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press-reviews NORTHWAY

 

bandiera_italia  ROCKIT

I NORTHWAY sanno che il post-rock è una cosa seria per davvero. Non è una facciata grigia e nemmeno un mero esercizio di stile. Il post-rock ha senso perchè riesce a incasellare in ogni nota uno stato emotivo in progressione continua. Col loro secondo disco The Hovering, uscito con ritardo a causa dello stallo musicale dovuto dalla pandemia, hanno provato a tenerci finalmente sospesi, in bilico, come il titolo del lavoro suggerisce. Un viaggio, a bordo del vascello che si vede sulla copertina ingiallita. Un viaggio tra le acque fosche, per niente comodo, e che non imbecca subito la strada giusta. L'incipit è affidato a point nemo, brano non del tutto ispirato. Ma è solo un momentaneo abbaglio -ed è comunque un peccato che sia lì ad accoglierci all'inizio di tutto. A partire da kraken inizia il mal di mare, ed è esattamente quello che volevamo. Le atmosfere sono altalenanti. E se prima si trema col le scosse dei distorsori, qualcosa va diradandosi nelle tracce che costituiscono il nucleo centrale del disco, dove l'intercedere rallenta, le tastiere riescono a spiccare maggiormente, e la rarefazione dell'aria ci fa pensare agli ultimi lavori degli Explosions in the Sky, e scusate se è poco. Finchè arriva il capitolo conclusivo, deep blue, la vera perla, e si sprofonda davvero, forse senza possibilità di tornare a galla. In questi dieci minuti il bilico subisce il definitivo sbilanciamento, verso la deriva, verso il naufragio. E sarebbe terribile da vivere, se non ci fosse la musica dei NORTHWAY ad accompagnarci, con l'ultimo assolo che esplode sul paesaggio musicale sottostante, e pare quasi una sirena, un urlo finale, prima che torni tutto calmo. Il mare è piatto, ma non si vede terra. Dentro però si è smosso molto. I NORTHWAY hanno capito, quasi del tutto, come emozionare col post-rock.

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bandiera_italia  RADIOCOOP

Secondo album per la band bergamasca che ci porta in un flusso sonoro strumentale che passa da momenti catartici a valanghe apocalittiche. Il tutto all’insegna di un post rock rigoroso, ai confini con la pura sperimentazione. Ipnotico, avvolgente ma anche urticante e claustrofobico. Band molto interessante.

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bandiera_italia  PARANOID PARK

Nemo. Nessuno. Un luogo nel quale sia possibile isolarsi ed ascoltare l’eco degli innumerevoli mondi, i cui riflessi giungono fino a noi, a volte come sogni innocui, a volte come incubi terribili, come visioni mistiche, come assurdi miraggi o come quelle magiche intuizioni, che, a loro volta, stimolano la nostra fantasia e la nostra creatività. Piovre gigantesche, tempeste improvvise, abissi profondi, pericolose secche, sonorità strumentali di matrice post-rock che navigano ben oltre i sette mari conosciuti, mescolandosi ed intrecciandosi a vibranti passaggi shoegaze ed a quelle ambientazioni, lente e psichedeliche, capaci di condurci sempre più lontano dall’artificiosità polemica ed omologante dei tempi moderni. Verso i meandri inesplorati del nostro io, verso quel punto inaccessibile e remoto in cui è celata la nostra stessa essenza, costantemente minacciata dalle rabbiose e maligne creature lovecraftiane. Creature di puro odio che bramano distruggere il nostro mondo, piccolo o grande che sia, i nostri ideali, le nostre certezze, le nostre passioni ed i nostri sentimenti, ma dinanzi alle quali la musica della band bergamasca si trasforma in una difesa invalicabile; “The Hovering” assume le sfumature epiche di una colonna sonora strumentale, drammatiche, orrorifiche e spaziali, impedendo così ad Azathoth di risucchiare e fagocitare la nostra umanità. Ebbene sì, anche tra le accelerazioni fluide di “Point Nemo”, ciò che abbiamo lasciato in sospeso può tornare a perseguitarci e farci sussultare, perché dietro le calme e pacifiche onde di “Hope in the Storm” può celarsi un doloroso uragano e quello che pensavamo essere il nostro idilliaco angolo di paradiso potrebbe trasformarsi, in un batter d’occhio, in un vero e proprio cimitero. E così perderemmo la leggerezza faticosamente acquisita, non potremmo più restare sospesi sull’orizzonte degli eventi, ma ci ritroveremmo a dover combattere e sforzarci per rimanere a galla tra i detriti, i rifiuti e gli scarti della nostra società iper-tecnologica, caotica e perennemente affamata di tempo, per la quale ciò che conta è solamente questo statico e formale presente dal fondale troppo basso per potersi allontanare. 

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bandiera_italia   MICSUGLIANDO

I Northway sono una band bergamasca nata nel novembre del 2014 dall’incontro di Antonio Tolomeo (chitarra), Matteo Locatelli (basso) e Andrea Rodari (batteria) tutti provenienti da una band locale di alt-rock con il chitarrista Giuseppe Procida. Le prime session danno vita a un suono saldamente ancorato al post-rock psichedelico e strumentale e conseguentemente i brani cantati vengono del tutto abbandonati. I due anni successivi vengono spesi per comporre, provare e registrare i pezzi del primo album che esce, autoprodotto, nell’aprile del 2017 col titolo di Small Things, True Love che riscuote ampi apprezzamenti nella critica di settore. Poco dopo l’uscita del disco Giuseppe Procida abbandona il gruppo per trasferirsi in Puglia e il suo posto viene preso dall’abile chitarrista Luca Laboccetta. I due anni successivi vengono spesi per la preparazione del secondo album. A questo scopo, il gruppo abbandona il circuito indipendente e decide di legarsi all’etichetta I Dischi Del Minollo. Il nuovo album viene registrato fra aprile e settembre 2019 al Trai Studio di Inzago da Fabio Intraina e Giovanni Versari e sarebbe dovuto uscire nella primavera 2020 ma a causa del blocco dovuto al COVID 19 viene infine pubblicato il 25 settembre 2020 col titolo di The Hovering. Spesso descritta come un esercizio di mimesi sospesa fra classicismo calligrafico, psichedelia nostalgica e post-rock ambientale, la musica dei Northway tende a presentare una parata di immagini che non raccontano storie, una collezione di ologrammi che inseguono stati d’animo occupata in un processo di autoreplicazione che mostra poco interesse per l’evoluzione del brano in sé (lo stilema tipico dei gruppi post rock) infilandosi in un sound glaciale, misurato, riflessivo e statico come se la composizione non cerchi di creare una canzone bensì un contenitore di suoni. La musica tende a diluirsi in una serie di piccoli gesti, una miriade di variazioni che magari preparano improvvise esplosioni sonore (come nella prassi dello shoegazing dei My Bloody Valentine) solo per trattenere poi lo svolgimento del pezzo e rinchiudersi in un’orchestrazione stratificata dove la melodia segna da sola la propria condanna. La musica è in fondo un business mai condotta a termine eternamente sospesa nell’attesa di qualcosa che si sa non accadrà mai. Sospinta dalla policromia delle due chitarre impegnate in un impressionismo ora tenue, ora sinistro, ora tempestoso, come se in formazione ci fossero contemporaneamente due Vini Reilly (il chitarrista dei Durutti Column), Roy Montgomery e i due chitarristi dei Mogwai e propulsa da un batterismo esuberante che spazia su tutto il fronte d’attacco, i Northway esordiscono col requiem cadenzato di Point Nemo, per proseguire col post rock granitico di Kraken costruito su linee di basso flessibili per trascendere poi nell’elegia psichedelica a ritmo di marcia di Hope In The Storm con squarci di nostalgico lirismo. La progressione verso una forma più contenuta di arrangiamento prosegue nel chamber rock di Interlude, poco più che una miniatura classicheggiante e sublimarsi nelle delicate vignette impressioniste di Edinburgh Of Seven Seas e Deep Blue. La musica di The Hovering ha la funzione occulta di raggiungere il massimo dell’impatto psicologico (rieditando così il periodo di maggior splendore del dark-punk) con pezzi impeccabili che non solo possono essere utilizzati come manuali d’istruzione per musicisti post rock ma colmano anche il sottile margine che separa tre sublimi forme di musica strumentale: il folk acustico di John Fahey, il chamber rock dissonante dei Rachel’s e la metafisica trepidante, estatica e solenne di Roy Montgomery. Northway non è una rock band in cerca di effetti sensazionali ma un ensemble da camera in cerca di un contrappunto trascendentale.

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bandiera_italia   INDIE PER CUI

Perpetuare suoni a rincorrersi  nell’etere alla ricerca di un posto di cielo da occupare tra aerei a incandescenza e prototipi spaziali per altri pianeti. Sono tornati i Northway a dare una lezione di post rock incentrato sulla profondità della sostanza che attanaglia atmosfere e ricerca negli anfratti più segreti del nostro io un’incandescente visione concentrata e mai finita. The Hovering è un viaggio attraverso l’aria che ci rappresenta. Un rimanere sospesi attraverso le sfaccettature della vita. Un rimanere sospesi guadagnando di significato e  considerando il mondo circostante come punto di partenza per elettrizzanti cavalcate sonore. Non solo post rock quindi, ma anche psichedelia a rincorrere centri di gravità perpetua in pezzi come Point of Nemo, l’introspezione malinconica di Hope in the storm fino all’intemperie da superare in Deep blue. Un disco pregno di carattere evidenziato da una compostezza di fondo gravida di buone intenzioni per una visione d’insieme davvero sorprendente.

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bandiera_italia  IL MEGAFONO

L’orizzonte musicale offerto da un genere come il post-rock è esteso ed articolato. È una visione dentro la quale si aggrovigliano i colori e le forme più disparate, in un singolare e variegato mosaico che si concede, forse più di qualunque altro genere, all’audacia e all’originalità compositiva. Un esempio concreto ce lo offrono i Northway, una bella realtà tutta bergamasca che poco tempo fa ha pubblicato un album focalizzandosi proprio su questo genere. L’album, il secondo per la band, si intitola “The Hovering” e mette in evidenza uno stile simile (quantomeno nella struttura base) a quanto appena descritto, con in più alcune peculiarità che lo rendono originale e degno di interesse. I Northway scelgono un approccio puramente strumentale, senza alcun riferimento a parti vocali. Una scelta che concede più spazio all’ascolto delle linee armoniche, degli intrecci melodici e di tutta quella vasta gamma di sfumature a cui il post-rock si presta. L’orecchio di uno spettatore si concentra solo sui suoni, senza alcuna parola di mezzo, stimolando e amplificando in questo modo la capacità puramente sensoriale e quindi il proprio stato di risonanza emotiva: un ascoltatore che si immerge anche senza particolare attenzione tra le tracce di “The Hovering” si trova in maniera quasi inconscia ad esserne catturato, messo dentro ad un mondo immaginario in cui le proprie emozioni interiori vengono alla luce, in modo più chiaro e definito. “The Hovering” e in generale il sound dei Northway propongono un tipo di espressione sonora che sembra slegata da tempo e realtà, da ritmo ed effettistica, in cui tutte le componenti che definiscono una traccia sembrano procedere come per inerzia, spinte da forze ignote, intente a stagliare un orizzonte molto soggettivo, capace appunto di generare sensazioni differenti in relazione a chi è l’osservatore. Le tracce dell’album sono tutte (meno un intermezzo) abbastanza ampie, come capita per quei compositori che desiderano trasmettere un contenuto musicale complesso a livello artistico, che sia il frutto di qualcosa di debitamente studiato e ragionato. Ogni brano è un racconto fatto di vibrazioni differenti, immerse in uno spettro di frequenze ampio, in cui una investe l’altra generando talvolta dissonanza e talvolta quiete. Quello dei Northway è un lavoro che merita di essere ascoltato, anche per chi non è propriamente un amante del post-rock. “The Hovering” è capace di entrare a stretto contatto con chi lo sta ascoltando, scrutando nel suo profondo, e mostrando un orizzonte emozionale nuovo o comunque osservato da un punto di vista diverso.

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bandiera_italia   RADIO AKTIV

I Northway sono un quartetto formatosi nel 2014 a Bergamo, composto da Antonio Tolomeo (chitarra), Luca Laboccetta (chitarra), Matteo Locatelli (basso) e Andrea Rodari (batteria). Dopo Small Things,True love, lavoro pubblicato nel 2017 e accolto positivamente dalla critica , è uscito il 25 settembre per I dischi del MinolloThe Hovering , un disco solido ma raffinato che prosegue sulla rotta tracciata dalla precedente fatica e conferma le ottime capacità compositive della formazione bergamasca. The Hovering è un disco interamente strumentale, come vuole la tradizione post-rock, che si lascia ascoltare tutto d’un colpo, scorrendo senza mai incepparsi. A tratti minimalista, il disco mette in luce il grande amore dei quattro musicisti per il genere e le composizioni risentono molto dell’opera di gruppi come Mogwai e Tortoise, ma anche Air e Radiohead. La copertina del disco, raffigurante un veliero che si libra nell’aria, sfiorando la superficie del mare è la spia che tutta la faccenda si svolge in acqua. Non mancano infatti, come in un concept, i riferimenti al mare nelle sei tracce che compongono The Hovering. Il disco si apre con i suoni lineari di Point Nemo, che alterna eleganti momenti melodici a sfuriate decise. Kraken , traccia che rievoca la leggenda del mitologico mostro marino, assomigliante ad un gigantesco calamaro, che regna incontrastato negli abissi, è il racconto in musica di una traversata irrequieta mentre Hope in the storm , titolo che richiama un verso biblico, è un invito alla perseveranza e ad aver fiducia poiché le acque si calmeranno. Così come le acque, anche i suoni si fanno più docili. Edinburgh of the seven seas invece si muove su sonorità più morbide, a tratti malinconiche. Le chitarre, dapprima si lanciano in arpeggi e melodie, poi incalzano a metà brano in un crescendo collettivo ed infine si spengono lasciando la scena ad un esercizio di piano. Il viaggio dei Northway si conclude con Deep Blue, il brano più lungo dell’intero lavoro, che mette luce la capacità dei quattro di Bergamo di riuscire a costruire interi paesaggi sonori senza mai esagerare, senza mai perdere il controllo realizzando un’alchimia strumentale molto efficace. Disco promosso e band da tenere d’occhio nel futuro prossimo.

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bandiera_italia   FOTOGRAFIE ROCK

Parafrasando il verso iniziale di una delle più famose poesie della poetessa americana Emily Dickinson, potremmo affermare: “Non c’è nessun vascello che, come un disco, possa portarci in paesi lontani…”. Nell’immaginario collettivo, la musica è considerata una vera e propria “macchina del tempo”, nonché ipotetico mezzo di trasporto per viaggiare nel tempo, in grado di far balzare, in pochi istanti, da un’epoca temporale all’altra, sia nel passato che nel futuro, attraverso luoghi e scenari reali o utopistici. Un tragitto visionario ed introspettivo dell’anima a bordo di un vascello volante alla scoperta della bellezza misteriosa delle suggestive terre del nord: così prende corpo The Hovering, il secondo lavoro discografico interamente strumentale dei bergamaschi Northway, edito il 25 settembre per l’etichetta indipendente I Dischi del Minollo, registrato presso il Trai Studio di Inzago da Fabio Intraina e masterizzato da Giovanni Versari presso La Maestà Studio di Tredozio. The Hovering, nei suoi quasi 40 minuti di durata, scava nelle profondità dell’anima e dà continuità allo spartito sperimentale e al percorso emotivo e di crescita già intrapresi nel disco d’esordio Small Things, True Love (2017), traendo ispirazione dal protagonista del celebre romanzo di Jules Verne 20.000 Leghe Sotto i Mari. La band lombarda, mediante un certosino equilibrio ed intreccio tra suoni ed atmosfere, affronta la navigazione della nostra psiche e le insidie tentacolari del Kraken, mostro marino che riposa sul fondo del mare e metafora dell’oscurità dei nostri abissi, il quale, una volta risvegliato, porta distruzione in superficie, in quanto incarnazione della forza aggressiva e primordiale della natura, risvegliata dagli eccessi esplorativi dell’uomo. The Hovering ci racconta la sfida dell’essere umano nei confronti della natura e dei propri limiti, nel tentativo di raggiungere poli di inaccessibilità (Point Nemo) sempre più estremi, che siano fisici o mentali, da cui spesso è difficile far ritorno ma che, a volte, risultano essere condizioni necessarie per distaccarsi ed isolarsi (Edinburgh Of The Seven Seas) dalla civiltà contemporanea malata ed ostile. Le sei tracce di The Hovering fluttuano tra i solchi del mare magnum sonoro degli impetuosi feedback post-rock, costantemente e nostalgicamente in bilico (traduzione del termine Hovering) tra le malinconiche onde stilistiche della dreamwave e le lunghe note rarefatte della psichedelia, evocando identità sonore quali Mogwai, This Will Destroy You, Sigur Ros, God Is An Astronaut e Porcupine Tree. I Northway rinunciano, dunque, all’impatto della sfera testuale per concedersi totalmente, con enfasi e dolcezza, alla contemplazione intima e tridimensionale tra spazio, terra ferma ed oceano, dove scenografie cinematografiche e pause ambient (Interlude) fanno da cornice ad un’essenza caleidoscopica di rock e spiritualità sospesa tra dimensione onirica e dimensione tangibile.

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bandiera_italia   SO WHAT

Un vascello solca senza sfiorarlo un mare opalescente e indefinito attraverso brezze psichedeliche e marosi post-rock, in un viaggio che alterna momenti di bonaccia a vere e proprie tempeste sonore: in questo modo si descrive da sé, già dalla sola copertina, “The Hovering” dei Northway. Il disco, che arriva sei mesi dopo del previsto a causa dell’inattesa pandemia globale, è il secondo prodotto del quartetto, formatosi a Bergamo nel 2014, dopo l’esordio di “Small Things, True Love” del 2017. Tema attorno a cui orbitano i sei brani, interamente strumentali, di cui si compone l’album è il mare, del quale i Northway plasmano una narrazione sonora ampia e multiforme. Il basso metallico e cadenzato con cui si apre il disco lascia presto spazio a un suono più cupo e ovattato, a sostegno di chitarre che si snodano in limpide volute melodiche o avanzano compresse in distorsione (“Point Nemo”, “Edinburgh of the Seven Seas”). A guidare il flusso del viaggio è la batteria, che scandisce i momenti di stasi e quelli di esplosione alternando ritmiche secche alle scroscianti cascate dei piatti. Segnali tremuli e acuti emergono a tratti dalle profondità, come in “Kraken”, che aggressiva rievoca il terribile mostro marino di cui porta il nome, e “Hope in the Storm”, in cui lontani echi di chitarra rievocano la desolazione dell’alto mare per poi ricompattarsi in bagliori di speranza. La chiusura è affidata a “Deep Blue”, il brano più lungo dell’album, in cui l’ininterrotta marea delle chitarre rievoca la distesa piatta del mare, esplorata sempre più in fondo dall’incalzare del piano e dalla pressione del basso. Figlio della tradizione post-rock, “The Hovering” scorre fluido per tutta la durata nel suo racconto privo di parole e mira a definire lo spettro sonico di una band in bilico tra nostalgia e voglia di sperimentare, caparbiamente desiderosa di emergere all’interno del panorama musicale italiano.

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bandiera_italia   SYSTEM FAILURE

Tra basso ed elettronica l’inizio di “Point nemo”, opener del disco. Appaiono subito sonorità che mandano la mente a God is an astronaut. Il basso prorompente si trascina per il pezzo come dominatore. Solida quindi la ritmica grazie anche all’apporto della batteria. Fraseggi/divagazioni di chitarra sono come forze centrifughe nel sound mentre basso e batteria fungono da architrave tanto robusto. L’elettronica completa il tutto portando tanta sostanza, dinamica e loudness. Stupendi i climax che arrivano verso la fine del pezzo come pure alcune “pause sonore” tanto meditative o momenti più sferraglianti e distorti. Segue “Kraken”. Esordio allusivo e mentale, tanto evocativo con climax crescente. Con tutti gli strumenti a pieno regime il sound è un pugno allo stomaco. Potente, calibrato a meraviglia. Refrain e songwriting in generale messi insieme con cura maniacale. La potenza sonora si bilancia con spunti più melodici per una sorta di “montagne russe” sonore concepite per la nostra anima desiderosa di liberarsi dalle “scocciature quotidiane materiali”….Pattern dopo pattern tutto sembra in armonia e tiene il nostro pensiero occupato dando mai tregua. “Hope in the storm” si caratterizza per kick leggero ed effusioni melodiche sgargianti. Ascoltando questa canzone sembra di essere sospesi in aria, come su una mongolfiera. Man mano che si procede in avanti nella canzone il sound si fa sempre più ampio e disteso e le varie progressioni sonore continuano a non darci scampo. Dopo “Interlude”, sorta di pausa riflessiva ed inebriante, arriva “Edinburgh of the seven seas”. Qui abbiamo malinconia sotto forma di onde sonore. Melodie leggere si contrappongono ad un beat abbastanza solido. Qua e là inserti più robusti rendono il sound più dinamico, sound che risulta sempre tanto “viaggiante”. “Deep blue” chiude il tutto, un’odissea interminabile e toccante con guizzi sonori electro e fraseggi di chitarra tanto elettrizzanti. Eccellente il lavoro di produzione sonora, mastering e songwriting che rendono il prodotto musicale di livello internazionale. Come facciamo a non sottolinearlo, NORTHWAY è una stella splendente del postrock italiano ed internazionale: con le loro apologie sonore tra psichedelia, postrock e struggenti passaggi distorti non possono passare assolutamente inosservati! NORTHWAY usa la musica per creare magie e chimere per l’intelletto umano: come alieni provenienti da un’altra dimensione, come esseri usciti da un wormhole ci portano sensazioni ed emozioni “sovrumane”, metafisiche, grazie al loro intruglio sonoro magicamente congegnato. Bisogna solo salire sul loro veliero, sulla loro navicella spaziale e vi troverete nell’oltre….Bisogna far prostituire la mente per produrre paesaggi immaginari straordinari…

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bandiera_italia   TEMPI DURI

L’etichetta discografica de “I dischi del Minollo” si mostra come un’etichetta tra le più interessanti del panorama musicale italiano attuale. Il modus operandi ormai assodato consiste nello scritturare gruppi più o meno sconosciuti che abbiano un quid in più rispetto ad altre band, ma che rispecchino il target musicale prefissato. I Northway sono tra queste band la cui peculiarità risiede nel proporre musica strumentale. Fino ad ora hanno pubblicato, se non sbaglio, un disco e quindi questo in mio possesso è il loro secondo nuovo lavoro. La cosa che mi preme dire immediatamente è che la band si presenta davvero bene e in modo imprescindibilmente professionale dando alle stampe un disco realizzato con tutti i crismi del caso. Infatti sia l’aspetto grafico che quello sonoro hanno avuto un trattamento di tutto rispetto e possiamo tranquillamente dire che se ti presenti in questo modo hai già fatto la maggior parte della strada per la buona riuscita del lavoro. Parlando della copertina possiamo dire che siamo di fronte ad una realizzazione grafica davvero piacevole da osservare. I colori scelti, che in questo caso è un marrone con tutte le sue sfumature, sono stati pensati espressamente per un voler fare immergere l’ascoltatore nell’immagine stessa e intraprendere con loro un viaggio interiore condotto dal vento della musica offerta. Al centro vi è raffigurato un vascello con le vele spiegate; il che fa pensare che i Northway abbiano voluto intendere il loro disco come una sorta di navigazione libera senza porsi un approdo sicuro, che certo ci sarà, ma non è detto che sia presto.Sono sincero: apprezzo moltissimo il fatto che l’album, che mi è stato gentilmente spedito, sia realizzato in digipack cartonato che si presenta come un libro aperto. Purtroppo si sente la mancanza di un booklet confezionato magari con le foto singole del gruppo. Per quanto riguarda invece la loro musica, il gruppo si muove su territori strumentali senza essere troppo intricati nelle ritmiche, negli arrangiamenti e nel songwriting. Realizzano infatti un lavoro che li avvicina ad un rock progressivo dalle forti tinte psichedeliche ed ipnotiche alla stregua dei Pink Floyd ultima maniera; e cioè più precisamente guardando i lavori solisti di David Gilmour. Ascoltando i Northway però ho anche la netta sensazione che siano ispirati ad un certo approccio elettronico che però non sovrasta il resto egli strumenti, il tutto per un risultato suggestivo e piacevole da ascoltare. Per il loro modo di intendere la composizione musicale dei brani proposti in questo lavoro, il gruppo viene favorito dalla piena riuscita dell’esecuzione delle canzoni che risultano fluide e non troppo impegnative da ascoltare. All’ascolto aiuta anche la scelta di inserire solo dieci canzoni perché ci permette di apprezzare senza alcuna fatica “the hovering” C’è da dire inoltre che il grosso lavoro viene svolto egregiamente dai chitarristi Antonio Tolomeo e Luca Laboccetta che durante l’esecuzione dei brani si scambiano spesso e volentieri i ruoli tra loro. Nel loro modo di suonare riescono ad essere incisivi e diretti sorretti anche da una ritmica precisae costantenell’evoluzione dei brani. Le tracce di questo lavoro non hanno una lunghezza eccessiva (che si aggira sui sei minuti circa), solo la conclusiva “Deep Blue” arriva a superare i nove minuti. Questa lunghezza però non rappresenta un problema per via di questa fluidità di cui parlavamo poc’anzi e si avvalgono anche gli altri brani del lavoro. In chiusura possiamo certamente dire che “The Hovering” è un disco che ci farà viaggiare con la mente definendo, la musica dei Northway, “immaginifica” perché ha in sé questa capacità evocativa e di imprimere immagini nella mente durante l’ascolto.Non mi resta altro che consigliarvi l’acquisto avendo una mente aperta, e fare i più sinceri complimenti alla band per questo loro lavoro ben riuscito.

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bandiera_italia SUONI TRIBALI

The Hovering è la seconda prova in studio per i bergamaschi Northway con l’etichetta alternativa I Dischi del Minollo. Registrato a Inzago presso il Trai Studio, l’album si arriva a tre anni dal debutto, Small Things, True Love (2017) e conduce l’ascoltatore attraverso sperimentazioni sonore, psichedelia e tradizione Post-Rock in totale armonia e queste condizioni strumentali, la percezione di coinvolgimento pervade tutta la durata del disco, sei tracce musicalmente notevoli che rilasciano buone sensazioni. In uscita il 25 settembre 2020 dopo il rinvio causa pandemia.

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bandiera_italia   MUSIC MAP

Da qualche anno voglio bene ai Northway. Mi piace considerare questo disco come un ritorno alle origini, agli albori di un suono che oggi si chiama post-rock e che ieri neppure esisteva, perchè il post-rock - ci tengo sempre a specificarlo ad uso e consumo delle nuove leve – trent’anni fa era un’altra cosa, nemmeno imparentata con la forma odierna. Forse il post-rock di oggi discende dai Talk Talk di “Spirit of Eden”, forse dai Bark Psychosis di “Hex”, chissà. Certo non dagli Slint, chè quello era un capitolo diverso. Voglio bene ai Northway da “Small things, true love”, esordio autoprodotto datato 2017 che colpiva profondamente per la capacità di riscrivere il verbo post-rock in un linguaggio non così infarcito di manierismi comodi. Era audace, in un suo modo elegante e raffinato. Optava per una rilettura molto personale della materia, quasi rinunciando a gonfiare i brani fino al prevedibile climax tipico del genere. Restava attendista, trattenuto, in sorniona aspettativa di un’esplosione che stentava ad arrivare.
Eleganti e raffinati i quattro ragazzi della bergamasca lo sono anche oggi nelle sei tracce di “The Hovering”, pubblicato per la sempre interessante I Dischi Del Minollo e già pronto per l’uscita – poi rimandata – a cavallo del lockdown. Del debutto conserva intatta la soave delicatezza che ne distingueva le trame; forse – ma non è importante - teme di osare qualcosa di più, spostandosi di lato anzichè avanzare. Fa sontuosamente ciò che deve, ma non rischia, ed è un peccato. Poco conta: ti lascia crogiolare nel toccante vortice di “Hope in the storm” mentre si concede di tornare alla primigenia, canonica scrittura post-rock cui siamo ben abituati nella vibrante accoppiata iniziale formata da “Point nemo”e ”Kraken”: Mogway, This Will Destroy You, God Is An Astronaut, Explosions In The Sky e compagnia (non) cantante. Rimane fedele a sé stesso percorrendo sentieri non sempre già battuti: “Edimburgh of the seven seas” si dissolve gradualmente in note di piano anzichè inseguire il prossimo movimento in crescendo, preferisce non cedere alla scontata deflagrazione-ad-ogni-costo ripiegandosi introversa su atmosfere desolate e morbide. In coda, i dieci minuti di “Deep blue” caracollano su una linea di basso avvolgente come faceva “Arrival” in apertura di “Small things, true love” andando a spegnersi nell’ennesima oasi di quiete tutt’altro che effimera, suggello ad un album suadente nelle sue minute, quasi timide divagazioni. “The Hovering” somiglia ad un esercizio di stile che scorre garbato, di rado satura, di nuovo si placa simulando l’onda in mare aperto: quello dei Northway resta un mare placido, perché sarà anche tutto un gioco di trattenere e rilasciare, ma ci vuole classe per parlare solo attraverso le immagini evocate dal prossimo ascolto ad occhi chiusi. Per essere un ritorno alle origini non c’è male, n'est-ce-pas?

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bandiera_italia   TUTTO ROCK

La band nasce nel 2014 e già durante le prime sessions si sperimentano nuove sonorità. La voce è presto abbandonata per approdare al vasto territorio del post-rock. Un’identità sonora che evoca band come Mogwai, Mogwai, Godspeed You! Black Emperor, This will destroy you ecc…; The Hovering, la cui uscita era prevista per marzo 2020 e poi rinviata per la pandemia, nasce dopo tre anni dal precedente full-lenght “Small Things, True Love” (2017) ed è fortemente caratterizzato da un intenso lavoro in studio, dove i quattro musicisti hanno ricercato un equilibrio tra tradizione e sperimentazione, delinando così il sound dei Northway. L’esperienza di The hovering viene definita dalla band come “un’alchimia strumentale, schizofrenicamente post-rock e nostalgicamente psichedelica.” Un disco che si inserisce nell’ormai prolifico filone del post-rock in maniera ordinata e senza particolari sussulti. Album fatto in modo valido, tra accelerazioni come in Point Nemo, momenti più sognanti come Hope in storm, stop didattici quali Interlude. Nel complesso un disco sufficiente, che si ascolta volentieri, suonato da buoni musicisti che si intendono bene e portano a compimento un prodotto compatto. Viste le premesse è lecito aspettarsi ulteriori passi in avanti nei prossimi lavori.

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bandiera_italia  DISTOPIC

E’ una bellissima notizia che in Italia ci sia ancora qualcuno che fa del post-rock, gente che non si è piegata al rap, alla trap o all’indie. Ecco che dunque i bergamaschi Northway vanno visti un po’ come i Panda: una specie a forte rischio di estinzione. Tolta la premessa (doverosa) veniamo alla recensione. “The Hovering” è un disco suonato ottimamente, con una buonissima tecnica, al quale però manca qualcosa, un azzardo, un cambio di registro. Nel senso che i Nostri riproducono alla grande le fascinazioni internazionali del genere sia nei giri di chitarra che di basso, ma tendono a restare fermi su posizioni di retroguardia piuttosto che lanciare/rilanciare la sfida, magari personalizzando. Insomma, si rivolgono a una nicchia, quando ci sarebbe ampio spazio per allargare il raggio di azione. Per la verità nella conclusiva “Deep Blue” qualcosa si nota, ma è troppo poco. In definitiva: bravi ma poco coraggiosi.

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bandiera_italia   ROCK GARAGE

I Northway li avevamo incontrati già ai tempi di Small Things, True Love e condividiamo quasi le medesime sensazioni anche per il nuovo EP dal titolo The Hovering. Siamo nei territori del post-rock, genere che solitamente da adito a declinazioni abbastanza personali da band a band, ma in realtà nei Northway leggiamo proprio le coordinate classiche del post-rock, copione completamente strumentale con i classici crescendo per dare intensità a tracce che altrimenti suonerebbero troppo piatte (Point Nemo è un perfetto esempio), chitarre elettriche ma anche note isolate o arpeggi dal classico imprinting post-rock e poco più. A parere di chi scrive il post-rock è davvero un genere che andrebbe vestito in maniera del tutto individuale, dando vita ad una interpretazione soggettiva piena di declinazioni che escono fuori dal cerchio e contaminano, irradiano. I Northway invece no, sono dei puristi, restano fermi su di un unico concetto di post-rock e fanno leva su quello. Mancano i piccoli elementi elettronici e le incursioni nella new wave del precedente lavoro citato, sprizzano distorsioni elettrizzanti (Kraken) e anche melodie (Hope In The Storm) ma sembra tutto molto quadrato, incorniciato in una serie di mosse per restare all’interno della scacchiera e non tentare nessun gesto alternativo.I puristi del genere, appunto, potranno dire che non abbiamo capito nulla di questo lavoro ma in realtà è proprio a loro (e purtroppo solo a loro) che è indirizzato questo album. Al di fuori di quella cerchia (e quindi con un orecchio che va oltre quel genere) sarà difficile trovare spunti di interesse per approfondire il progetto, ma per i Northway speriamo di sbagliarci.

L’introduzione acquatica, aliena di Derailed Dreams ci prepara ad un’immersione in un mondo niente affatto sconosciuto ma dal quale mancavamo da un bel pezzo.

Poco tempo fa, parlando de Gli Altri, band post-hardcore e quindi lontanissima dai King Suffy Generator, mi meravigliavo positivamente di come una band nostrana fosse stata in grado di portare una forte componente post-rock all’interno della loro musica in questi nostri giorni così lontani dal bel post-rock perchè – intendiamoci – di gruppi che reiterano le dinamiche delle scuole di Louisville e Chicago ve ne son fin troppe, lì arrabbiate e pronte a triturarceli con le loro geometriche intemperanze ‘emo’ e violenza math fine a sè stessa.

Quindi il post-rock non riesce ad invecchiare (e sedimentare nelle coscienze musicali) perchè ancora non vuole essere mollato dagli orfani dell’hardcore (quello vero che non hanno mai conosciuto) e allora si accaniscono sul suo corpo morto squassandone la carcassa come avvoltoi e rimestando e beccando lo svuotano di senso e significato.

E poi arrivano delle persone per bene a ricordarci che esisteva un altro modello di post-rock oltre ai soliti due comunemente proposti, quello ben più difficile, fantasioso e ricco di sfumature dei Tortoise. Ecco dove guardano i King Suffy Generator ed ecco perchè nelle loro composizioni si affacciano elementi progressive, space e persino latin rock.

La stessa Derailed Dreams nel suo algido rigore ritmico si infiamma di aperture che ricordano il primo Santana, quello vero, non il pupazzo con cui l’hanno sostituito poi.
Ritornano le sospensioni dei Tortoise in Short Term Vision esono proprio quelli di TNT, quelli più vicini ai deliqui dei cugini analog-pop The Sea and Cake.

E non bisogna meravigliarsi a parlare di prog ed affini perchè gli stessi Tortoise erano affascinati dal motorik krauto e da certe sperimentazioni settantine. Ecco perchè il minuto e poco più di Rough Souls sembra una traccia perduta dei Popol Vuh o degli Amon Düül.

Relieve The Burden dimostra come la band sappia anche incalzarci ma persino nella foga neo-prog riesce a non perdere mai il controllo ricordandoci – come anche la successiva We Used To Talk About Emancipation un’altra delle più grandi band post-rock – meno imitate – di sempre, gli Shipping News.

Un disco così ed una band di connazionali così, di questi tempi bisogna tenerla d’occhio. Non mi stupirebbe ritrovarli nelle charts indipendenti tra i migliori dischi italiani dell’anno.

http://www.kingsuffygenerator.com
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