto da sette canzoni, sette storie, sette personaggi (più uno). Una sorta di piccolo specchio del mondo reale con cui abbiamo finalmente fatto i conti. Un titolo lungo e pretenzioso, che è anche un riferimento diretto al periodo e al modo in cui è nato questo disco. Le canzoni raccontano le inquietudini e le scelte, quasi sempre estreme e liberatorie, di persone con cui siamo entrati in contatto, e portano i loro nomi”. Crediamo sia abbastanza esemplificatrice questa descrizione, da parte della band stessa, del loro nuovo lavoro “Del Nostro Abbraccio Ostinato In Questa Crepa In Fondo Al Mare”, altro tassello noise-rock italofono dei lombardi Zidima. Con un nome che continua a richiamare una certa tradizione culturale, musicale e letteraria (che da Pirandello arriva a Tenco, senza dimenticare anche una certa tendenza da Capovilla e Emidio Clementi) i nostri riescono ancora a tirare fuori dal cilindro un discorso diretto, estremo, sfacciato e intrigante, riuscendo nell’impresa di emergere da quel calderone da cui difficilmente – di solito – si riesce ad uscire, soprattutto in suolo italico. Le riprese degli stilemi che han fatto la fortuna dei primissimi Marlene Kuntz, dei Massimo Volume, dei Death Of Anna Karina (soprattutto!), dei One Dimensional Man, dei Marnero e dei più nuovi Storm {O}, sono sicuramente coordinate in cui inquadrare il discorso degli Zidima ma non per questo diventano gli unici quadranti in cui settare la musica dei ragazzi di Monza, attivi dai primi del Duemila (quasi vent’anni di attività alle spalle). Se il pubblico, però, resta quello del post-hardcore sbraitato, con retroscena da centro sociale e letture politicamente orientate, il tutto è però condito con una personalità vera e uno spirito proprio, che contraddistingue nuovamente la proposta dei monzesi.
Le tracce, pur non differenziandosi particolarmente nella forma e nelle intenzioni (e nemmeno, appunto, dal genere di riferimento), si sviluppano intorno all’immaginario attorno al quale ruotano i rispettivi personaggi e dunque alle liriche connesse con momenti/eventi/situazioni. Una “Emme” che sta forse per l’emblema fascista impiccato a Piazzale Loreto (“come sventoli da appeso?”), “Anna K.” con un tributo a Giulio Bursi di “Lacrima/Pantera” e da cui viene tratto il titolo del disco, “Paolo e Rocco” con altrettanto esplicito riferimento ad un tatuaggio dei Massimo Volume. Tutto contribuisce a creare una zona di somiglianza/appartenenza ad un panorama specifico alternative italiano che ormai possiamo definire storico. E esattamente in questo si settano gli Zidima con questo nuovo lavoro. Ed è esattamente in questo in cui li si appoggia con un applauso, godendosi una buona mezz’ora di vera musica underground alternative incazzosa e ancora romanticamente idealista.

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bandiera_italia   PARCO PARANOICO

Volgere lo sguardo dentro di sè, ascoltare il rumore della propria solitudine e raccontarlo a chi ci sta attorno; a colui o colei che incrocia, anche solo per un attimo, il nostro sguardo e poi al mondo intero. Una narrazione, a tratti ossessiva, che attraverso le sue sette vicende umane, attraverso le sue vibranti trame noise rock, le unghie conficcate nell’hardcore più viscerale ed affamato degli anni Novanta, attraverso i malinconici flashback onirici e le sue martellanti e liberatorie accelerazioni, tenta di strappare via quella rete di protezione che, spesso, avvolgiamo attorno alla nostra inquietudine ed alle nostre piccole e grandi insoddisfazioni. Una rete che è fatta di persone, di luoghi, di giorni, di cose che ci servono solamente a coprire il vuoto e soprattutto ad allontanarci da quelle che dovrebbero essere, invece, le scelte vere, le scelte pericolose, le scelte che metterebbero davvero in luce quella che è la nostra essenza. La band milanese riversa tutta la sua rabbia e le sue energie su questo vuoto disumano: le parole gridate, i momenti più meditativi e rarefatti, i riff taglienti, le ritmiche incalzanti, le esperienze di vita vissuta, un tracciato cardiaco che parte dai Sonic Youth ed arriva ai Massimo Volume, dai quali, a volte, hanno quasi il timore di staccarsi. Ogni sforzo è finalizzato a strappare via quei vuoti che ci impediscono di essere umani e che, come chiodi, penetrano nella carne viva e ci rubano le nostre emozioni, i nostri sentimenti, la nostra capacità di sognare.  Ma, alla fine, ciò che conta è che non siamo più così soli, ci ritroviamo ad essere finalmente i protagonisti dei queste sette storie e non più i semplici spettatori/ascoltatori; abbiamo fatto nostre queste giornate agitate che gli Zidima hanno trasformato in veri e propri pugni contro il ventre molle ed assuefatto del sistema neoliberista che tenta, in tutti i modi possibili, di inculcarci la cultura della paura e farci sprofondare, di conseguenza, in quell’abisso di solitudine che poi vorrebbe farci riempire con cose, oggetti, soldi, idee, comportamenti, lunedì di merda, martedì di pioggia, mercoledì di morte, con i quali brama tenerci buoni e costantemente soggiogati. Ma per quanto tempo ancora dovremo ascoltare questa stessa canzone?

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bandiera_italia  HARD SOUNDS

I milanesi Zidima sono in giro dalla fine degli anni '90, ma produttivamente attivi dal 2009 col disco d'esordio 'Cobardes'; con la pubblicazione 'Del Nostro Abbraccio Ostinato in Questa Crepa in Fondo al Mare' raggiungono la terza uscita sulla lunga distanza, non si può dire che non ponderino ciò che producono. Il nuovo lavoro contiene sette canzoni, sette storie, sette personaggi con cui sono entrati in contatto, e portano i loro nomi e le cicatrici della band. Musicalmente hanno indurito quel noise rock presente nel precedente 'Buona Sopravvivenza' di chiara matrice Marlene Kuntz - "Rita" - con testi filo-CCCP, enfatizzato per l'occasione da un post-hardcore bello tosto senza disdegnare il post rock - vedi "Roby" e "Paolo e Rocco" - ed il jazz noise dei troppo sottovalutati Prohibition francesi. Ciò che ci colpisce della loro discografia è la sinergia di ben otto label per permettere l'uscita del disco, a testimonianza dello status di cui la band gode. Meno accattivante del precedente lavoro, ma più intenso.

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bandiera_italia   TRAKS

Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare è il titolo, lungo e doloroso, del nuovo disco degli ZiDima. Band noise/post hardcore attiva da inizio Duemila o giù di lì, realizzano un nuovo disco da sette canzoni in cui l’energia primigenia si accompagna alla voglia di raccontare.“Il disco è composto da sette canzoni, sette storie, sette personaggi (più uno). Una sorta di piccolo specchio del mondo reale con cui abbiamo finalmente fatto i conti. Un titolo lungo e pretenzioso, che è anche un riferimento diretto al periodo e al modo in cui è nato questo disco. Le canzoni raccontano le inquietudini e le scelte, quasi sempre estreme e liberatorie, di persone con cui siamo entrati in contatto, e portano i loro nomi”.Citano Tenco, ma in modo leggermente stravolto, almeno a livello sonoro, gli ZiDima: Vale apre il discorso in maniera inequivocabilmente rumorosa ma anche romantica, per certi versi.Risonanze inquietanti quelle di Chiara, che prevede l’intervento di Alessandro Andriolo e di un drumming quasi marziale, a introdurre un brano più recitato che cantato, avvolto da pessimismi quasi soffocanti. Poi si esplode tra urla e vibrazioni noise.Nessun compromesso invece per Emme, che picchia fortissimo dalla prima all’ultima nota del suo minuto e mezzo abbondante. Ha un passo variabile ma piuttosto epico Anna K., con qualcosa dei Marlene Kuntz d’antan che emerge dal cantato.Inizio a profilo basso per Roby, che inizia a parlare di infezioni e a sobbollire gradualmente. Zita altrettanto viaggia in modo sotterraneo ma si fa più ambigua, con le chitarre che serpeggiano prima di esplodere.Si chiude con il brano più lungo, Paolo e Rocco, che ha inizio in modo tranquillo e intimo, per parlare di sensi di colpa, di tatuaggi, citando (per nome, e sicuramente non a caso) i Massimo Volume. Finale parossistico e allungato.Come al solito le canzoni degli ZiDima risultano in un pugno nello stomaco, ma la scelta dei sette ritratti rende più fruibili anche i testi e nel complesso più organica l’opera. Band che viaggia sotto traccia ma che è decisamente degna di attenzione, forse non solo dalla nicchia degli amanti del genere.

L’introduzione acquatica, aliena di Derailed Dreams ci prepara ad un’immersione in un mondo niente affatto sconosciuto ma dal quale mancavamo da un bel pezzo.

Poco tempo fa, parlando de Gli Altri, band post-hardcore e quindi lontanissima dai King Suffy Generator, mi meravigliavo positivamente di come una band nostrana fosse stata in grado di portare una forte componente post-rock all’interno della loro musica in questi nostri giorni così lontani dal bel post-rock perchè – intendiamoci – di gruppi che reiterano le dinamiche delle scuole di Louisville e Chicago ve ne son fin troppe, lì arrabbiate e pronte a triturarceli con le loro geometriche intemperanze ‘emo’ e violenza math fine a sè stessa.

Quindi il post-rock non riesce ad invecchiare (e sedimentare nelle coscienze musicali) perchè ancora non vuole essere mollato dagli orfani dell’hardcore (quello vero che non hanno mai conosciuto) e allora si accaniscono sul suo corpo morto squassandone la carcassa come avvoltoi e rimestando e beccando lo svuotano di senso e significato.

E poi arrivano delle persone per bene a ricordarci che esisteva un altro modello di post-rock oltre ai soliti due comunemente  proposti, quello ben più difficile, fantasioso e ricco di sfumature dei Tortoise. Ecco dove guardano i King Suffy Generator ed ecco perchè nelle loro composizioni si affacciano elementi progressive, space e persino latin rock.

La stessa Derailed Dreams nel suo algido rigore ritmico si infiamma di aperture che ricordano il primo Santana, quello vero, non il pupazzo con cui l’hanno sostituito poi.
Ritornano le sospensioni dei Tortoise in Short Term Vision esono proprio quelli di TNT, quelli più vicini ai deliqui dei cugini analog-pop The Sea and Cake.

E non bisogna meravigliarsi a parlare di prog ed affini perchè gli stessi Tortoise erano affascinati dal motorik krauto e da certe sperimentazioni settantine. Ecco perchè il minuto e poco più di Rough Souls sembra una traccia perduta dei Popol Vuh o degli Amon Düül.

Relieve The Burden dimostra come la band sappia anche incalzarci ma persino nella foga neo-prog riesce a non perdere mai il controllo ricordandoci – come anche la successiva We Used To Talk About Emancipation un’altra delle più grandi band post-rock – meno imitate – di sempre, gli Shipping News.

Un disco così ed una band di connazionali così, di questi tempi bisogna tenerla  d’occhio. Non mi stupirebbe ritrovarli nelle charts indipendenti tra i migliori dischi italiani dell’anno.

http://www.kingsuffygenerator.com
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