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press-reviews iFASTI "Tutorial"

 

bandiera_italia  ROCKIT

Rocco Brancucci (voce), Roberto Bagaini (basso, computer), Federico Bosi (basso, computer), Andrea Granato (chitarra) ed Eros Giuggia (sax, chitarra), ovvero iFasti, tornano sulle scene con “Tutorial”, che in estrema (molto estrema) sintesi si potrebbe definire appunto un “tutorial” su come resistere agli sbandamenti esistenziali dell’umanità.Per il loro genere di riferimento, ovvero uno spoken rock di ampie vedute che trasporta in un’ipnosi musicale oscura, iFasti sono stati spesso accostati a gruppi storici come Offlaga Disco Pax o Massimo Volume e i riferimenti sono sicuramente veritieri benché la musica di questo combo torinese ha ormai già confermato con il precedente album, “Palestre”, una propria personalità che viene evidenziata soprattutto tra le trame sonore e gli arrangiamenti studiatissimi. Inoltre le loro liriche, dal linguaggio quotidiano e impregnato di sarcasmo, li avvicinano anche a certi episodi de Il Teatro degli Orrori per la lucidità e la rabbia con cui mettono in luce i lati più grotteschi della società.Nonostante lo scetticismo di fondo, “L’umanità migliore” secondo i nostri non è ancora completamente distrutta, anzi “è una questione di minuti e ritornerà”. Certo, bisognerebbe riuscire a mettere da parte quel comodo individualismo per cui “io” viene sempre prima di “noi”. “Io è la parola di questi nostri anni, noi è la parola da non usare mai”, cantano in “Ionoi”, sottolineando che siamo tutti bravi a portare avanti “proteste digitali e poi tornare a consumare” e quindi restare sempre nelle stesse condizioni. Per fortuna però c’è l’amore, un valore ancora vivissimo nella nostra società, tanto è vero che tutti ne parlano: in televisione, in chiesa, nelle poesie, nelle canzoni… È strano però – fanno notare iFasti – che le canzoni d’amore usano sempre le stesse parole: “Abbiamo avuto tutti la stessa fidanzata o lo stesso fidanzato con gli stessi occhi? ” cantano in “Lamore”, come se qualcuno dall’alto imponesse anche il contenuto delle canzoni che devono avere successo: “Si parla d’amore e ci si nutre d’odio… Che strano paradosso! ”, conclude il brano. Ma l’“umanità migliore”, come si diceva, esiste ancora e ci sono anche persone come “Pietro”, il quale comincia a sollevare qualche dubbio su quello che gli raccontano i genitori o i maestri e si pone delle domande: se tutto è così giusto “perché muore la gente in mezzo al mare? ”. Una risposta sembra esplodere come una “Bomba” nel brano successivo: “Ci hanno convinti ad avere paura” e “la paura si trasforma in arroganza”. Così i riflettori vanno a cercare la mano invisibile del burattinaio che muove i nostri fili nel brano “Buoni anni”, il più ipnotico del disco, che trasforma il disagio in un bisogno di verità e sincerità: “Parlami d’amore e di cose vere”. Ma “Tpunto4” continua ad infierire: “Vero o presunto, quello che è sicuro è il perenne stato d’emergenza”. Allora è questo quello che “Meritiamo”? La conclusione del disco lascia una porta aperta alla speranza perché, anche se “hai lasciato che ad orientare la tua vita fosse un libretto di istruzioni […] meriti ancora una vita assolutamente pazza e meravigliosa”. iFasti hanno isolato il virus della nostra società tra le distorsioni e i beat elettronici e ce lo mostrano in tutta la sua deforme mostruosità tramite questo “Tutorial” di esperienze e personaggi che indubbiamente vivono intorno a noi. E forse siamo anche noi. Ma c’è un’umanità migliore: “è una questione di minuti e ritornerà”.

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bandiera_italia  MUSIC MAG

A distanza di cinque anni dal loro precedente album ritornano sulla scena musicale IFASTI con “Tutorial”, otto tracce con un imprinting decisamente elettronico. Bassi, computer, chitarre elettriche ed una voce ci accompagnano in un viaggio psichedelico con testi non sempre chiarissimi ma da un beat così incalzante che ti concentri su quello mettendo quasi da parte le parole. Parole sarcastiche che dipingono scene di vita quotidiana. Si parla d’amore e ci si nutre d’odio, che strano paradosso” per citare una delle frasi chiave di questo album. Sì perché sono proprio delle frasi, delle “bombe” che loro lanciano a restarti impresse e a rendere questo disco assolutamente riconoscibile e dargli identità. Ed ecco che in “L’umanità migliore” si parla con sincerità “ogni volta che hai messi in atto un’azione solidale, il sospetto si è infiltrato…”, come a sottolineare che non sempre si prende per disinteressato un gesto, un’azione. In “Ionoi” il cui focus è un invito a non criticare l’utilizzo di cose materiali come ad esempio i social, se poi non riusciamo a farne a meno in primis noi. Il ritmo qui è meno incalzante rispetto alla prima traccia. L’amore” è il brano con riff – tormentone “abbiamo avuto tutti lo stesso fidanzato, la stessa fidanzata con gli stessi occhi..”. Sicuramente tra i brani che ha una certa vena ironica anche. L’ironia lascia spazio a temi seri con “Pietro”: un bambino che si pone domande importanti sul perché accadono determinate cose senza avere risposta alcuna. Si procede con “Bomba”, capitalismo e quotidianità di una famiglia comune. Anche in questa canzone c’è un ritmo meno incalzante come la precedente “IONOI”. “Buoni anni” segue la scia di Bomba nella sua richiesta di sincerità. Noia e paura è invece l’elemento cardine di “TPunto4” che ci sorprende con un piacevolissimo sax. L’album si chiude con “Meritiamo” che vale un ascolto per l’ironia con cui si fa riferimento alle situazioni più “normali” come il chiedere i bollini della spesa. Ma meritiamo “una vita ancora una vita assolutamente pazza e meravigliosa”. È molto particolare questo lavoro de IFASTI, un album che vi invito ad ascoltare e che vi ritroverete a canticchiare senza rendervene conto. Potere della musica.

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bandiera_italia  ROCK GARAGE

Ho sempre amato la provincia in tutte le sue forme, soprattutto nella sua vita notturna quando la poca luce sa come alterarle quelle forme. Ho sempre pensato che l’energia arrivi sempre dai sobborghi e dalle periferie ed oggi che, almeno in letteratura e tra i ben pensanti, si fa un ritorno alle origini, suona sempre bene al mio cuore un disco che alla periferia (o provincia, ma non è questo il caso) deve molto. Tutorial è il nuovo lavoro dei reazionari sociali iFasti, emancipati fino al punto di concepire con equilibrio l’incontro tra un suono digitale dalle trame acide e psichedeliche, e una voce analogica di resistenza sociale, quasi da centro sociale, quasi da “Consorzio Indipendente”. E se i rimandi al CSI o CCCP (fedelmente legati alla linea originale) o – quando i suoni si fanno più strutturati e gutturali – ai più semplici TdO, è anche vero che il post-punk digitale degli iFasti sinceramente non ha troppi debiti da pagare a spasso per il mondo…certamente non hanno scoperto nuove frontiere ma sinceramente nessuno voleva aspettarsi questo e nessuno è stato illuso da false promesse. Che poi questa musica, libera, istintiva, priva di cliché e forme ruffiane, ha finalmente l’unico scopo di parlare al suo pubblico e la voce saggia di Rocco Brancucci sa benissimo come fare.Tutorial è una distesa acida e monotona di sequenza digitali, di chitarre punk, di una melma di magma che vuole fondere le infrastrutture del perbenismo e, per edulcorare un trancio di lirica tratta da Pietro, probabilmente a forza di spinte ci lascino passare, forse a forza di spinte ci ascolteranno, qualcuno si sveglierà, qualcuno la smetterò di fare affari in centro. Non ascolto Tutorial per cercare la melodie (che tra l’altro raramente fanno capolino dentro queste scritture), ascolto Tutorial per cercare aria buona di libertà, di espressione, di verità. Abbiamo bisogno di dischi come questo dove la parola torna ad avere un ruolo sociale e, per niente paghi di questo, i nostri torinesi (di periferia, li voglio collocare io), hanno buon gusto nelle soluzioni di arrangiamento, tra amplificatori e programmazioni. Tra l’altro nel video di Lamore ho intravisto una bellissima Vocal Bass della Korg che mi rimanda a periodi di indefessa proliferazione avanguardista. E non lo potevo dire in altro modo se non con queste parole. In questo momento storico in cui siamo tutti rimbecilliti da un pop farlocco, in cui osanniamo burattini fatti diventare televisivi per comodità, in cui siamo vittime di una mercificazione che ha intaccato anche la libertà dei social network, in un periodo in cui siamo tutti schiavi della bellezza, dischi come questo servono perché, sfamando la bellezza notturna di una periferia dal futuro post-apocalittico, si innaffia anche la coscienza civica, magari passando dalle orecchie con testi diretti, semplice e per niente obesi di chissà quale ricerca poetica. Ecco, forse avrei preferito un impegno maggiore sotto questo punto di vista e non perché sento la mancanza di allegorie o di chissà cosa, ma perché forse la parola poteva essere ancora più ficcante, pungente, demolente. Altro punto dolente per me? Lo stilema del mix di voce è sì fin troppo in linea con quella di Capovilla, magari ecco, anche in questa direzione avrei cercato una maggiore personalità. Ma in fondo siamo tutti figli di qualcuno e ben vengano famiglie simili. Potevamo esser figli di Elettra Lamborghini che, tette e milioni a parte (e rispetto che sempre si deve alle persone), denota quanto basso sia divenuto il livello della musica ufficialmente riconosciuta tale. Dunque ascolto Tutorial e non venitemi a fare paranoie sulla storia della musica pop. Credo che un disco come Tutorial rappresenti un alto significato di musica pop.

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bandiera_italia  TRAKS

Suoni cupi, molto elettrici e ambigui quelli de L’umanità migliore, che introduce alla recitazione acida e amara, che sarà il fil rouge del disco, impegnato a mostrare contromodelli di vita possibili. “Io è la parola di questi nostri anni/noi è la parola da non usare mai”: punta dritto sull’egocentrismo dei nostri tempi Ionoi, che descrive nel dettaglio le qualità che servono per emergere nel marasma mediatico, con chitarre che incalzano alle spalle. “Noi/ci aggiriamo strani/sperando in un conflitto/che non arriva mai”. Poteva mancare un’analisi de Lamore? Oggettivamente no, ma qui si va oltre: condita da clap, schitarrate e qualche tendenza electro (qui e là sembra la sonorizzazione di una canzone di Vasco) questa è una disanima di come si legge, si scrive e si canta dell’amore. Cioè tutti nello stesso modo, come se ci fosse una via unica al sentimento. Pietro è immersa in atmosfere molto più dure e crude, parla di squali e di lupi, ma soprattutto di arrivismo e anche immigrazione. Ci sono anche i fiati in Bomba, che parla di gente chiusa in casa (ma dai) ma più che altro per cause nucleari. Il problema fondamentale comunque qui è la comunicazione, intesa in svariati sensi e comunque sempre con isteria. C’è una forte malinconia che nasce da Buoni anni, più soffusa dei brani precedenti ma non per questo meno tagliente e capace di ferire. “Ogni cose è chiusa/ogni casa è chiusa”: Tpunto4 si veste di rabbia, per descrivere una società che si arriccia su se stessa, poco prima del disastro.C’è un problema di bollini della spesa all’interno di Meritiamo, che tratta del consumismo entrando in tunnel electro. Difficile non vedere il filo diretto che parte da Capovilla, Massimo Volume e compagnia e arriva a I Fasti, ma è giusto sottolinearlo non soltanto perché ci si ritrova il recitato, ma soprattutto per la cura e la crudezza di testi e pensieri. Dal punto di vista musicale, la band fa un notevole lavoro per assorbire e restituire input, elettrici, elettronici, contemporanei e per lo più rabbiosi, adatti a un’epoca disconnessa o troppo connessa.

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bandiera_italia   MUSIC.IT

Parole come proiettili che arrivano dritti allo stomaco; una realtà dal volto coperto che nasconde mostruose verità. A cinque anni di distanza dall’ultimo disco “Palestre” esce “Tutorial”, il nuovo album del gruppo iFasti. Una cosciente presa di distanza, effetto straniamento: questo sembra essere l’obiettivo della band torinese. Un rock che trasporta in un’ipnosi musicale oscura, si vola col pensiero, si viaggia con la mente, per rimanere con i piedi ben saldi sulla terra. Trame sonore e minuziosi arrangiamenti dal linguaggio quotidiano; con velato sarcasmo, lucidità e rabbia la band mette in luce i lati più grotteschi del mondo di oggi. Ipnotiche distorsioni e grintosi beat elettronici: esiste veramente un’umanità migliore? Secondo gli iFasti non è ancora completamente distrutta, anzi «è una questione di minuti e ritornerà», come cantano nel brano che apre l’album “L’umanità migliore”. In una vita in cui è vietato parlare, la band con parole scomode, irriverenti, pone attenzione ai paradossi ricorrenti nella società. Forse, un’umanità migliore veramente esiste ed è negli occhi di un bambino come “Pietro” il quale comincia a sollevare qualche dubbio su quello che gli raccontano i genitori o i maestri e si pone delle domande: se tutto è così giusto «perché muore la gente in mezzo al mare?». Gli iFasti sono una sostanziosa band formata da Rocco Brancucci (voce), Roberto Bagaini (basso, computer), Federico Bosi (basso, computer), Andrea Granato (chitarra) ed Eros Giuggia (sax, chitarra). Con “Tutorial” squarciano il velo e fanno vedere il mondo da un loro punto di vista: uno spaccato di umanità, dalla quale è sempre più difficile salvarsi. «Si parla d’amore e ci si nutre d’odio, che strano paradosso». L’amore, ancora una volta, sembra essere l’unica salvezza nella nostra società; ed è proprio per questo che tutti ne parlano e che nelle canzoni è sempre presente. Ironizzando, infatti, gli iFasti cantano «Abbiamo avuto tutti la stessa fidanzata o lo stesso fidanzato con gli stessi occhi?» nel brano “Lamore”. Il perenne stato di emergenza viene messo in risalto nel brano “Tpunto4”: «Ogni cosa è chiusa ed ogni casa è chiusa», dove all’elettronica si fonde un inebriante e viscerale sax. Tutto è già stato inventato e noi tutti abbiamo solo questo tempo che spendiamo tra noia e dolore tra guerre e paure. «Ci hanno convinti ad aver paura» e «la paura si trasforma in arroganza», gli iFasti accendono i riflettori su una realtà difficile da accettare ed impossibile da vedere; con “Tutorial” fanno esplodere come una “Bomba” il disagio e gridano il bisogno di verità e sincerità: «Parlami d’amore e di cose vere». L’album si chiude con un sottile spiraglio di luce: tutto quello che stiamo vivendo è veramente ciò che ci “Meritiamo”? Non per forza, non ancora, perché «meriti ancora una vita assolutamente pazza e meravigliosa». Nello stordimento di una vita senza senso, “Tutorial” è un modo per resistere agli sbandamenti esistenziali dell’umanità.

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bandiera_italia   TO CRASH 

Anticipato dal singolo Pietro il prossimo 13 marzo uscirà TUTORIAL, il nuovo album della band torinese i Fasti che ritorna dopo 5 anni dal suo ultimo album PALESTRE. Tutorial riconferma la caratteristica carica incisiva e diretta de i Fasti ed il loro alienante timbro post-rock elettronico pur lasciando spazio anche a toni e sound un po’ più aperti e distesi in tracce come IONOI e L’AMORE. Tutti i brani dell’album differiscono fra di loro in quanto a struttura ed evoluzione strumentale ma il fil rouge che li lega tutti è il volerci spingere a guardare oltre l’illusione e le consuete futilità messe paradossalmente in primo piano. Tutorial può essere una sorta di specchio del mondo moderno che mette in musica tante piccole-grandi verità senza giri di parole accomodanti e in questo ci riesce soprattutto grazie a quel parlato non cantato e pacatamente urlato che assieme alla tensione della musicalità contribuisce a conferire ancora più impatto alle parole, lasciando la sensazione di essere in una bolla surreale del cantautorato sperimentale. Non potrà non scapparvi un amaro sorriso mentre ascolterete la parte iniziale di MERITIAMO, la traccia finale del disco che chiude lanciando una diretta esortazione alla presa di coscienza individuale e collettiva. Senz’altro è un disco interessante da ascoltare con curiosa attenzione e sempre estremamente attuale (vedi l’esplosiva BOMBA “La paura si trasforma in arroganza / ci hanno convinti ad aver paura / tutti chiusi in casa”). Esiste un TUTORIAL che ci aiuti ad essere felici? Chi può dirlo, magari ascoltando le parole de i Fasti può sorgere un dubbio anche a voi, proprio come è sorto a Pietro…

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bandiera_italia   RISERVA INDIE

"Tutorial" è pervaso dalla cupa realtà distopica dei nostri tempi, con sonorità e testi che ricordano a tratti Disciplinatha, Teatro degli Orrori e Offlaga Disco Pax.

L’introduzione acquatica, aliena di Derailed Dreams ci prepara ad un’immersione in un mondo niente affatto sconosciuto ma dal quale mancavamo da un bel pezzo.

Poco tempo fa, parlando de Gli Altri, band post-hardcore e quindi lontanissima dai King Suffy Generator, mi meravigliavo positivamente di come una band nostrana fosse stata in grado di portare una forte componente post-rock all’interno della loro musica in questi nostri giorni così lontani dal bel post-rock perchè – intendiamoci – di gruppi che reiterano le dinamiche delle scuole di Louisville e Chicago ve ne son fin troppe, lì arrabbiate e pronte a triturarceli con le loro geometriche intemperanze ‘emo’ e violenza math fine a sè stessa.

Quindi il post-rock non riesce ad invecchiare (e sedimentare nelle coscienze musicali) perchè ancora non vuole essere mollato dagli orfani dell’hardcore (quello vero che non hanno mai conosciuto) e allora si accaniscono sul suo corpo morto squassandone la carcassa come avvoltoi e rimestando e beccando lo svuotano di senso e significato.

E poi arrivano delle persone per bene a ricordarci che esisteva un altro modello di post-rock oltre ai soliti due comunemente  proposti, quello ben più difficile, fantasioso e ricco di sfumature dei Tortoise. Ecco dove guardano i King Suffy Generator ed ecco perchè nelle loro composizioni si affacciano elementi progressive, space e persino latin rock.

La stessa Derailed Dreams nel suo algido rigore ritmico si infiamma di aperture che ricordano il primo Santana, quello vero, non il pupazzo con cui l’hanno sostituito poi.
Ritornano le sospensioni dei Tortoise in Short Term Vision esono proprio quelli di TNT, quelli più vicini ai deliqui dei cugini analog-pop The Sea and Cake.

E non bisogna meravigliarsi a parlare di prog ed affini perchè gli stessi Tortoise erano affascinati dal motorik krauto e da certe sperimentazioni settantine. Ecco perchè il minuto e poco più di Rough Souls sembra una traccia perduta dei Popol Vuh o degli Amon Düül.

Relieve The Burden dimostra come la band sappia anche incalzarci ma persino nella foga neo-prog riesce a non perdere mai il controllo ricordandoci – come anche la successiva We Used To Talk About Emancipation un’altra delle più grandi band post-rock – meno imitate – di sempre, gli Shipping News.

Un disco così ed una band di connazionali così, di questi tempi bisogna tenerla  d’occhio. Non mi stupirebbe ritrovarli nelle charts indipendenti tra i migliori dischi italiani dell’anno.

http://www.kingsuffygenerator.com
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