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interviste DEIAN & LORSOGLABRO

Deian Martinelli, torinese, ha pubblicato con Lorsoglabro, band che lo accompagna da tempo, due album: “Omonimo” del 2009 e “Prezzo speciale” uscito quest’anno.

Descrivi il tuo lavoro attuale.
Lavoro, ormai dai parecchi anni, in una focacceria. Condisco, inforno, cuocio, taglio e vendo tranci di pizze, focacce, farinate. È un part-time e tutto sommato il lavoro in sé non è male, coi colleghi c’è un bel clima e a volte è perfino divertente. Certo ha i suoi lati oscuri.

Hai mai pensato di lasciare il tuo lavoro per la musica?
Ci penso, anche se nel tempo cambiano le circostanze in cui considero l’eventualità. Magari se una volta ero più propenso a intendere il lavoro come uno stato temporaneo, nella speranza di iniziare a ingranare economicamente con la musica, ora tendo a cercare un compromesso tra le entrate garantite dal lavoro, la coltivazione di una passione che incanali la mia creatività, e il mio innato bisogno di tempo per non fare un cazzo: attività quest’ultima che ritengo fondamentale per la crescita spirituale di un essere umano, una vera pietra filosofale. Un domani potrei addirittura prendere in considerazione l’idea – che so – di suonare per strada, o in piccoli club se mi vogliono, e vedere se riesco a fare a meno di un compenso garantito e sistematico.

Come concili il lavoro e la passione per la musica?
Male, purtroppo. Nel senso che la dedizione all’uno inficia inesorabilmente la dedizione all’altra. Eppure quando l’altra non si mantiene da sé, necessita del primo. La questione si complica quando ci si accorge che quella che noi stiamo continuando a chiamare “la musica” è a tutti gli effetti un lavoro, una piccola impresa privata in un settore in declino, pertanto richiede tutti i sacrifici e la dedizione – tempo e denaro in altre parole – necessari affinchè non vada in malora. Quindi è abbastanza una faticaccia destreggiarsi in questi circoli viziosi. A complicare ulteriormente le cose c’è che bisogna fare i conti con gli altri, colleghi, datori di lavoro, gestori di locali e via dicendo: non si può pretendere che le loro esigenze si adattino alle proprie. Una mente elastica e creativa dovrebbe adattarsi e trovare soluzioni concilianti, anche se a volte viene voglia di mandare tutto all’aria.

Quali scelte cambieresti nel tuo percorso professionale?
Nessuna. O meglio: non lo so, ma neppure voglio soffermarmici. Sul passato sono totalmente fatalista. Già non mi piace pensare a ciò che potrebbe essere, figurarsi mettermi a pensare a ciò che potrebbe essere stato. In realtà non mi piace perchè l’ho fatto anche troppo in passato. Preferisco essere e basta piuttosto che pensare a cosa sarebbe potuto essere, o cosa potrebbe essere. Credo che l’origine di ogni problema in fondo stia nel pensare in maniera inopportuna. Non che abbia smesso di farlo… Ci si prova.

Massima soddisfazione/delusione raggiunta in ambito musicale.
La gioia più grande è stata mentre componevo e registravo le prime canzoni, ormai più di dieci anni fa: ricordo l’euforia nel creare qualcosa di bello, e di proprio, dopo tanto strimpellare adolescenziale misto a devozione per chi riusciva a plasmare qualcosa, che fosse una singola opera, o un mondo personale. Non c’è più stato niente di altrettanto intenso dopo, quanto quel crearsi un mondo. Nel presente provo soddisfazione durante e dopo un bel concerto, ben suonato davanti a un pubblico ricettivo (pure quattro o cinque persone mi vanno bene). Parimenti la delusione ce l’ho quando – per qualsiasi motivo – sento che avrei o avremmo potuto fare di più, o di meglio: in quel caso il pubblico ricettivo non fa che accrescere l’impressione dell’occasione mancata.

a cura di Marco Gargiulo

Io e il mio amore: storie quotidiane di musicisti coraggiosi. Racconti in prima persona di successi e fallimenti di chi si mette in gioco per lavorare di, con e per la musica.

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Innanzitutto, da dove viene questo bel nome? Nello specifico, l’orso è nato glabro o ci è diventato? Qualche dritta in materia di depilazione permanente?

La genesi del nome Lorsoglabro si perde nelle nebbie del mito, e non ha un senso chiaramente definibile, conformemente alla realtà che ci circonda. Il nome è una parola, una parola un suono, e le sue assonanze interne mi sono sembrate interessanti. Lorsoglabro è da considerarsi come un vocabolo unico, indivisibile, e come tale va pensato e venerato: non è un orso, non è nato glabro né lo è diventato in seguito a incidente, è sempre stato Lorsoglabro, anche prima di esistere.
In merito alla questione depilazione, voglio schierarmi senza indugio e in maniera netta CONTRO questa forma di barbarie tutta moderna che sottende l’esistenza di peli di serie A (capelli, barba) e peli inferiori, di serie B, detti “superflui”. Ma in base a cosa viene effettuata questa arbitraria discriminazione? E chi siamo noi per stabilire se un pelo va accudito e nutrito, acconciato addirittura, mentre una moltitudine di suoi fratelli vanno incontro a un’eliminazione pianificata, un autentico tricocidio che non tiene conto di nient’altro se non dei canoni estetici di cui subiamo inconsapevolmente il condizionamento?

Impertinenze pilifere a parte, “Prezzo speciale”, il vostro secondo disco, ci è piaciuto molto: com’è nato? Ma soprattutto, perché?

Mi fa molto piacere! “Prezzo Speciale” ha avuto una gestazione lunga e travagliata, nel senso che abbiamo messo insieme brani molto diversi tra loro, composizioni più recenti con altre scritte (o addirittura registrate, come nel caso di Cani Jah) da molto tempo. Inoltre la sezione ritmica, molte chitarre e pianoforti sono stati ripresi al No.Mad Studio da Ezra Capogna, mentre le voci e gli arrangiamenti li ho fatti con Alessandro Arianti a casa sua, a casa mia, in cantina, qua e là. Questi elementi eterogenei sono stati messi in relazione tra di loro, sia all’interno dei singoli pezzi, sia nel tentativo di ricreare una trama che si sviluppasse nel succedersi delle tracce dell’album.
Sul perché sia nato, credo che le cause siano da ricercarsi all’interno di un coacervo difficilmente districabile di motivazioni disparate, dalle più nobili alle più umanamente meschine: ispirazione, passione, piacere, volontà, speranze, velleità, egocentrismo, auto affermazione.

Dopo un inizio quasi orchestrale, siete rimasti in tre: questo rende le cose più facili o più difficili?

Detta così sembra più di quel che effettivamente era all’inizio Lorsoglabro: più che un’orchestra vera e propria, una sorta di clan aperto soprattutto a fiatisti d’ogni risma, in cui si arrangiavano le mie canzoni a seconda della formazione di cui si disponeva. Adesso abbiamo asciugato all’osso la formazione; il che comporta indubbi vantaggi logistici e uno studio più attento del particolare in fase di arrangiamento. Naturalmente lo svantaggio è l’altro lato della stessa medaglia: meno soluzioni e un maggiore sforzo dal vivo. Il concetto è sintetizzabile nel motto estemporaneo “meno ma più curato”. Comunque ultimamente sta tornando a suonare con noi mio fratello Tristan, anche se saltuariamente: armonizza la mia chitarra con la sua, ottenendo un suono d’insieme più corposo. Il che mi consente anche di concentrarmi meglio sul cantato.

Ci è giunta voce che avete un modo di registrare piuttosto bipartisan (ma comunque moralmente accettabile), tra il digitale e l’analogico: si è sviluppato così per una scelta precisa o proprio perché era complicato scegliere?

Né l’una né l’altra: non è stata una presa di posizione ideologica, ma più che altro una constatazione a posteriori, a lavoro compiuto. C’è un pezzo (Cani Jah), ad esempio, che è stato realizzato utilizzando un registratore a cassette, per il resto quasi tutte le riprese sono state effettuate tramite i computers, salvo infine filtrare il master facendolo ancora passare su nastro magnetico. Un’operazione non così insolita in realtà.
Per il prossimo lavoro piuttosto, vorrei procedere con più decisione alla ricerca di quella pasta di suono che – non ci sono cazzi – le schede audio non ti danno. Mi piacerebbe incidere direttamente sul nastro.

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In regime di analogia spinta, avete strutturato la tracklist di “Prezzo Speciale” pensando ai due lati del vinile. Per le scalette dei concerti che criterio usate, invece?

Ultimamente tendiamo a iniziare seri e austeri, con i pezzi più impegnativi e cantautorosi, per poi sfoderare una vena besuga via via più incontenibile, con le canzoni più tirate. Oppure entriamo in lunghe improvvisazioni orsotroniche, sino ad arrivare a situazioni che hanno più a che fare con la “performance” che con la musica suonata, al confine tra demenza e surrealismo.

A proposito di complicatezza (o per meglio dire, complessità), nella title track e in ‘Avanguardia’ pare che si parli della scontatezza dell’innovazione al giorno d’oggi: non c’è niente di speciale, nonostante si continui a ripetere il contrario, e lo stupore è prevedibile ed esatto. Come cercate allora di sfuggire al canone della stranezza? Fino a che punto non ci ricadete?

“Fuori dagli schemi si finisce in altri schemi”, per citare una frase di una canzone dei Uochi Toki, di qualche anno fa. Se tutto è speciale, niente è speciale. Sembrano ovvietà, ma nascondono il principio della grande contraddizione che ha fatto crollare interi sistemi di pensiero e l’assurdo che ha ispirato ingegnose opere d’arte come gli scritti di Lewis Carroll. Il concetto è che usando la logica, la ragione – questi meravigliosi strumenti – si finisce prima o poi per imbattersi nei buchi neri del ragionamento, proposizioni che sono allo stesso tempo coerenti col sistema di norme da cui sono state dedotte, e in contraddizione irriducibile con tale sistema. In termini più semplici – senza scomodare la grande tradizione gnoseologica (di cui peraltro mi fregio di essere un grande ignorante) – è qualcosa di molto comune nella vita di tutti i giorni. Per esempio: “vorrei essere particolare, strano; ma – essendo questo desiderio di per sé una cosa molto comune e diffusa – il mio cercare di essere strano dovrà essere cercare di risultare normale, eppure così facendo rimango ancora invischiato nel voler essere strano che – come abbiamo detto – è di per sé una cosa banale e normale, quale che ne sia l’esito”.
La reazione orsoglabrica a questo stato di cose consta nell’integrare il paradosso nel proprio immaginario, non cercando di offrirne un’impossibile soluzione, ma assecondandolo e utilizzandolo come strumento espressivo. La canzone “Avanguardia” è proprio questo, tra le altre cose: un metatesto che si autodescrive e dice di sé che non può piacere a chi si aspetta qualcosa di diverso da ciò che già è di per sé, ossia un metatesto che si autodescrive e dice di sè che non può piacere a chi si aspetta qualcosa di diverso da ciò che è, ossia… eccetera eccetera. Naturalmente la canzone ha lasciato perplessi molti recensori, lasciandomi il subdolo e meschino piacere segreto dell’esperimento riuscito.
Se tutto è speciale niente lo è, si diceva, e si cerca sempre il diverso nel nuovo. Questa brama compulsiva per la novità affonda le sue radici molto lontano, nell’idea di evoluzione che si è trasmessa dalla tecnica all’arte, garantendo alla categoria “innovativo” un peso sempre più decisivo nella considerazione generale che si dà di una manifestazione artistica, un’opera, un autore, un movimento. Ciò ha condotto a intervenire sui linguaggi artistici in maniera poco sana a mio modo di vedere, portando la musica colta e d’avanguardia in territori davvero impervi per noi esseri umani (laddove diventa difficile distinguere tra il capolavoro e la “cosa qualunque”) e corrotto l’arte in generale con lo strabordare dell’elemento concettuale (peraltro ingrediente imprescindibile della succitata canzone “Avanguardia”. Rieccoci. Assecondare la contraddizione. Integrare il paradosso).
Con questo non voglio permettermi di liquidare il percorso di un’intera civiltà, né negare che uno degli aspetti più importanti della creatività è proprio quello di saper immaginare nuove forme che stupiscano; mi limito a sostenere che lo stupore legato alla novità è solo una delle reazioni che possiamo avere di fronte a un’opera, non l’unica e non la più importante. Alla fine, alla molta musica “d’avanguardia” continuo a preferire i Beatles, così come apprezzo più Matisse di qualche stranissima e impalpabile performance di arte contemporanea.

Ma che cazzo ho scritto?

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Ma a monte di tutto forse bisognerebbe capire se vi autopercepite come “strani”: se sì, quanto serve (auto)alienarsi per fare buona (o bella, o giusta) musica?

Questo non lo so, non siamo poi così strani: facciamo canzoni, seguiamo delle norme, suoniamo gli strumenti che ci si aspetta (basso chitarra batteria), in maniera non particolarmente rivoluzionaria, ci piace la musica pop. A pensarci in effetti due dei testi che trovo più rappresentativi di me si intitolano “Medio” e “Normale” (non sono in “Prezzo Speciale” ndr): però una volta una mia fidanzata nel tentativo di farmi un complimento pazzesco mi disse che ero normale e io mi incazzai. D’altra parte credo sia normalissimo incazzarsi per essere normale, non ci vedo niente di strano.

Torino aiuta in tutto questo? Il fatto che sia spesso oggetto di inchieste di Voyager influenza la scena musicale?

Assolutamente sì, in maniera totalizzante. Non possiamo trascurare il fatto che questa città sia conosciuta nel mondo come la città del Mago Gabriel e del tour in pullman “Torino Magica” (che peraltro ho fatto).
Proprio mentre scrivo queste poche righe al computer, al lume delle mie candele esoteriche, alcuni miei amici ex templari ora massoni stanno effettuando una seduta medianica proprio qui nella mia stanza per evocare lo spirito di Rol, attualmente posseduto da Cagliostro. L’obiettivo è riuscire finalmente a localizzare il Sacro Graal, anche se sappiamo tutti benissimo che l’ambita coppa null’altro è che una metafora alchemica dell’amore che risiede nel cuore di ognuno di noi.
Tutto ciò non può che riflettersi sulla scena musicale cittadina, che ha partorito artisti come Vittorio Cane e collettivi come La Piramide di Sangue, in cui i confini tra il paranormale e ciò che è scientificamente giustificabile si fanno labili.

Parliamo un po’ dei vostri progetti paralleli: ci sono novità sui Glabrador, il vostro inesistente (per ora) avatar epic metal, o è stata solo una bella illusione?

Se ne parliamo significa che esiste in qualche luogo della mente, se esiste significa che presto il fiacco mondo del rock verrà travolto da una scarica di elettricità medievale e di epica nibelungica mai viste prima. Se suona come una minaccia è perché è una minaccia.

E Lorsotronico, il vostro alter ego sul sentiero del kraut, resterà solo un’entità che vi possiede ogni tanto durante i live o produrrà mai un disco proprio?

L’intenzione di registrare qualcosa come Lorsotronico c’è, il materiale anche. Per ora esso si è limitato a manifestarsi in alcuni concerti, o facendo capolino in quelli de Lorsoglabro. In “Prezzo Speciale” c’è “Hallopollo”, che è una chiara manifestazione orsotronica, in cui la mano di Alberto (Moretti, bassista) e di Gabriele (Maggiorotto, batterista) si fa sentire maggiormente.

Infine, due parole a caso sul brano ‘Hallopollo’.

Gatto. Inzaghi.

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Di mele e di epic metal, e di parecchio altro: abbiamo fatto due chiacchiere (forse tre) con Deian & Lorsoglabro, parlando della musica analogica e delle virtù del digitale, della saggezza dei proverbi, di amici canadesi, di kraut rock, di panettieri medievali e soprattutto di “Prezzo speciale“, il notevolissimo secondo disco appena pubblicato (qui la recensione).

E’ passato molto tempo dal vostro esordio su cd. Banalmente: che cosa è successo da allora?

Tante cose. A livello di formazione ci siamo stabilizzati sul trio, con Gabriele Maggiorotto alla batteria e l’ingresso di Alberto Moretti al basso al posto di Stefano Danusso; il che non esclude le occasionali partecipazioni dei collaboratori storici Alessandro Arianti e Tristan Martinelli, ma Lorsoglabro non è più quel porto di mare in cui a ogni concerto ci si presentava con una formazione differente. Stiamo invecchiando e abbiamo bisogno delle nostre piccole certezze, io per esempio la mattina mangio sempre una mela.

A livello musicale invece siamo più compatti e scarni nel suono ma anche più inclini alla digressione strumentale semi-improvvisata. Tendenza, questa, che ci ha condotti a dare un nome all’entità parallela che stava formandosi, Lorsotronico, e che nel disco è rappresentata emblematicamente da Hallopollo, un omaggio al kraut rock in chiave orsoglabrica. Nei live le due anime del gruppo convivono e si alternano, dando luogo a concerti ibridi a seconda della situazione che ci troviamo ad affrontare.

Com’è stata l’atmosfera che ha circondato “Prezzo speciale”? Mi sembra che le varie tracce del disco risentano di umori molto differenti.

Non posso dire che ci sia stata “un’atmosfera” specifica intorno alla creazione di Prezzo Speciale. Ha avuto una gestazione molto lunga e quindi coesistono dimensioni molto lontane tra loro. Alcuni pezzi – come Il Fiume o Preghiera – li avevo scritti già da molto tempo, mentre lo strumentale Cani Jah è addirittura un esperimento che avevo fatto col mio registratore a cassetta quasi dieci anni fa; però quando l’ho riascoltata ho pensato che doveva stare nel disco, e che era giusta così com’era.

Il criterio utilizzato per selezionare i brani che sarebbero entrati nel disco è stato influenzato dalla ricerca di una qualche forma di coerenza che potesse legare tra loro gli eterogenei materiali accumulati; ciò ha portato alla scelta di inserire solo dieci tracce, in cui ci fosse poco o niente oltre ciò che sentivo necessario. L’unico momento che potrebbe apparire inutile è il finale di Hallopollo, un paio di minuti di rumorismo quasi completamente casuale senza alcuna censura: abbiamo avvertito come necessario inserire anche quello.

La scelta di aprire con un pezzo molto riflessivo come “Il fiume” può risultare un po’ fuorviante rispetto al resto del disco. Da cosa nasce la decisione di sceglierla per l’apertura?

La tracklist è pensata per il formato a due lati del vinile, e sono molto contento del percorso quasi circolare che si compie scorrendo le canzoni nell’ordine in cui sono state messe, con un inizio (Il Fiume) e una conclusione (Preghiera. Cani Jah, l’ultima traccia effettiva, va considerata come un epilogo, un’appendice finale) simili, e in mezzo una serie di episodi di vario genere, con il viaggio ritmico di Hallopollo a fare da collante centrale: ha ragione il nostro amico Neil Young – che salutiamo – quando dice che una canzone è solo uno dei capitoli dell’intero libro/album.

La decisione di scegliere Il Fiume come apertura deriva da questo tipo di considerazioni, che sono state più forti della consapevolezza che per un disco generalmente è più funzionale cominciare con una canzone ritmata e possibilmente allegra. Questa scelta può poi essere anche un modo per il disco di selezionare chi ha realmente voglia di ascoltarlo.

Si coglie una certa insistenza nel discorso dell’uso di strumentazione analogica (il disco esce anche su vinile, si parla apertamente di “pezzi strumentali che chiudono i due lati dell’album”). Dato per scontato che non vi importa nulla del fatto di sembrare “vecchi” nell’era di Spotify e YouTube, mi spiegate perché è così importante questa scelta per voi?

In realtà non è una scelta che escluda le possibilità della modernità, ossia la distribuzione digitale. Sicuramente non è un mondo che mi affascini, personalmente parlando. Per indole sono sempre stato ritroso alle novità tecnologiche. Forse è un difetto, però osservo che la tendenza – soprattutto dacchè internet ha raggiunto una larga diffusione – è quella di mettersi nelle condizioni di poter accedere a qualsiasi cosa, per poi non accedere effettivamente a nulla e rimanere bloccati nella potenzialità.

Cosa me ne faccio di tutto lo scibile umano se non vi accedo con attenzione, o di tutta la musica del mondo se poi non la ascolto? Meglio qualche buon vinile. Il vecchio adagio “chi troppo vuole nulla stringe” è sempre in voga, a cui aggiungo anche “poco ma buono”, “meglio un uovo oggi che una gallina domani”, “chi fa da sé fa per tre” e “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.

A ogni buon conto va detto che a prescindere dalle mie personali inclinazioni, il disco è reperibile nonchè acquistabile in tutti i vari formati digitali, grazie al lavoro di Francesco Strino de I Dischi del Minollo e di Edisonbox, una netlabel parecchio attiva sul fronte della diffusione web della musica – il che indubbiamente abbatte i costi – e del coordinamento tra i musicisti.

Comunque in fondo hai scritto giusto: la scelta in questione è importante per noi. Questo lavoro è importante principalmente per noi, non c’è nessuno là fuori che gli possa dare l’importanza che riveste per noi, questo è ovvio. Quindi perchè non proporlo nei formati ai quali noi siamo più legati affettivamente? Se cd dev’essere, quantomeno digipack sia.

In quanto al vinile, personalmente sono contento come un bambino di poter mettere sul piatto il nostro disco! Mi ha dato un’emozione molto forte. E’ un lavoro in cui ho messo tanto me stesso, sia per lo spirito che c’è dentro, sia per la passione, sia pure per lo stress e per i tanti soldi investiti. I soldi vanno e vengono. Adesso stanno andando, per esempio.

 Dopo Lorsoglabro e Lorsotronico assisteremo a ulteriori evoluzioni della specie? Che programmi avete per la dimensione live?

Posso anticipare che, una volta che sarà esaurita l’onda di Prezzo Speciale, è possibile che proveremo a registrare qualcosa de Lorsotronico, la già citata costola de Lorsoglabro. Mentre all’orizzonte si profila Glabrador, ancora solo un’idea abbozzata. Per fortuna, perché si tratta della nostra trasmutazione in una band epic metal.

C’è quest’idea nell’aria, di allestire un concept album, un’opera che parla di un classico panettiere medievale, Wilhelm, che perde la Fede e riscopre nel paganesimo precristiano quella compenetrazione con il divino che la religione ufficiale non riesce più a offire all’uomo comune. Egli si allontana quindi dalla civiltà e, brano dopo brano, si trasforma in un animale selvaggio, fino a rivolgere la sua nuova bestialità contro se stesso.

La tragedia si conclude con l’inevitabile morte del protagonista che, però – in preda al furore e alla confusione – porta con sé all’inferno l’intera comunità da cui si era allontanato, dando alle fiamme il suo villaggio d’origine. Una fresca e coloratissima allegoria (in chiave epic metal) della situazione sociale che stiamo vivendo proprio oggi in Italia, se fosse necessario sottolinearlo.

Be’ no, non era necessario, era tutto talmente chiaro fin dall’inizio.

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THUMBNAIL – Uno sguardo sul panorama indipendente italiano

 

Uno sguardo su DEIAN & LORSOGLABRO

 

1.Chi sei, da dove vieni e che musica proponi.

Sono Deian Martinelli, vengo da Torino, e propongo una musica molto bella.

2.Il panorama musicale italiano aveva bisogno di te?

No, il panorama musicale – come del resto qualsiasi panorama italiano attuale – non ha bisogno di niente e nessuno in particolare: si nutre piuttosto dell’esigenza diffusa di ritagliarsi, ciascuno a modo proprio, uno spazio in cui immettere le proprie energie, idee, intuizioni, opinioni, insomma la propria personalità. È chiaro che questa è una situazione destinata a collassare, in quanto la prassi di qualsiasi forma di comunicazione è che quando uno espone, gli altri ascoltano; poi al limite si esprimono a loro volta. Invece oggi la tendenza è di parlare tutti insieme, così che spesso emerge chi alza la voce sopra gli altri, o il più insistente, mentre diventa complicato cogliere cosa effettivamente dica ogni singola voce. In questa Babilonia senza senso, ci sono parecchie voci che dicono cose che meriterebbero di essere ascoltate, non fosse che siamo tutti intenti a coprirle col nostro brusio collettivo. Nessuno in particolare è responsabile di tale caos, è una tendenza. D’altra parte – come in ogni cosa – non mancano gli aspetti positivi: ad esempio oggi realizzare la propria cosa a un buon livello e proporla, è un processo molto più accessibile rispetto al passato. Solo, come si diceva prima, spesso viene a mancare il destinatario del messaggio, che spesso cade nel nulla.  Quindi, cosa ci faccio qui? Evidentemente credo di essere una di quelle voci che hanno qualcosa di bello da dire per chi riesce a sentirmi. Ascoltate il disco e fatevi un’idea vostra. È l’unica.

3.Se tu fossi una meta da raggiungere con il “navigatore musicale”, quali coordinate di artisti del passato o del presente dovremmo impostare, come strada da percorrere per arrivare al tuo sound?

Premetto che con il gps spesso sono finito in dei campi di patate laddove esso segnalava gloriose superstrade a otto corsie. Se si parla propriamente di sound, quest’ultimo disco, Prezzo Speciale, ne ha uno piuttosto peculiare, con le voci quasi sempre rinforzate da raddoppi, i bassi molto bassi, quasi dub (in questo si sente la mano di Ezra, che ha prodotto e mixato il lavoro), più qualche spruzzo elettronico e tre arrangiamenti per archi. Non saprei a cosa ricondurlo di preciso, se non generalmente alla psichedelica e al cantautorato in senso lato. Mi ricorda un po’ alcune cose dei Mercury Rev, tra i primi Pink Floyd e il kraut, ma c’è anche un po’ di rumorismo alla Eno prima maniera. Naturalmente non dovete aspettarvi The Piper At The Gates Of Dawn prodotto da Brian Eno, se no poi venite a cercarmi per farmi male. E non è questo che io voglio. In realtà non saprei dare in modo netto queste coordinate di cui si parlava nella domanda. Posso semplicemente dire che Syd Barrett, Beatles, Beach Boys, Velvet Underground, Captain Beefheart, Paolo Conte, Robert Wyatt, Neil Young, Bob Dylan (e molti altri) sono per me ascolti imprescindibili. Poi – come si diceva a proposito dei navigatori satellitari – loro rappresentano la superstrada a otto corsie, e noi non saremo proprio un campo di patate, ma siamo Deian e Lorsoglabro, con le nostre caratteristiche.

4.Il brano del tuo repertorio che preferisci e perché questa scelta.

Qui c’è in streaming tutto il disco: www.edisonbox.it/eb09.html.

Se devo sceglierne una dico Preghiera, perché è una canzone sincera e accorata, con un bellissimo arrangiamento curato da un mio caro amico (Alessandro Arianti) e ha un testo universale (nel senso che è sì personale, ma al contempo non si limita a riflettere un’esperienza che è solo la mia) ma anche molto preciso, è malinconico ma colmo di speranza, e potrebbe benissimo essere autosufficiente anche come poesia tout court.

5.Il disco che ti ha cambiato la vita.

The Piper At The Gates Of Dawn dei Pink Floyd.

6.Il tuo live più bello e quello invece peggio organizzato.

Il più bello è stato l’ultimo, a Torino, in occasione della presentazione del disco al Blah Blah. Ci siamo presentati con la formazione delle grandi occasioni, con mio fratello Tristan e Alessandro che si aggiungono a me, Alberto e Gabriele, che siamo il cuore de Lorsoglabro. In quest’occasione abbiamo suonato quasi due ore, proponendo tutto il disco più pezzi vecchi. C’è stato spazio per la dilatazione strumentale di Hallopollo, come per una cover non troppo provata (Lucifer Sam), e anche per una delirante rilettura rap/funky de Il Poema Del Becchino, un pezzo molto deandreiano del mio primo disco, di cui rimane un’inquietante traccia su youtube (www.youtube.com/watch?v=CWQ54e4rAg4): quelle cose di cui non sai se andare fiero o vergognarti. Ma questa è la vita. Il più brutto è stato invece un concerto di qualche anno fa – quando era da poco uscito il disco omonimo – al Centro Fondo di Aisone (Cuneo), ma non c’è nulla da rimproverare all’organizzazione. Ho fatto cagare, sono andato in paranoia ed è stata un’agonia, nonostante ci fosse parecchia gente, cosa che non ha fatto che peggiorare il mio dispiacere per il brutto spettacolo offerto. Invece quelli organizzati male non si contano, meglio sorvolare. In realtà dopo un po’ di anni devi fare i conti col fatto che spesso capita di imbattersi nella disorganizzazione, quindi la cosa più sensata è affrontare tali situazioni come delle sfide, sforzandosi di trovare il modo di creare qualcosa di bello ugualmente. Forse noi abbiamo addirittura esasperato quest’idea quando abbiamo deciso di affrontare un tour di quattro o cinque date in Sicilia arrivando in aereo e spostandoci in treno e costosissimi taxi abusivi, portando con noi solo i trolley: suonavamo ciò che trovavamo sul posto. Però in quell’occasione sono nati i Trolley Brothers, la nostra proiezione in un trio di ineffabili stuntmen che alternano interminabili camminate sotto la pioggia a straordinari tricks effettutati sfruttando le possibilità balistiche del trolley.

7.Il locale di musica dal vivo secondo te ancora troppo sottovalutato e, al contrario, quello eccessivamente valutato tra quelli dove hai suonato o ascoltato concerti di altri.

Il Velvet, a Torino, è un locale di basso profilo, con un’attitudine simile a quella di un centro sociale, nel senso che c’è molta libertà di organizzare in maniera autonoma serate e concerti. I tipi di musica che la fanno da padrone sono il soul e il garage, ma in realtà ci si può imbattere in qualsiasi cosa. Un locale sopravvalutato proprio non mi viene in mente. Forse allora sono io quello che li sopravvaluta.

8.Le tre migliori band emergenti della tua regione.

Paolo Spaccamonti, loopstation guitar hero.

Movie Star Junkies, anche se sono in un certo senso già emersi.

Infine, per spirito di corpo, per amicizia ma soprattutto per la stima immensa che ho per tutti loro, metto cantautori come La Situazione Chimica (alias Supertino), Vittorio Cane, Matteo Castellano, Stefano Amen: gente mai del tutto emersa, talvolta completamente sommersa, di tanto in tanto luminosa. Ma ognuno di loro ha almeno una decina di canzoni di cui sono innamorato in maniera permanente. 

9.Come seguirti, contattarti, scambiare pareri con te.

Siamo sul sito de I Dischi del Minollo (www.minollorecords.com/index.php?option=com_content&view=article&id=178:deian-lorsoglabro&catid=1&Itemid=32) e su quello di Edisonbox (http://www.edisonbox.it/deian/de.html), ossia le due label che si occupano del disco Prezzo Speciale e del booking.  Io figuro su facebook con il mio nome reale, Deian Martinelli. Mentre Deian e Lorsoglabro è qui: www.facebook.com/Lorsoglabro?fref=ts. Scrivete, scrivete, scrivete.

10.La decima domanda, che mancava: “Fatti una domanda e datti una risposta”.

D: Perché dovrei farmi una domanda, se so già la risposta?

R: Perché hai ricevuto quest’ordine nell’ultimo punto del presente questionario e, con l’acume che ti contraddistingue, puoi approfittarne per fare esercizio in una materia che da sempre ti intriga, la ricorsività. Ne sai proprio una più del diavolo, tu , cioè io.