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interviste ROBERTO MY

La passione per la musica ti fa fare di tutto e ti rende capace di qualsiasi cosa.
Anche di fare un disco d’esordio solista a più di dieci anni di distanza dall’ultimo disco della tua band.
È quello che succede a Roberto My, che con l’album “Flares”, incomincia un nuovo percorso, sulle tracce di quello che un tempo era definito indie-rock: chitarra, basso, batteria e soprattutto elettricità.

Ciao Roberto e benvenuto. Domanda di rito.
SGW: Chi è Roberto My ?
RM: Sono innanzitutto un appassionato di musica. La musica per me è un vero nutrimento. Ho prima deciso di farne una ragione di vita, frequentando il Dams di Bologna e suonando in diverse rock band, e poi per un sacco di anni l’ho messa da parte. Bene, ho deciso di far riprendere alla musica un ruolo di primo piano. E’ da questa volontà che è nato il mio nuovo lavoro Flares.

SGW: Perchè la decisione di intraprendere un progetto solista ?
RM: Non so se si possa realmente parlare di una scelta. La chiamerei più un prendere atto di uno stato di cose. Dopo alcuni anni dallo scioglimento dei Volcano Heart, la band indie-psych rock da me fondata a metà degli anni Novanta a Bologna e la cui ultima uscita risale al 2005, ho provato a rimettere su una band, qui a Roma, città in cui mi sono trasferito per motivi di lavoro. Tra la fine del 2011 e il 2012 ho provato ad aggregare un gruppo di amici intorno ad un progetto musicale. Avevamo iniziato a vederci con regolarità. Poi, purtroppo, un po’ per motivi di lavoro e un po’ anche per impegni familiari la cosa è naufragata. Io però, dopo anni di digiuno musicale, avevo di nuovo riassaporato il piacere di fare musica e così ho deciso di continuare anche da solo. Per questo la definisco una presa d’atto. Ho comprato un pedale per chitarra che dà la possibilità di registrare dei loop e con l’aiuto di questo mi sono esibito in alcuni club di Roma, suonando sia la chitarra acustica sia quella elettrica. Di lì a farsi venire voglia di tornare in studio per registrare alcune delle nuove canzoni scritte in questi ultimi anni il passo è stato breve.

SGW: Quanto c’è di Volcano Heart nelle tue nuove canzoni ?
RM: Parecchio, credo. Nei Volcano Heart ero io a proporre i brani. Poi con gli altri del gruppo li arrangiavamo in sala prove. Nei dieci anni di vita della band ci sono stati spesso cambi di formazione, essendo composta da studenti universitari. Col passare del tempo ho avuto il piacere di suonare con dei musicisti molto bravi. Penso ad esempio a Massimiliano Giannuzzi (bassista che ha suonato anche con Giorgio Tuma o con Thousands Millions), a Tonino Greco (batterista degli Slim) o a Daniele “Moreno” De Matteis (chitarrista e cantante dei Thousands Millions ed ora attivo con il progetto Soul Island). Ne cito soltanto alcuni, ma sono grato a tutti gli amici con cui ho condiviso un periodo nella band. Mi è sempre piaciuto che ognuno nel gruppo potesse dare il suo apporto, proponendo le proprie idee durante la confezione di un pezzo. Allo stesso tempo credo che, ascoltando i vari brani che ho scritto con i Volcano Heart, si possa riconoscere un mio approccio personale nel modo di scrivere. O almeno lo spero. Penso che quella di Flares è sempre la mia scrittura, forse solo un po’ più matura visto che gli anni sono aumentati, ma con essi anche la musica che è passata attraverso le mie orecchie e che mi ha ispirato.

SGW: Di cosa parlano i testi ?
RM: Di cose personali. Del tempo che passa, di rapporti che passano con esso, di ferite che uno prova a far rimarginare, di passioni e di sogni. Ma forse, più di tutto, del potere salvifico della musica. Io l’ho provato su di me. Fare musica per non appassire.

SGW: Quanti brani hai lasciato fuori da disco ?
RM: Non molti, un paio di brani. Quando nel 2017 ho deciso che volevo tornare in studio a registrare delle nuove canzoni ho chiesto a una bassista mia amica, Micol Del Pozzo, e a Pasquale Montesano (batterista della band romana Mia Wallace) di darmi una mano. Quindi ci siamo subito concentrati sulle canzoni che secondo me erano “mature” per essere registrate. D’altronde di tempo per decidere quali erano quelle giuste ne ho avuto parecchio, visto che tra l’ultimo Ep dei Volcano Heart (Afternoon Pleasures del 2005) e Flares son trascorsi quasi 13 anni.

SGW: Porterai in giro per palchi questo tuo album ?
RM: Assolutamente sì! Con Micol, che nel frattempo è entrata nella band a tempo pieno, abbiamo voglia di suonarlo in giro per l’Italia, da Nord a Sud. Certo è chiaro che non vivendo di musica (tutti noi facciamo un altro lavoro per sbarcare il lunario) dobbiamo incastare i concerti con gli impegni di lavoro. La prossima estate sarà l’occasione per poter fare un tour, spero ricco di tappe.

SGW: E dopo “Flares” che succederà ?
RM: Spero che il disco sia solo la prima tappa di un lungo percorso musicale. Come dicevo innanzitutto vogliamo suonarlo dal vivo il più possibile. Poi quando avremo in cantiere un buon numero di nuove canzoni torneremo in studio. Ma intanto stiamo al presente. Ora c’è Flares che è stato un parto lungo e difficile, ma allo stesso tempo molto bello. E ringrazio Francesco Strino de I Dischi de Minollo che ha creduto in questo progetto invitandomi a far parte della sua family. Di questo sono molto contento.

SGW: Saluti i nostri lettori come preferisci !
RM: Ragazzi venite a sentire come suona Flares!! Non rimarrete delusi. Enjoy the sound!!!

 

   IL BLOG DELL'ALLIGATORE

Come è nato Flares?
Flares nasce dalla voglia di tornare a scrivere e fare musica, dopo più di dieci anni di lontananza dai palchi e dallo studio di registrazione. Afternoon Pleasures, l’ultimo lavoro dei Volcano Heart, la band da me fondata a Bologna a metà degli anni Novanta, era uscito nel 2005. Durante i Novanta, i miei anni universitari, era stato facile fare musica. Io, per esempio oltre a suonare e cantare nei Volcano Heart, suonavo il basso nei Terapia d’Urto, la band noise-rock messa su dai  fratelli Matteo e Luigi Morra, due amici originari come me del Salento; e tra la fine dei Novanta e i primi dei Duemila, ho suonato pure la chitarra nei 3000 Bruchi, una band indie-pop-rock col cui cantante Stefano Rosanelli, un caro amico, ancora sono in contatto. Entrambe le band avrebbero meritato ben altra fortuna, perché la stoffa c’era.Ad ogni modo la nostra vita in quegli anni era piena di musica e io ne ero entusiasta. Poi siamo cresciuti e il lavoro ha fatto si che una grande passione fosse relegata sempre più ai margini. Io mi sono trasferito a Roma e per quasi dieci anni, tranne un tentativo subito naufragato, niente più canzoni né concerti. Nel 2015 ho deciso che o riprendevo a suonare con continuità, con impegno, o sarei morto dentro, e da questa volontà di “sopravvivenza” che è nato Flares.
 
Perché questo titolo? Che significa?
“Flare” significa bagliore, ma anche fiammata. E’ luce nella notte. Ho scelto questo titolo perché, se penso a questi ultimi anni, per me questo disco è come una luce in fondo al tunnel.
 
Come è stata la genesi del disco, dall’idea iniziale alla sua realizzazione finale?
Come dicevo prima, la genesi è una voglia di sopravvivenza. Nel 2015 ho ripreso a scrivere canzoni con l’idea di tornare in studio. Ho anche iniziato a riarrangiare e a sviluppare alcune idee musicali che mi erano venute durante gli anni di vita romana. Quindi prima da solo a casa, e poi con l’aiuto della mia amica Micol Del Pozzo al basso e di Pasquale Montesano (che milita nella band romana Mia Wallace) alla batteria, durante la primavera del 2017, abbiamo testato i brani in sala prove. Sia quelli un po’ più datati (Last Summer Ruins, Black Sky e My Sign on You-Part 1), sia quelli scritti poco tempo prima di iniziare le prove per andare in studio (Motherland, World of Sound e i due strumentali dell’album My Sign on You-Part 2 e Congo). Micol, che io considero la co-pilota di questo progetto musicale, indipendentemente dal fatto che porti il mio nome, mi ha anche suggerito la persona con cui registrare il disco, Danilo Silvestri, l’ingegnere del suono, tra gli altri, della band romana Giuda, che lei conosceva personalmente avendoci già lavorato. E la scelta si è rivelata azzeccatissima visto che Danilo, nel suo GreenMountainAudio, a Roma, ci ha messo a nostro agio ed è stato paziente e prodigo di consigli. Sia durante la fase di registrazione sia durante il missaggio, entrambe lunghe perché in mezzo ci son stati dei periodi all’estero di Danilo, in tour con i Giuda.  
 
Qualche episodio che è rimasto nella memoria durante la lavorazione dell’album?
Beh, quando ho utilizzato il Big Muff, un pedale distorsore per chitarra molto in voga già a cavallo dei Sessanta e i Settanta tra alcune band storiche quali Stogees di IggyPop, MC5, e a cui i Mudhoney, una delle grunge band che ho amato di più, hanno dedicato il titolo del loro primo Ep, SuperFuzz BigMuff.  Me l’ha proposto Danilo (era in dotazione nello studio) sul brano Last Summer Ruins e io allora ne ho veramente abusato. E tutto il brano è un omaggio al Seattle sound, Afghan Whigs su tutti.
 
Se Flares fosse un concept-album su cosa sarebbe? … anche a posteriori.
Un concept sul tempo che passa e sul potere salvifico della musica. E in un certo senso lo è. Quest’idea è presente nel testo di alcune canzoni quali Motherland, di cui è uscito il videoclip che ho personalmente scritto e realizzato e in World of Sound.
 
C’è qualche pezzo che preferisci? Qualche pezzo del quale vai più fiero dell’intero disco? … che ti piace di più fare live?
Se proprio devo indicarne qualcuna, sul disco, oltre le due appena citate, anche Black Sky, che è il brano più vecchio presente sull’album. Dal vivo mi piace  soprattutto Motherland. Ha un testo che sento molto e un mood malinconico ed energico allo stesso tempo. Credo che ben rappresenti l’idea che ho della mia musica: un mix, spero ben riuscito, di luce e ombra. 
 
Come è stato produrre il disco con la ormai mitica Dischi del Minollo? Chi altri vicini a te, dal punto di vista produttivo?
Sono molto contento di essere entrato a far parte della family de I Dischi del Minollo. Francesco Strino che dell’etichetta è l’animatore, è un vero appassionato di rock alternativo in tutte le sue declinazioni (post, noise, indie etc.). Ha un grande background musicale e con la sua label (che esiste da più dieci anni) è, al contrario di tante altre etichette italiane che operano nel settore, immune alla moda del momento.  Essere stato “notato” da Francesco mi inorgoglisce.Per ciò che riguarda la produzione artistica oltre a Danilo Silvestri, che è stato sia l’ingegnere del suono, sia un gran suggeritore di idee durante la registrazione, devo molto anche a Federico Festino, un caro amico, polistrumentista, che per un periodo ha suonato nei Volcano Heart e che ora vive a Copenaghen dove partecipa a vari progetti musicali, il più importante dei quali è la sua band Me after You. Federico ha suonato il piano elettrico in due brani, World of Sound e My Sign on You-Part 2, impreziosendoli. In quest’ultimo brano citato c’è anche il sax tenore di Gianluca Varone, che era presente nell’ultima line-up dei Volcano Heart.
 
Copertina notturna, da film intimista … come è nata? Di chi è opera?
Le foto della copertina sono opera di Valentina Paniccià. Ritraggono delle strade, sfocate, di Dublino. Le foto risalgono ad alcuni anni fa e appena le ho viste me ne sono subito innamorato. Mi richiamano alla memoria alcuni quadri impressionisti che mi piacciono molto. E poi, allo stesso tempo sono profondamente moderne, cinematografiche appunto. Raccontano un paesaggio urbano piuttosto desolato, malinconico. Ma non c’è solo malinconia, perché se da un lato c’è il blu della notte, dall’altro ci sono i colori caldi delle luci della città. L’artwork poi è opera di Federico Festino, che di professione fa il grafico.
 
Come presenti dal vivo il disco?
Finora sul palco il disco lo abbiamo presentato come power trio (chitarra e voce, basso e batteria), necessariamente semplificando alcuni dei brani, che hanno trame chitarristiche abbastanza articolate. Non è escluso però, che in un futuro non remoto allargheremo la line-up con l’ingresso di un altro chitarrista.
 
Altro da dichiarare?
Solo un invito ad ascoltare il disco.  Dategli una chance e magari vi ritroverete a canticchiarne qualche motivetto andando a spasso!
 
 

Roberto My dopo aver militato nella band dei  Volcano Heart dove costruisce parte della sua storia musicale, si prende un lungo periodo di pausa. Ma la passione per la musica è tanta, a tal punto che si rimette in gioco con il suo nuovo album solista “Flares” e noi abbiamo voluto sapere qualcosa di più sul suo conto.

CMZ: Com’è nata la passione per la musica ?
RM: Domanda impegnativa. Rispondo con due ricordi. La passione per Bruce Springsteen che avevo da ragazzino, quando frequentavo la scuola media. Avevo ritagliato e incollato nel diario una foto del Boss, periodo “Born in the Usa”, che imbraccia la sua mitica Telecaster e fantasticavo di suonarla. Poi poco più grande, per il mio 16mo compleanno, quando già ero un super fan dei Cure, chiesi e ricevetti una chitarra acustica in regalo. E’ iniziata così.

CMZ: Quali sono gli artisti che maggiormente ti hanno influenzato ?
RM: Il primo amore sono stati appunto i Cure. Poi all’inizio dei novanta, dopo un’infatuazione per lo shoegaze e la neo psichedelia, appena 18 enne sono stato folgorato dai Dinosaur jr e dai Sonic Youth, e poi in generale da tutta la scena grunge di Seattle, in particolar modo le band legate alla Sub Pop (Mudhoney, AfghanWhigs, Nirvana etc.). Se alle band citate mi si chiedesse di aggiungerne alcune altre, fondamentali per me, direi: Motorpsycho, Flaming Lips e Karate.

CMZ: Sei soddisfatto di “Flares” ? Oppure avresti voluto cambiare qualcosa ?
RM: Sono molto soddisfatto: Danilo Silvestri, l’ingegnere del suono/produttore con cui l’ho registrato è veramente un maestro della ripresa sonora. Poi sono molto contento del gruppo di amici con cui l’ho registrato. Micol Del Pozzo al basso e Pasquale Montesano alla batteria hanno fatto un gran lavoro sulle ritmiche. E a impreziosire il tutto c’è il piano elettrico del mio amico Federico Festino, un polistrumentista che ora vive a Copenaghen, dove è leader di una band molto interessante, i Me After You. Federico è ospite in due brani “World of Sound” e “My Sign on You (Part 1 & 2)”. Altro graditissimo ospite è il jazzista Gianluca Varone, che suona il sax tenore sempre in “My Sign on You (Part 1 & 2)”, che è il brano più psichedelico del disco e infatti dura circa dieci minuti. Sia Gianluca che Federico in passato hanno fatto parte dei Volcano Heart, la band dei miei anni di vita bolognese.

CMZ: Tutti brani in Inglese. Hai mai pensato alle liriche in Italiano ?
RM: Proprio no. L’inglese è una scelta che ho fatto a vent’anni, perché per me è la lingua del rock’n’roll. In realtà quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica suonata, ho scritto canzoni in italiano. Era il 1990 ed ero un grande ascoltatore di musica dark e post-punk più in generale. In Italia apprezzavo molto i Diaframma sia per la musica sia per i testi. Dopo un po’ però ho assaporato la libertà e la musicalità della lingua inglese e non ho mai più avuto ripensamenti.

CMZ: E poi La MinolloRecords !
RM: E’ stato un incontro fondamentale. I Dischi del Minollo me l’aveva segnalata un mio amico, Italo Rizzo,che alcuni anni fa era rimasto favorevolmente impressionato da una loro band in catalogo, Il Vuoto Elettrico. Della label di Francesco Strino mi è piaciuto oltre la qualità delle proposte, anche l’eclettismo dei generi. Tanto per citare qualche nome tra gli artisti dell’etichetta che ho apprezzato di più, nella family del Minollo convivono band come i Droning Maud col loro pop rock elegante e una band come i John Malkovitch! che suona un post rock potentissimo e (super) sonico. Poi però c’è pure uno come Lukasz Mrozinsky che si muove in territori avantgarde. Insomma, una bella compagnia!

CMZ: Salutaci con un consiglio alle nuove leve che vogliono addentrarsi nel mondo musicale!!
RM: Innanzitutto, la curiosità. Nutritevi di musica e considerate che non esiste musica vecchia e nuova, ma solo buona e cattiva musica. E poi più concerti dal vivo e meno talent in tivù!

 

SWZ: Presentati ai nostri lettori !
RM: Sono innanzitutto un appassionato di musica. Uno che ascolta e fa musica per sentirsi vivo. Ho iniziato a suonare in una band a 17 anni e se penso che sono stato quasi dieci anni senza far musica ancora non ci credo. Tutto qui.

SWZ: Come nasce un brano ?
RM: Non c’è una ricetta unica. Sicuramente è spesso un’esperienza che parte in solitaria. Anche quando suono con una band di solito il primo abbozzo del brano lo faccio da solo. Una volta mi capitava spesso di scrivere una canzone partendo da una serie di accordi suonati con la chitarra acustica e poi provando ad aggiungere una linea melodica per il cantato, un tema per la chitarra o un assolo. Negli ultimi anni, e quindi anche per quest’ultimo disco, qualche volta parto da un riff di chitarra elettrica, una cellula melodica che poi registro e faccio suonare in loop, iniziando a ricamarci sopra con gli accordi e la voce.

SWZ: Se abbiamo capito bene c’è stata una battuta di arresto di circa dieci anni !
RM: Anche di più, se contiamo gli anni che sono trascorsi tra questo mio nuovo “Flares” e “Afternoon Pleasures”(2005), l’ultimo lavoro dei Volcano Heart, la band indie-psych rock che ho fondato a metà anni Novanta e che mi ha accompagnato per tutto il periodo in cui sono vissuto a Bologna, città in cui io, salentino di origini, mi sono trasferito per frequentare l’Università. Sciolti i Volcano Heart a causa di un nuovo trasferimento a Roma, per motivi lavorativi, dopo aver ripreso a scrivere e a suonare in solitaria per un paio d’anni, sono finalmente riuscito a tornare in studio a registrare un nuovo disco con una band. Ho provato una grande gioia a reimmergermi nell’atmosfera dello studio di registrazione, anche perché ho avuto il piacere di registrare con Danilo Silvestri nel suo studio a Roma, il Green Mountain Audio.

SWZ: Adesso sei tornato con “Flares”. Che cosa ti aspetti dalla critica ?
RM: Il disco è uscito il 18 gennaio nei negozi e già ha raccolto diverse recensioni positive, anche su riviste e webzine di un certo peso (Rockerilla, Radiocoop, Onda Rock etc.). Di questo sono stato ovviamente molto contento. Spero continui così e che di “Flares” si continui a parlare.

SWZ: Cosa ne pensi della scena musicale Italiana in generale ?
RM: Che nonostante l’infatuazione di massa per l’Indie italiano o per i talent, c’è ancora una scena “alternative” che è viva e vegeta. E io mi son sempre sentito parte di questa. Non per un desiderio di essere di “nicchia” a tutti i costi. Non ho nessun problema con la popolarità (e credo che le nostre canzoni abbiano un potenziale anche “pop”) l’importante è che la si raggiunga senza snaturare se stessi, piegandosi al gusto del momento. Per me fare musica vuol dire non scendere a compromessi. E’ il mio angolo di piena libertà! E ringrazio la nostra etichetta, I Dischi del Minollo, di avermi dato la possibilità di tornare in pista e di supportarmi in ciò che amo più: il fare musica.

SWZ: Preferiresti 30 date in Italia o 15 all’estero ?
RM: Ne preferirei anche solo 10, Italia o estero non conta, purchè siano esperienze intense, suonando per un pubblico di appassionati.

SWZ: Chi sono i tuoi compagni di avventura ?
RM: Ho preparato e registrato “Flares” con l’aiuto della mia amica Micol Del Pozzo al basso e di Pasquale Montesano alla batteria. Nel disco ci sono poi due ospiti che in passato hanno fatto parte dei Volcano Heart: Federico Festino che suona il piano elettrico in “World of Sound” e “My Sign on You” e Gianluca Varone che suona il sax tenore in “My Sign on You”.

SWZ: Saluta i nostri lettori come preferisci
RM: Ragazzi nutritevi di musica! E nel vostro menu inserite anche il nostro “Flares”. Non ve ne pentirete!

 

La passione per la musica ti fa fare di tutto e ti rende capace di qualsiasi cosa. Anche di fare un disco d’esordio solista a più di dieci anni di distanza dall’ultimo disco della tua band. È quello che succede a Roberto My, che con l’album “Flares”, incomincia un nuovo percorso, sulle tracce di quello che un tempo era definito indie-rock: chitarra, basso, batteria e soprattutto elettricità.
Noi abbiamo voluto sondare più affondo su “Flares” e Roberto My ed ecco che cosa ne è venuto fuori!

AS: Quando ed in che modo hai iniziato il tuo percorso nel mondo underground ? 
RM: Ho iniziato a suonare in una band all’inizio dei Novanta. Avevo 17 anni e il nome del gruppo era No more colours. Eravamo un gruppo di amici, super fan dei Cure e dei Joy Division, ma ci piacevano anche i big del passato (Hendrix, Bowie e i Pink Floyd). Suonavamo diverse cover dei gruppi citati, ma ci è piaciuto da subito misurarci con delle canzoni nostre. Provavamo quasi ogni giorno e credo che, vivendo in un paese del sud (in provincia di Lecce) dove c’era assai poco da fare, senza la musica ci saremmo annoiati parecchio.

AS: Da quali generi e bands sei influenzato ? 
RM: Oltre al post punk che ho ascoltato tanto da giovanissimo (Cure, Joy Division, Siouxie & the Banshees) e alla psichedelia, genere che ho sempre apprezzato (Pink Floyd, Robert Wyatt), sicuramente l’indie rock (Dinosaur Jr, Pavement, Sonic Youth, Pixies etc.) e il grunge (Afghan Whigs e Mudhoney su tutti). E poi Neil Young, Motorpsycho e Karate.

AS: So che potrebbe non essere facile farlo, ma potreste commentare il tuo ultimo lavoro?
RM: Credo che “Flares” sia un disco che è percorso da un tema conduttore che è il potere salvifico della musica. Arriva a più di dieci anni di distanza dall’ultimo dei Volcano Heart la band dei miei anni universitari bolognesi (che potete ascoltare qui https://volcanoheart.bandcamp.com/releases )
Musicalmente credo sia una summa di tutto ciò che mi piace, spero mixato in qualcosa che però suoni abbastanza originale alle orecchie dell’ascoltatore.

AS: Com’è cambiata la scena musicale dai tempi dei Volcano Heart ad oggi ? 
RM: Beh, è cambiata parecchio. Ho fondato la band a Bologna a metà degli anni Novanta. Eravamo parte di una cultura underground. Noi disprezzavamo la cultura di massa e la televisione che la diffondeva. Ora l’aspirazione di molte band è quella di partecipare a un talent show in tv. Poi io ho vissuto un’era analogica. I nostri primi demo erano registrati su cassetta. L’ultimo disco dei Volcano Heart , “Afternoon Pleasures” è del 2005. Internet già esisteva, ma non aveva ancora quella diffusione raggiunta in questo decennio. Non dico, si badi bene, che era meglio o peggio. Solo era profondamente diverso.

AS: Come giudicate il veicolo Internet per la promozione della scena musicale? 
RM: Senza dubbio aiuta. C’è però il rischio di smarrirsi per la troppa offerta di musica. E pure quello di non dare (da fruitori) o avere (per quanto riguarda i musicisti) la giusta attenzione durante l’ascolto. Proprio a causa dell’amplissima offerta.

AS: La tua passata esperienza con i Volcano Heart cosa ti ha lasciato di bello e cosa da dimenticare ?
RM: Di bello sicuramente il piacere di fare musica insieme ad altri. E’ un’emozione particolare quella di far parte di un progetto artistico comune ed una band è uno spazio speciale in cui questo si può realizzare. Anche quando un brano nasce in solitudine è solo nella condivisione con altri musicisti che raggiunge il suo compimento. Da dimenticare, quindi, direi nulla.

AS: In definitiva che cosa vuoi fare da grande? 
RM: Suonare, suonare e suonare! Per le ragioni di cui ho appena parlato.

AS: Siamo in dirittura di arrivo: Hai carta bianca lascia un messaggio ai nostri lettori! 
RM: Ascoltateci e date un’occhiata su YouTube al video di “Motherland”, la canzone che apre l’album e il cui video ho realizzato quest’estate